domenica, Luglio 25

Una mappa della crisi irachena Nata nel mese di gennaio 2014, ISIS è una scheggia di Al Qaeda; si tratta di uno Stato non riconosciuto, nonché di un gruppo militante jihadista attivo in Iraq e Siria

0

Beirut – Poiché l’ISIS – Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante – che nella comunità araba è anche noto come Daash, nelle ultime due settimane è riuscito ad assicurarsi incredibili progressi combattendo contro le forze armate irachene, senza lasciarsi alle spalle se non una scia di distruzione e sangue,  gli esperti presenti nella regione hanno sostenuto che il manipolo terroristico deve aver ricevuto supporto esterno, dato che è riuscito (apparentemente senza sforzo) a invadere così rapidamente il nord dell’Iraq. Fin dall’incursione dei miliziani di ISIS nella città santa di Samarra -4 giugno- i media hanno rilanciato teorie e contro-teorie, e gli analisti continuano a voler dare un senso alla questione, cercando di capire chi stia sostenendo ISIS.

È piuttosto improbabile che ci siano potenze straniere disposte a farsi avanti per ammettere di aver appoggiato il radicalismo islamico, pertanto valutiamo diverse ipotesi, e cerchiamo di fare ordine in una situazione in generale caotica, e molto fluida. Prima di procedere con la mappatura della crisi irachena, è importante in primo luogo capire cosa sia ISIS e quali siano le sue motivazioni.

Nata nel mese di gennaio 2014, ISIS è una scheggia di Al Qaeda; si tratta di uno Stato non riconosciuto, nonché di un gruppo militante jihadista attivo in Iraq e Siria, influenzato dal wahhabismo. Come si capisce dal nome, ISIS mira all’incontrastato dominio non solo della Siria e dell’Iraq, ma anche del Levante, una macro-regione che comprende LibanoGiordaniaCiproPalestina e Turchia meridionale. Se le campagne militari irachene del gruppo -in Siria e in Iraq- sono ancora in fase di sviluppo, gli altri Paesi della regione hanno ottime ragioni per seguire attentamente i progressi dei miliziani di ISIS, perché ognuno di loro rischia di essere il prossimo obiettivo della lista.

E se, dall’11 settembre, il mondo ha imparato a temere Al Qaeda e la sua capacità di portare la morte nel cuore delle nazioni occidentali attraverso stragi abominevoli, se i suoi militanti sono diventati maestri nell’arte degli attentati suicidi e delle tattiche di guerriglia, ISIS si dimostra ora capace di raccogliere e poi di guidare un vero e proprio esercito. Proprio là dove Al Qaeda ha incontrato il limite della sua capacitàISIS risorge come un Titano del terrorismo.

Forte di un esercito di decine di migliaia di combattenti ben allenati, ISIS ancora non sembra ‘globale’ come Al Qaeda, ma quel che manca nella sua rete è compensato dalla brutalità della sua forza militare, nettamente superiore a quella dell’ex comandante dell’esercito della Bandiera Nera.
Mentre il leader del gruppo chiariva le intenzioni di ISIS – si parla dello sterminio dell’Islam sciita e dell’affermazione della Sharia come nuovo paradigma istituzionale, sociale, economico e politico – in molti continuavano a interrogarsi sui reali interessi del gruppo, più o meno consapevoli.


Il caso della Turchia

Scrivendo per il ‘New York Post‘, il 17 giugno, Daniel Pipes -Presidente del Forum del Medio Oriente- ha posto la questione che, anche se la Turchia non sostiene ISIS sul campo (permettendo alle truppe di fare base in Turchia e di muovere da là i suoi contingenti), Ankara sostiene il gruppo terroristico con strumenti finanziari e militari, mettendo a disposizione le proprie risorse. La principale idea sostenuta da Pipes è che ISIS «è un gruppo johaidista sunnita appoggiato dai turchi che si sta ribellando contro un Governo centrale di orientamento sciita sostenuto dall’Iran».
Pipes ha scritto: «curdi, esperti del mondo accademico e l’opposizione siriana concordano sul fatto che  siriani e turchi (numero stimato, 3.000), e combattenti stranieri (soprattutto sauditi, ma anche un discreto numero di occidentali) hanno liberamente attraversato il confine turco-siriano, in gran parte dei casi per unirsi a ISIS. Quella che il giornalista turco Kadri Gursel chiama una ‘autostrada jihadista a due vie’ non prevede nessuna seccatura di controlli alle frontiere, piuttosto a volte vede l’assistenza attiva da parte dei servizi segreti turchi. CNN ha anche trasmesso un video “sui percorsi segreti del contrabbando jihadista attraverso la Turchia».

