venerdì, Settembre 24

Una marcia per Eya 40

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Tunisi
– Nel Centro di traumatologia e grandi ustionati di Ben Arous, una città della periferia meridionale della capitale tunisina, il 7 giugno 2014, le ustioni di quarto grado hanno portato alla morte una ragazza di 13 anni. L’ospedale è lo stesso nel quale ha trovato la morte anche Mohamed Bouazizi, il 4 gennaio 2011, dopo essersi immolato con il fuoco (il 17 dicembre 2010, a Sidi Bouzid,), scatenando la rivoluzione tunisina. Alcuni penseranno che quello di Eya sia stato un incidente, altri immagineranno un fatto diverso, uno di quelli dei quali si sente parlare spesso. Ma questo caso è molto diverso da quelli che normalmente trovate in cronaca.

Eya è stata bruciata viva da suo padre, anzi, per meglio dire, dal suo genitore‘. Il caso risale al 28 maggio 2014. Secondo le prime informazioni, il ‘genitore’ di Eya l’ha cosparsa di benzina e ha appiccato il fuoco al suo piccolo corpo, dopo averla trovata con un suo compagno di scuola: era un maschio, più precisamente, e i due ragazzi semplicemente tornavano a casa da scuola, camminando, sulla stessa strada. Il ‘genitore’ dice di aver ucciso Eya perché si è sentito disonorato.

Quando il dramma è stato annunciato, le istituzioni ufficiali hanno lasciato cadere il silenzio. I componenti della società civile e dei partiti politici sembrano ciechi, sordi e muti, di fronte a un infanticidio e ad un dramma così gravi. Dramma che è passato inosservato, tra i dibattiti nazionali sulle elezioni legislative e presidenziali e le diverse atroci notizie sul nuovo terrorismo nella regione di Kasserine, zona del monte Chaambi, dove si trova la roccaforte dei terroristi tunisini. La notizia della morte di una ragazzina bruciata viva non poteva, dunque, che perdersi tra simili eventi politici in primo piano, e quelli – di seconda linea – sui temi della sicurezza nazionale.  

Ma un gruppo di cittadine e cittadini, sconvolti dalla tragedia, si sono indignati e hanno condannato l’atroce crimine. Il delitto non poteva essere collocato nella scatola ‘altre notizie’, ma andava contestualizzato e poi collocato sullo sfondo di una situazione generale caratterizzata da un aumento nel numero delle violenze, che colpiscono soprattutto le donne e i bambini, e dalla forza crescente dell’ideologia religiosa estremista, che ha invaso la società.

Oggi in Tunisia si parla molto di crimini contro donne e bambini. L’impunità e la una giustizia clemente verso i colpevoli assumono un ruolo molto importante in quello che sta accadendo.

Alcuni delitti hanno fatto notizia e hanno girato il mondo. Cito ad  esempio lo stupro di una giovane ragazza, nota con lo pseudonimo di Mariem Ben Mohamed, realizzato da un gruppo di poliziotti in serata estiva del 2012, mentre lei stava camminando con il suo fidanzato. In questo caso la vittima è comparsa davanti al giudice, ma nel ruolo di imputata. I poliziotti l’hanno infatti accusata di averli provocati. Uno di loro, in una delle udienze, ha assicurato che era stata la giovane donna a cercare di fargli una ‘fellatio’. Mariem Mohamed Ben ha dovuto vivere la tripla angoscia di essere accusata di oltraggio al pudore, del ricordo del trauma appena vissuto, e della cattiveria di una società in cui molto tunisini l’hanno considerata colpevole; non capivano cosa ci facesse una donna in giro, di notte. Fortunatamente, alcune componenti della società civile e alcuni media nazionali e internazionali sono giunti in soccorso e sono riusciti a far incriminare i poliziotti. Secondo gli avvocati di Mariem, comunque, il verdetto di pochi mesi fa, giunto dopo una serie di udienze, è stato ‘mite’. 

Un altro casoì che ha fatto scorrere molto inchiostro e il cui esito rimane incerto, è quello dello stupro di una bambina di soli tre anni e mezzo, avvenuto all’interno di una scuola materna. All’epoca, la Ministra agli Affari della Donna, dell’Infanzia e degli Anziani, ha dichiarato che il caso era stato montato di sana pianta e si è spinta oltre, fino ad accusare il padre della bambina di essere l’autore della violenza; è stata costretta a cambiare le sue dichiarazioni davanti alla rabbia di molti tunisini, che hanno manifestato per esprimere la loro indignazione. La scuola materna, infatti, continuava a funzionare regolarmente, ricevendo decine di bambini, dopo oltre un mese dopo lo stupro della piccola. Si è sospettata una parentela tra la Ministra e il proprietario dell’asilo. 

Casi di questo genere si sono moltiplicati, e, nella maggior parte dei casi,  i criminali hanno beneficiato di verdetti clementi e hanno goduto di una certa impunità; torniamo al tema principale della violenza contro bambini e donne.

La nuova Costituzione prevede, all’articolo 46, che «lo Stato adotta le misure necessarie allo scopo di sradicare la violenza contro le donne». L’Articolo 47, dal canto suo, sancisce che: «I diritti che i genitori e lo Stato devono garantire ai bambini sono la dignità, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e l’insegnamento. Lo Stato deve fornire tutte le forme di tutela a tutti i bambini, senza discriminazioni e nel migliore interesse del bambino».

