lunedì, Settembre 27

Una monarchia fra tradizione e apertura Il Kuwait, sulla carta, è uno dei regimi più liberali del Golfo

0

1355294253_1135_w460

Qualche giorno fa, sarebbe stato diffuso in Kuwait un video che mostra alcuni esponenti e funzionari governativi tramare un golpe contro l’Emiro, lo sceicco Sabah IV Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah. La notizia, posta immediatamente sotto censura dalla corte reale, ha comunque contribuito a fomentare una tensione politica latente. Le autorità governative, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Kuna, avrebbero avviato un’indagine privata in merito alla questione del video compromettente. Alti funzionari tremano, mentre la possibilità di limare il regime monarchico in Kuwait, appare più lontana.

Il Kuwait, uno dei paesi a più alta densità di popolazione nel Golfo, è una monarchia costituzionale a sistema parlamentare. L’Emiro, il capo dello stato, sale al potere su base ereditaria, scelto all’interno della famiglia Al-Sabah e poi confermato dall’Assemblea Nazionale. L’Emiro dispone di pieni poteri, dalla nomina del Primo Ministro, allo scioglimento del Parlamento, così come ha anche facoltà di sospendere parti della Costituzione. In Kuwait vige formalmente una monarchia costituzionale sebbene, in pratica, tutti i poteri fondamentali dello stato sono concentrati nelle mani dell’Emiro, che può disporre come crede delle principali istituzioni, della costituzione e del Parlamento.

La costituzione del Kuwait è stata giudicata come una delle più aperte ai diritti civili rispetto a quelle degli altri paesi della Penisola Arabica, ed è il primo paese membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo ad aver stabilito un Parlamento eletto direttamente. L’Assemblea Nazionale, istituita nel 1963, è composta da una cinquantina di membri che vengono eletti direttamente con un mandato di quattro anni. L’Assemblea ha il potere di nominare e destituire i ministri, compreso il primo ministro.

Da più di due anni, però, il paese sta attraversando una delicata crisi politica. Dispute fra l’Assemblea Nazionale e il Consiglio dei Ministri, cioè l’esecutivo, hanno più volte causato l’empasse politico del paese. Sono caduti ben nove governi dal 2006 al 2011, sintomo di una crisi profonda fra il gabinetto nominato dall’Emiro e l’Assemblea Nazionale direttamente eletta. La fase più preoccupante si è registrata nel 2011, quando la crisi politica è uscita dai luoghi del potere fino ad arrivare sulle piazze. All’epoca, con il fermento delle rivolte arabe sullo sfondo, anche le strade di Kuwait City si sono riempite di una folla di manifestanti che, sostenuti dall’opposizione politica, oltrepassavano la sottile linea di confine della manifestazione del dissenso.  

L’interpretazione iniziale associava il dissenso del 2011 in Kuwait alle le cosiddette ‘primavere arabe’, ponendolo all’interno di quel fermento regionale che aveva investito tutto il mondo arabo. In realtà la situazione era, ed è tutt’ora, diversa. La scena politica del Kuwait, oggi, è l’eredità di un complesso processo di relazioni politiche che risale per lo meno agli anni Sessanta. La dicotomia che vede da un lato una monarchia costituzionale di stampo filo-liberale (per essere un paese arabo), e un regime repressivo e intollerante nei confronti di espressioni di dissenso politico, rientra in quella costante ricerca di mantenimento della tradizione pur cercando una lieve spinta democratica.

Tradizione e apertura, due elementi che contrastano nettamente all’interno dell’apparato statale del Kuwait. Istituzionalmente, la famiglia reale Al-Sabah esercita un potere totale sull’emirato, mantenendo tutte le posizioni chiave dell’esecutivo nelle proprie mani. Oggetto del malcontento, infatti, è stato in parte il susseguirsi di primi ministri tutti indissolubilmente legati con l’Emiro, in parte la proibizione di costituire partiti politici, in parte una legge elettorale giudicata incostituzionale.

Gli osservatori locali, però, richiamano alla prudenza. Il sistema politico del Kuwait, nonostante I suoi limiti oggettivi, mantiente un livello significativo di apertura filo-democratica. Ed è in questo contesto che, secondo alcuni esperti, andrebbero valutate le manifestazioni di dissenso politico. Competizione e lotte politiche, a parte l’apice raggiunto nel 2011, sono state contenute anche se evidentemente gravi e basate su solide premesse. L’aspetto radicale, così come si è registrato nelle rivolte di piazza nello Yemen o in Bahrein, per restare sulla penisola arabica, non si è manifestato. L’obiettivo di portare ad un cambiamento significativo del sistema politico indubbiamente c’era, ma si trattava di una volontà di cambiamento strutturale, non radicale.

Maggiore partecipazione politica, e un turn-over più eterogeno dei membri del gabinetto dell’esecutivo, queste le richieste. Non una destituzione in tronco dell’Emiro, e una rivoluzione dal basso. Il moderno Kuwait, appare come uno stato sovrano moderno ed indipendente, governato dalla Famiglia Reale, discendente di Mubarak al Sabah detto ‘il Grande’. È la costituzione stessa a stabilire la successione dinastica per via ereditaria, ma la leadership è praticamente stata limitata a due frange della Famiglia Reale, gli al-Jaber (di cui fa parte l’attuale Emiro) e gli al-Salem. Anche il Primo Ministro, così come quasi tutti i componenti del gabinetto dell’esecutivo, appartengono a una di queste due realtà famigliari.

La monopolizzazione delle posizioni rilevanti all’interno delle istituzioni da parte di queste due famiglie, ha inevitabilmente causato astio e malcontento nelle frange rimaste ‘a bocca asciutta’. Frange che, da diversi anni, sono impegnate nel supporto dell’opposizione politica contro l’establishment precostituito. La leadership al governo, nel tentativo di colpire l’opposizione, privandola della sua forza, sta cercando di cooptare alcuni membri delle famiglie tradizionalmente escluse, offrendo posizioni di rilievo, magari in Parlamento.

La monarchia del Kuwait, oggi, deve riuscire a fronteggiare il cambiamento. Secoli di tradizione incentrata sulla divisione settaria, intellettuale e tribale, certamente, non aiutano. Il video che mostra alcuni esponenti politici tramare contro l’Emiro, e la sua immediata censura da parte della corte reale, è un esempio della naturale tendenza verso una linea politica assolutista. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->