Sostenendo la sua teoria con ulteriori prove, ha anche osservato, «In realtà, i turchi hanno messo a disposizione molto più che la semplice libertà di passare il confine: gran parte di ISIS è stata rifornita di ‘fondi, logistica, formazione e braccia. Residenti turchi vicino al confine siriano raccontano di ambulanze turche che si recano nelle zone delle battaglie tra curdi e ISIS e poi portano i feriti di ISIS negli ospedali turchi. È stata pubblicata una foto eclatante che mostra il comandante di ISIS, Abu Muhammad, ad aprile scorso, in un letto dell’ospedale Hatay State Hospital, mentre viene curato per le ferite riportate in battaglia.

Un politico dell’opposizione turca afferma che la Turchia avrebbe dato 800 milioni di dollari a ISIS per garantire gli approvvigionamenti di petrolio. Un altro politico ha rilasciato informazioni sui soldati turchi che starebbero addestrando i miliziani di ISIS. Voci critiche fanno notare come il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan abbia incontrato per ben tre volte un certo Yasin al-Qadi, che mantiene stretti legami con ISIS e lo finanzia».

Ma perché mai Ankara sosterrebbe un gruppo terroristico che mira, in ultima analisi, a impadronirsi dei suoi territori meridionali e che definisce il Primo Ministro Erdogan un apostata dell’Islam? Beh, Pipes sostiene che il bruciante desiderio della Turchia di far precipitare gli eventi fino a far finire il dominio del Presidente siriano Bashar Al Assad abbia offuscato il senso critico generale, fino al punto di appoggiare un sostegno ‘tattico’ al radicalismo islamico che però rischia di incastrare l’intera regione in una guerra settaria e sanguinosa.

Ma Assad non è l’unico problema. La Turchia vorrebbe anche risolvere l’antica questione del PKK. Davanti al rischio di una insurrezione, sembrerebbe appoggiare l’idea di delegare a ISIS la funzione di erodere il PKK, dopo averne indebolito la leadership e, infine, di smantellare le sue istituzioni e le istanze di autodeterminazione politica e di sovranità, sempre secondo Pipes. Il giornalista turco Orhan Kemal Cengiz sembra sostenere la teoria di Pipes, quando dice «Ankara può anche negare il fatto che stia aiutando ISIS, ma le prove sono schiaccianti. Poiché il nostro confine più lungo è quello con la Siria … ottenere il sostegno della Turchia è di vitale importanza per i jihadisti, se vogliono entrare e uscire liberamente dal Paese». «Le roccaforti di ISIS, infatti, non coincidono con aree prossime alle frontiere della Turchia». Così conclude: «Con l’idea che i jihadisti possono garantire una rapida caduta del regime di Assad in Siria, la Turchia – inutile negarlo – ha sostenuto i jihaidisti».

La ‘zionist connection’

In una relazione del 23 giugno, pubblicata da ‘Press TV‘, Gordon Duff, Caporedattore di ‘Veterans Todayesprime l’opinione che la Turchia non abbia assolutamente nulla a che fare con ISIS, ma che sia una semplice pedina in un grande gioco di scacchi. È convinto che dietro l’incipiente guerra irachena ci siano i sionisti.

Confrontando i dati circa un’alleanza israeliana, americana e saudita a sostegno di ISIS, Duff spiega che il trio sionista avrebbe, da dietro la cortina di fumo di ISIS, intrapreso «una guerra aziendale in tutto il Medio Oriente, una guerra surrogata, sostenuta grazie a finanziamenti del mondo delle imprese». Si ipotizza il rischio che le risorse naturali dell’Iraq possano cadere completamente sotto il controllo di questa presunta alleanza sionista.

Si è spesso pensato che la Casa Bianca abbia fabbricatoguerre e minacce in Medio Oriente per giustificare la sua presenza militare e gli interventi nella regione. Duff sostiene che se la guerra in Iraq del 2003 e le armi di distruzione di massa sono state una falsa bandiera dell’ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, l’ISIS arriva subito dopo, quanto ad equipaggiamenti e anche per la copertura mediatica.