La nuova Costituzione della Tunisia, celebrata in tutto il mondo, è stata presentata come una delle più moderne, progressiste e rivoluzionarie del mondo intero, ma i dati sulla violenza contro le donne e i bambini restano spaventosi: secondo un sondaggio nazionale sulla violenza contro le donne, condotto da ONFP e UNFPA, il 47,6% delle donne di età compresa tra 18 e 64 anni sono state vittime di violenza almeno una volta nella loro vita. In alcune regioni della Tunisia (nel sud-ovest, il tasso è 72,2%) e negli ultimi 12 mesi, un terzo delle donne tunisine riferisce di aver subito almeno un tipo di violenza. La metà delle donne tunisine credono che la violenza contro le donne sia normale! L’ambiente principale in cui la donna / ragazza subisce violenza fisica è quello para-familiare, nel 47,2% di casi da parte del partner (fidanzato / marito) e nel 43% dagli altri membri maschi della famiglia (padre, fratello). Solo il 17% delle donne maltrattate si lamentano. La violenza coniugale è la prima causa di morte tra le donne di età compresa tra 16 e 44 anni. Secondo l’UNICEF, inoltre, in Tunisia, al 92% delle ragazze di età compresa tra 0 e 17 anni viene imposta la disciplina con metodi violenti. La stessa cosa per il 93% dei ragazzi. Tra il 10 e il 20% dei bambini vengono abusati regolarmente.

Queste cifre indicano che la differenza tra ciò che è scritto nella Costituzione e la realtà vissuta è molto grande. Quella tunisina è una società che non rispetta né le donne né i bambini. I recenti sviluppi politici, inoltre, non hanno fatto che peggiorare le cose. La storia di Eya è una grande prova del fatto che la società tunisina sta vivendo delle trasformazioni negative. Il ‘genitore’ di Eya ha agito sentendosi disonorato. Questo suggerisce che si tratta, molto evidentemente, di un delitto d’onore. Questo tipo di azioni prima non si verificavano, in Tunisia. I tunisini si erano abituati a sentir parlare di tragedie simili accadute in alcuni Paesi del Golfo o dell’Asia. La Tunisia è sempre stata considerata pionieristica in relazione ai diritti delle donne e dei bambini. Grazie al Codice dello Statuto Personale (una serie di norme a garanzia sui diritti delle donne e sulla disciplina della vita familiare), promulgato il 13 agosto 1956, donna e bambino hanno potuto beneficiare dei diritti equivalenti a quelli che i loro omologhi di altri Paesi del mondo arabo non potevano avere.

La Tunisia è stato, per esempio, il primo Paese arabo a vietare la poligamia. Tuttavia, i recenti sviluppi politici hanno sbilanciato le cose nella direzione sbagliata. Con l’ascesa al potere, gli estremisti hanno potuto imporre le loro leggi e ideologie reazionarie. Sono riusciti a infiltrarsi e radicarsi e così la Tunisia è stata colpita da nuovi mali e da fenomeni che le erano sempre stati estranei.

Predicatori giunti dai Paesi del Golfo, e ai quali in passato non veniva concesso il diritto di entrare nel territorio tunisino, hanno invaso le moschee, le sale conferenze e i media del Paese. Ne hanno approfittato per  diffondere le loro idee oscurantiste e retrograde. Nei loro sermoni, incitano alla violenza, all’odio e invitano, per esempio, a nascondere le bambine fino a 3 anni di età, e ad ucciderle. Considerano miscredente ogni discorso diverso dai loro. Nelle moschee tunisine i discorsi religiosi che fanno appello alla pace e alla moderazione si sono trasformati in appelli alla violenza, dividono il popolo tunisino e diffondono la discordia.
Le scuole materne sono state sostituite da scuole religiose dove i bambini subiscono un forte indottrinamento religioso.
Questi e altri fattori spiegano un atto come quello commesso dal padre di Eya.
Tuttavia, entrano in gioco anche altre fattori, come ad esempio: la linea verde del Ministero della Salute per le donne vittime di violenza non funziona, a nessuna ora del giorno, e il 70% degli infermieri ritiene che le donne vittime di violenza siano le prime responsabili di ciò che accade loro; le stazioni di Polizia non sono luoghi adatti alle denunce; non ci sono ‘ascoltatrici’ o consulenti o una stanza separata per le vittime di violenza.
La Polizia, chiamata in caso di violenza domestica, a volte ritiene meglio non intervenire e chiede alla persona in difficoltà di risolvere il problema in famiglia. In più: il lavoro di alcune associazioni è ampiamente insufficiente, rispetto alla portata del fenomeno della violenza contro le donne in Tunisia. Infine, i numeri delle segnalazioni di abusi sui minori sono noti, ma non abbiamo idea di quali siano le conseguenze, le sanzioni, ecc. Inoltre, non esistono statistiche accurate degli abusi su bambini, in Tunisia, da parte dei genitori e nelle scuole.

Tutti questi e altri fattori hanno indotto un gruppo di cittadine e di cittadini tunisini a voler agire. Un corteo è stato organizzato ieri, giovedi 19 giugno 2014, per onorare la memoria di Eya, ma anche per educare i tunisini ad affrontare questo intollerabile tipo di violenza.
Gli organizzatori hanno parlato di una marcia bianca e silenziosa, i cui obiettivi principali sono: migliorare la consapevolezza del 50% delle donne, convinte che subire violenza sia normale, affinché si rendano conto che meritano una vita senza violenze; la mobilitazione dei tunisini per bandire la violenza nella società; l’obbligo dello Stato affinché si assuma la sua responsabilità per mettere in piedi dei servizi di presa in carico che siano sufficienti, adeguati e accessibili; infine, fare pressione per la riforma immediata delle leggi sulla violenza contro le donne e sulla violenza contro i bambini, riforme in cui gli interessi delle vittime siano prioritari rispetto all’onore della famiglia e all’interesse dei criminali (come la legge sullo stupro dei bambini).

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

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