martedì, 31 Gennaio
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Una memoria senza colpe individuali è molto peggio dell’oblio

Il punto è come ricordare, perché il ricordo non è un semplice esercizio di memoria

In occasione della Giornata della Memoria, con il consenso dellautore, attingiamo questa riflessione da Voce del Verbo Stare, il blog di Domenico Barrilà, analista adleriano e scrittore, autore di una trentina di volumi, diversi dei quali tradotti allestero.   

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Entriamo nella settimana che include la Giornata della Memoria, rimanda al 27 gennaio del 1945. Quel giorno l’Armata Rossa entrò nei campi di concentramento di Auschwitz, scoperchiando l’abisso più profondo della storia dell’umanità.

Fu il nostro Paese, con una legge del 2000, a istituirla. Cinque anni dopo le Nazioni Unite, attraverso una risoluzione, l’avrebbero universalizzata.

Quest’anno la nostra testa è presa da altro. Anche lo scorso anno lo era, per le stesse ragioni. Probabilmente, avremo poco tempo, scarsa disposizione d’animo, e faremo meno memoria o forse non ne facevamo a sufficienza già negli anni scorsi, pensando o illudendoci di farla, perché per ricordare non basta una ricorrenza.

Il punto è come ricordare, perché il ricordo non è un semplice esercizio di memoria.

Occorre un investimento personale, che solitamente non c’è, perché si tratta di un rito collettivo, che possiamo fare diventare anonimo, delegando al nostro vicino, che a sua volta delega al proprio, e così via. Alla fine, crediamo di avere ricordato, ma non è così.

Bisogna ricordare nel modo giusto, e uno c’è, l’unico possibile, me ne sono reso conto qualche anno fa, mentre scrivevo un articolo per un quotidiano, proprio in occasione di una Giornata della Memoria. L’ho chiamato metodo della ‘responsabilità ascendente’.

Non è difficile da capire, è sufficiente domandarsi dove ci saremmo collocati al tempo del nazismo, se fossimo vissuti allora, ma neppure questo è complicato da afferrare, perché ce lo dice il nostro comportamento attuale, basta retroproiettarlo, ossia inserirlo nel fondale scenografico di quei terribili anni.

Se oggi, ad esempio, sono violento, se sono razzista, se odio gli omosessuali, se voto partiti che mantengono qualche legame, culturale o comportamentale, con movimenti fascisti o incitano alla diffidenza e all’ostilità verso gli stranieri, per il solo fatto che sono stranieri, se in me prevalgono pensieri e atteggiamenti antisociali. Ecco, se una o più opzioni tra quelle elencate sono presenti nel mio impianto interiore, allora ci sono buone probabilità che negli anni Trenta del secolo scorso sarei stato dalla parte dei nazisti.

Ogni cittadino, ogni insegnante, ogni educatore, ma anche ogni ragazzino, possiede un’occasione unica, tutti gli anni, il 27 gennaio e nei giorni vicini, per fare il punto sulla propria, possibile, collocazione allora.

È questo, solo questo, il significato della Giornata della Memoria. Il resto -i discorsi, le corone di fiori, i dibattiti, gli articoli, anche quello che state leggendo- può essere necessario, ma non è esattamente ciò che ci chiedono i milioni di innocenti, tra loro anche un milione di bambini, perduti nelle spire di quella follia.

La loro vita può improvvisamente tornare a pulsare se ogni anno qualcuno si pone quella domanda e, se ritiene di essere dalla parte sbagliata, se avverte il peso della propria colpa e comincia un vero processo interiore di ravvedimento.

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