mercoledì, Maggio 12

Una Kabul Policy per New Delhi field_506ffb1d3dbe2

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Sul fronte delle relazioni internazionali, nell’Asia centro-meridionale il 2014 potrebbe davvero essere un anno di reset. A dominare il panorama locale sarà infatti l’annunciato – e già controverso – disimpegno militare degli Stati Uniti e della NATO non solo dall’Afghanistan, ma da quasi tutta la regione. A chiudere i battenti saranno infatti anche le installazioni militari in Kyrgyzstan e Tajikistan, utilizzate dai Paesi aderenti all’intervento militare.

Fino a pochi mesi or sono gli Usa davano praticamente per scontato il mantenimento di una limitata presenza militare sullo stesso suolo afghano a supporto del fragile governo di Kabul. Ma il 24 novembre scorso le tensioni tra il Presidente Hamid Karzai e i capi tribali locali supportati da Washington hanno spinto Kabul a congelare l’accordo previsto, aprendo lo spettro di un ritiro totale del tutto analogo a quello già consumatosi in Iraq.

A farsi sempre più aspre sono però anche le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan. Islamabad è ormai ai ferri corti con Washington per i bombardamenti degli areo-droni sul suo territorio, ed il Pakistan non ha ceduto alle pressioni Usa contro la cooperazione energetica con l’Iran. Ma soprattutto, la perenne ambiguità dei militari di Islamabad nelle relazioni con l’integralismo islamico ha ormai esaurito la fiducia degli Usa verso il Pakistan come attore costruttivo del post-ritiro, pur essendo il Paese il  monopolizzatore di commerci e vie di comunicazione con Kabul. Il dopo-guerra afghano rischia seriamente di rivelarsi un vuoto nel quale il caos politico e sociale può riprendere il sopravvento.

È proprio in questo vuoto che in molti vedono con favore una politica di attiva influenza da parte dell’India. In particolar modo gli Stati Uniti premono perché New Delhi assuma sempre più forza come volano di ricostruzione economica e politica dell’Afghanistan, allontanando lo spettro di un suo isolamento nella regione.

L’impegno di Delhi verso Kabul nel contesto asiatico è già una realtà considerevole, ma per ora concentrata su aiuti economici e civili. Con quasi un miliardo e mezzo di miliardi di dollari Usa donati dal 2001 ad oggi, l’India è già divenuto il maggior fautore di aiuti di tutto il continente asiatico, impiegati soprattutto in investimenti infrastrutturali.

Di realizzazione indiana è il nuovo edificio del Parlamento di Kabul, che sarà completato il prossimo anno, nonché la costruzione di una nuova rete di distribuzione elettrica in grado di servire buona parte dei quartieri settentrionali della capitale. Gli ingegneri di Delhi hanno ricostruito la diga di Herat ed il contiguo acquedotto cittadino. Ottantaquattro villaggi in tutto l’Afghanistan sono stati forniti di diversi servizi o realizzazioni, dalle scuole ai sistemi di depurazione idrica, da mini-ambulatori fino a connessioni con reti elettriche; e undici province afghane sono state fornite di reti telefoniche cellulari. Nel gennaio 2009 la Border Roads Organization, dipartimento di ingegneria civile delle forze armate indiane, ha ultimato la realizzazione di una autostrada nella provincia di Nimroz che in futuro  collegherà il confine meridionale con il porto di Chabahar, in Iran. Grazie a questo asse viario, l’Afghanistan diventerà sempre meno dipendente dal Pakistan per i propri commerci e comunicazioni con l’Oceano Indiano.

L’assistenza indiana si è estesa limitatamente anche alla ricostruzione intellettuale: ogni anno, 500 universitari afghani sono provvisti di borse di studio dal governo di Delhi per studiare nelle prestigiose Università indiane. L’India è anche intervenuta nella formazione di pubblici impiegati, diplomatici e personale ministeriale del governo di Kabul con iniziative sia sul suolo indiano che afghano. Il ruolo del settore privato in investimenti produttivi non è affatto secondario. Aziende indiane stanno conquistando appalti per la realizzazione di centrali e linee elettriche, mentre è già prevista o in corso la realizzazione di ben sei acciaierie ed impianti metallurgici. In totale, tra realizzazioni infrastrutturali e privati l’India ha già mobilitato verso l’Afghanistan almeno 11 miliardi di dollari di investimenti.

