domenica, Novembre 28

Una Milano matura per l’Expo

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Il 2015 è arrivato e Milano, dopo anni di attesa, si appresta a prendersi la vetrina mondiale. L’alimentazione e la nutrizione saranno il filo conduttore dell’Esposizione Universale, al via il prossimo 1 maggio con l’obiettivo di valorizzazione le tradizioni culturali, trovare nuove applicazioni tecnologiche e raggiungere accordi più efficaci per migliorare le necessità dei popoli più bisognosi. Sarà la più grande manifestazione sul tema mai realizzata e vedrà la partecipazione di 140 Paesi, con oltre 20 milioni di visitatori attesi. Già nel 1906 Milano si guadagnò un ruolo da protagonista sulla scena internazionale grazie all’Expo dedicata ai trasporti, ora non vuole essere da meno. Per la città stessa, per la Lombardia, per l’Italia tutta… è una sfida da vincere assolutamente.

Ma che Milano sarà? Ne abbiamo parlato con Lucia Tilde Ingrosso, scrittrice oltre che giornalista, nata e cresciuta nella Milano da bere e ora più che mai innamorata della sua imprevedibile città, «metropoli vivace e instancabile», dove «dietro ogni angolo si può incontrare un vip o un disperato, l’occasione della vita o un assassino». Autorevole autrice di libri rosa, la Ingrosso si è cimentata anche nell’insolita guida alla scoperta della Lombardia, dove a destinazioni e monumenti più noti affianca curiosità e note di folklore. Ma è soprattutto come giallista che è nota al grande pubblico. La miniserie, che ha come filo conduttore gli omicidi nei quartieri della Milano-bene e come protagonista l’ispettore Sebastiano Rizzo, si è appena arricchita di un nuovo capitolo con la recentissima uscita de ‘I fantasmi non muoiono mai’. Lo stesso funzionario di polizia, fumatore incallito ma anche runner, introverso ma sciupafemmine, ben rappresenta l’immagine del classico milanese che si ha fuori città.

Negli scorsi giorni è uscito il suo nuovo libro, ‘I fantasmi non muoiono mai’. È ancora il capoluogo lombardo l’humus della scena del crimine?

Sì, Rizzo indaga sempre nei quartieri alti della Milano borghese, così in contrasto con quella delle persone ‘normali’ come lui. E la contrapposizione la vivrà anche sul piano personale: lui e la fidanzata, ricca discografica, cercano casa. Lui la vorrebbe in periferia in zona Ovest, quartiere san Siro, vicino alla madre. Lei in pieno centro. E la differenza, per chi conosce la città, non è da poco. In ogni caso, quale che siano il quartiere o la classe sociale, si uccide sempre per gli stessi motivi: gelosia, vendetta, cupidigia, follia.

Lei ha scritto che Milano è imprevedibile. È una caratteristica positiva o negativa?

Dipende, perché Milano ti può sorprendere in positivo e in negativo. Te l’aspetti fredda e distante e poi ti sorprende il calore di un incontro con uno sconosciuto in metrò. Te la immagini ‘con il cuore in mano’ e poi ti derubano al supermercato. I suoi abitanti sono imprevedibili come la sua geografia: bastano pochi metri per passare da un quartiere elegante a uno malfamato. Da un civico smart a uno da evitare.

In passato ha definito Milano una città “miserabile” e “inquietante”, alternando gli aggettivi, credo volontariamente, con altri quali “umana” e “incredibilmente vera”. È questo alternarsi di mistero e sincerità che fa di essa una città noir?

Le definizioni riguardano alcuni aspetti della città che con Giuliano Pavone, mio collega e marito, abbiamo tratteggiato nel libro di racconti (di semi-fiction) ‘Milano in cronaca nera’. Milano è una grande città e come tale somma delle sue tante componenti. Ogni giorno entri in contatto con centinaia di persone che non conosci. Dietro ogni angolo può annidarsi una minaccia o l’incontro che può cambiarti, in positivo, la vita. Eh sì, anche questo ne fa una città incredibilmente noir.

Se dovesse indicare alcuni luoghi, monumenti o angoli nascosti che ben rappresentano il lato oscuro della metropoli, sceglierebbe…

Le stazioni, i parcheggi sotterranei, le chiese sconsacrate, i parchi di notte, le fabbriche dismesse, i nuovi quartieri cattedrale nel deserto… Ma il luogo dove ambienterei un delitto è una scuola materna abbandonata, sottocasa, inquietante come pochi altri.