Duff ha scritto che «gli analisti militari e dell’intelligence concludono che le operazioni di ISIS continuano a godere di pieno supporto logistico e di intelligence, strutture portuali e ferroviarie via Aqaba, in Giordania, e di un passaggio sicuro in Israele per i militanti. Tutte le altre fonti rivendicate di approvvigionamento, in particolare quelle che attraversano la Turchia, sono una invenzione, un inganno e un depistaggio».

Ma le ambizioni dell’alleanza sionista si espandono al di là del controllo sulle risorse petrolifere irachene e, avverte Duff, si intende cancellare qualsiasi speranza di rinascita democratica nella regione; questo significherebbe perdere il controllo sui gonzi nella regione. Spiega ancora Duff: «Tutto questo non è solo destinato a nascondere la complicità dell’Arabia Saudita e di Israele a sostegno di Al Qaeda, ma anche a far sì che l’intero “inverno arabo”, l’operazione a cui stiamo assistendo, nel dipanarsi di qualsiasi movimento anche solo lontanamente somigliante ‘ad un Governo popolare’, non sia che una replica del dopo-11-settembre di Bush e di Blair», cioè di una rapina «smerciata al pubblico come una guerra contro il terrore».


Uno scontro di titani

Guardando oltre, l’avanzata di ISIS e le evidenti minacce poste dal gruppo terroristico ad un’area più vasta – l’idea che i radicali islamici potrebbero ritagliarsi uno stato nello stesso cuore d’Arabia, da cui condurre la crociata contro l’Occidente, potrebbe spandere il panico tra gli esperti – l’Iraq è in effetti più che un semplice campo di battaglia terroristico.

Se gli Stati Uniti sono pronti a difendere i propri interessi economici immediati –l’industria petrolifera irachena è ampiamente controllata da aziende straniere, tra cui ExxonMobil, Chevron, BP e Shell-  ma anche a garantirsi una presa e un’influenza sulla vita politica di Baghdad, così fa anche l’Iran.

Né Washington né Teheran sono nelle migliori condizioni per gestire le cose, sia a causa della loro disputa circa le ambizioni nucleari dell’Iran e anche in merito all’insistenza dell’Iran per spingere un’insurrezione contro il Presidente siriano Bashar Al Assad.

Preso tra questi due giganti, il Primo Ministro iracheno Al Maliki ha subito una frustata diplomatica, e ora oscilla ancora, fin troppo consapevole -come è- del fatto che l’Iraq ha bisogno di tutto l’aiuto possibile, per sconfiggere il terrorismo.

Su ‘Intifada’, l’analista Nicola Nasser spiega che gli interessi immediati di Washington sono solo finanziari. Il petrolio, secondo lui, è tutto ciò cui pensa la Casa Bianca.
«Entrambi gli uomini [il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair] hanno evitato di specificare i precisi interessi ‘americani’ e  ‘occidentali’  in Iraq, quelli, cioè, che imporrebbero un intervento militare di difesa, ma il principale premio dell’invasione dell’Iraq nel 2003 era il tesoro di idrocarburi presenti nel Paese. Questo è il loro ‘interesse’», ha scritto Nasser.

Secondo Nasser, combattere il terrorismo è ben lungi dall’essere una priorità, piuttosto si tratta di una scusa per giustificare l’invio di mezzi militari e di un’ingerenza politica in seno agli affari interni di una nazione sovrana – in questo caso l’Iraq.

«La guerra infuria in Iraq e ora si dovrà stabilire se gli idrocarburi iracheni siano un bene nazionale o un bottino multinazionale. Ogni sostegno militare degli Stati Uniti al regime che si è installato a Baghdad dovrebbe essere considerato su questo sfondo. Nel frattempo, la maggiore ricchezza nazionale continua ad essere saccheggiata come bottino di guerra».

Ma se Washington si preoccupa per il petrolio, l’Iran anela al controllo politico.

La Repubblica islamica non ha alcuna intenzione di permettere la nascita di un movimento sunnita in un momento nel quale gli sciiti iracheni sono riusciti a riprendere il controllo sugli affari dello stato. L’Iran ha chiarito di essere pronto a impiegare tutta la sua forza per evitare che la fazione sciita irachena – oggi in ripresa – subisca l’assalto dei militanti ISIS.

È dunque sempre più difficile dare un senso al dossier iracheno, che rischia di implodere. Quello che invece è ben chiaro è che il cuore della questione restano il petrolio e il controllo del territorio.

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->