L’indubbia importanza dell’India nella ricostruzione civile è stata a lungo controbilanciata dalla mancanza di una visione di insieme strategica del proprio ruolo nella regione. Delhi ha a lungo latitato nell’intessere con Kabul un insieme di relazioni coerenti e con una prospettiva di lungo periodo. Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa ha iniziato a cambiare. L’approvazione, nel 2012, del progetto TAPI – il colossale gasdotto che dovrebbe rifornire l’India del gas turkmeno passando proprio dall’Afghanistan – ha ovviamente aumentato l’interesse di Delhi per la stabilizzazione militare ed istituzionale del Paese. Ed a maggior ragione con l’annuncio del ritiro Usa-NATO.

L’incontro del 16 dicembre scorso tra Karzai e Singh sembra infatti aver impresso una svolta in favore di una maggior cooperazione militare tra i due Paesi. Nei prossimi anni, anche polizia e forze militari afghane beneficeranno del supporto indiano in formazione e addestramento, finora monopolio delle forze ISAF e statunitensi. A partire dal 2014, circa 1000 ufficiali dell’esercito di Kabul si addestreranno nelle accademie militari indiane, in particolar modo nelle specialità di contrasto al terrorismo ed alla guerriglia. A sud di Kabul, il Ministero della Difesa indiano ha avviato una inedita cooperazione di assistenza militare con la Russia, con la ricostruzione dell’Accademia Militare Nazionale, attiva durante gli anni dell’occupazione sovietica e del regime di B. Karmal. Delhi mantiene inoltre la sua unica installazione militare all’estero nel vicino Tajikistan – la base aerea di Farkhor – dove l’aviazione di Delhi contribuisce sia al controllo dei porosi confini settentrionali afghani, sia di bilanciamento dell’influenza militare pakistana.

Una strada tutta in discesa quindi? Decisamente no. La profusione di risorse indiane verso Kabul è ben lungi dall’aver chetato l’influenza del Pakistan sul suo turbolento vicino, ancora troppo importante sia materialmente che politicamente. Islamabad ha ceduto alle pressioni Usa per l’apertura del commercio con Kabul, respingendole però in direzione di Delhi. Il risultato è che merci, tecnologie e diplomatici indiani possono giungere in Afghanistan solo dietro compenso o per via aerea.

La vicinanza di Delhi a Karzai ha inoltre già da tempo suscitato la reazione armata della guerriglia talebana. Il 3 agosto scorso, un auto a bordo tre attentatori suicidi è esplosa davanti al consolato indiano nella città di Jalalabad, uccidendo nove passanti. Era la terza volta che i jihadisti attaccavano strutture governative indiane. Nel 2008, un attentato con autobomba contro l’ambasciata indiana ha ucciso più di 60 persone, e nel 2010 attacchi suicidi contro due alberghi frequentati da diplomatici indiani hanno ucciso almeno 16 persone, tra cui sette cittadini di Delhi.

In molti vedono in queste violenze l’ombra del Pakistan, intento a limitare l’offensiva di charme di Delhi a Kabul, e probabilmente non a torto. Ma ad ostacolare una comprensiva Kabul Policy indiana in Afghanistan vi sono anche altre crisi regionali, come nel caso dell’Iran. L’adesione di Delhi al boicottaggio energetico contro Teheran limita per ora alla sola iniziativa del porto di Chabahar le possibilità di trovare alternative per aprire Kabul a collegamenti e commerci, bypassando il Pakistan.

La vera grande partita del futuro, è però quella delle risorse naturali afghane. Lo sfortunato Paese centro-asiatico sarebbe il custode di colossali giacimenti delle cosiddette rare earths. Si tratta dei minerali naturalmente compositi fondamentali per lo sviluppo della tecnologia informatica e delle telecomunicazioni. Buona parte dei giacimenti già sfruttati di tali risorse è ora ubicata in Cina, e nel 2011 il governo di Pechino ha suscitato allarme in tutto il mondo bloccando parte dell’export in favore dell’industria nazionale. Le riserve afghane di tali minerali avrebbero un valore di almeno 1000 miliardi di dollari. L’India, con la sua colossale industria di information technology, è la potenza emergente più interessata a mettere le mani su tale ricchezza, tenendo lontane sia Mosca che Pechino. Un desiderio, quest’ultimo, comune a tutte le potenze non solo occidentali, visto che la conquista da parte cinese anche di questi giacimenti significherebbe un monopolio del dragone sull’intera produzione mondiale.

 

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