Lei ha anche scritto che Milano è ormai una città “cupa e perduta, dimentica del suo passato e ignara di ciò che sarà”. Trova delle differenze tra quella che era la Milano da bere e la Milano di oggi?

È una città meno scintillante, ma più matura. È passata dalle illusioni alle delusioni. Meno apparenza e più sostanza. Si sono fatti dei passi avanti. Qualcosa di tangibile è cambiato in città. Sono fiduciosa».

Ma come è cambiata la milanesità negli ultimi decenni?

Vivo a Milano dalla fine degli anni Ottanta. L’evoluzione più evidente, ai miei occhi, è il fatto che non esiste più un modello unico di milanesità. In città ci sono sempre più persone non milanesi, straniere e di altre parti di Italia, che hanno inventato il loro personale modo di vivere la città. Trovo che ci siano pugliesi molto più meneghini di tanti milanesi doc. Fra i miei personaggi c’è Alfio Mastronardi originario di Giovinazzo, in provincia di Bari, commissario da tanti anni a Milano. Lui fin da ragazzo ha sempre tifato per il Bari, ma da quando è a Milano, tiene anche per il Milan. La moglie non è contenta, teme che lui si “milanesizzi” troppo e non voglia, magari un giorno, tornare a vivere nella loro Regione d’origine. Ecco, per me, un esempio di milanesità nuova.

Prendo spunto da uno stralcio di una sua sinossi… “Preistoria e avanguardia, agricoltura e industria, arte e tradizioni popolari, letteratura e sport. In Lombardia tutto è a portata di mano”. L’intera Regione è quindi pronta all’invasione di turisti per l’imminente Esposizione universale…

I presupposti ci sono tutti. La Lombardia è una regione bellissima, ricca, varia. A prima vista, non con le attrattive turistiche di una Campania o di una Toscana, ma comunque piena di gioielli architettonici, culturali e paesaggistici. Verrebbe da dire che manca solo il mare, circostanza che cerchiamo di smentire in ‘101 cose da fare in Lombardia’, scritto con Giuliano Pavone. Ora tutto sta a rendere fruibili queste attrattive ai turisti. Non basta che ci siano, occorre realizzare infrastrutture, creare servizi.

Potrà l’Expo modificare la lombardità?

L’Expo richiede di certo un grande sforzo in termini di professionalità, organizzazione, inventiva. Sono certa che il cittadino lombardo ne sia all’altezza. Qualche dubbio in più mi sorge in merito all’amministratore-tipo di questa Regione. La speranza è che tutto vada bene. E che questa grande manifestazione non ci lasci solo padiglioni da abbattere, ma anche nuovi skill su cui costruire un nuovo futuro.

Milano è indubbiamente la città più cosmopolita d’Italia. Nonostante ciò, saprà rendere l’idea di quello che è oggi il nostro Paese?

Mettiamola così, la mia opinione è che Milano abbia tutte le carte in regola per riuscirci. Se ne sarà all’altezza o meno non so proprio dirlo.

Quindi, dulcis in fundo, come si presenterà Milano ai visitatori dell’Expo?

Al suo meglio, ci auguriamo. Perché in città, quando si dice di fare una cosa bene la si fa bene davvero. Un po’ come il cielo di Lombardia: così bello, quando è bello, come da manzoniana memoria.

E invece che città sarà al termine del ‘ciclone’ Expo?

Capisco che lo chiediate proprio a me, come scrittrice di gialli. Difficile prevedere un finale. Potrebbero succedere eventi clamorosi al limite del grottesco (abbiamo provato a prevederli in un romanzo a quattro mani a cui ho partecipato, in uscita con Laurana). Ma più probabilmente si tratterà ‘solo’ di un Salone del design o di un Campionato del mondo all’ennesima potenza. Rimarrà qualche edificio non finito in tempo, qualche rimpianto, il segno di qualcosa che è stato e non tornerà. La città ne prenderà atto e riprenderà il suo cammino. Tutto ci cambia. «Ognuno lascia un segno sulle persone più sensibili. E il fiume cambia il legno, mentre lo trasporta via» canta Enrico Ruggeri, artista milanese, in una sua canzone. Ecco, questa potrebbe essere una buona sintesi del mio pensiero.

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