giovedì, Luglio 29

Una fiction per fare i conti image

0

il-commissario-638x425

 

Una certa eco ha suscitato, in giro, la prima tranche della miniserie ‘Gli Anni spezzati‘, passata nei giorni scorsi su Raiuno. Questo è interessante, perché al di là del coro di critiche piovuto sulla fiction in questione, dimostra che, almeno per chi ha l’età di ricordare direttamente certi avvenimenti, il nervo è scoperto e la reattività, come si dice dei portieri di calcio pronti alla respinta fulminante, è ancora ottima.

Credo che gli autori non abbiano tenuto conto, nel dare il titolo alla loro opera in tre parti, dell’omonimo, bellissimo film di Peter Weir che raccontava il dramma di un gruppo di soldati australiani, incongruamente mandati a morire in Turchia per una di quelle beffe che solo la guerra sa ordire ai danni degli innocenti.
Ma a pensarci bene, forse sì. Perché l’analogia tra quei giovani sognatori e l’esercito dei ribelli anni 70, cinicamente manovrato dai soliti ignoti, ci sta tutta.

Si diceva delle critiche, aspre, ricevute dalla prima puntata della serie, centrata sulla figura del commisssario Luigi Calabresi, personaggio simbolo di quegli anni, ancora oggi capace di suscitare sentimenti fortemente contrastanti.

Calabresi funzionario esemplare, Calabresi martire, Calabresi persecutore, Calabresi assassino dell’anarchico Giuseppe Pinelli, suo antagonista in una lotta che l’immaginario collettivo ha ormai fissato nella memoria storica come il contrasto tra due persone oneste, schierate dallozeitgeistd’epoca su due barricate diverse. Vittime entrambi della violenza oscura di quel tempo torbido, nel quale tutti abbiamo avuto la sensazione di essere pedine inconsapevoli e impotenti di un vento gelido, livido, che soffiava implacabilmente molti metri al di sopra delle misere volontà di noi gente comune, sconvolgendo vite e scrivendo una Storia diversa da quella che il popolo avrebbe voluto.

Piazza Fontana, il dicembre 1969, sono l’inizio di questa Storia parallela, reale ma artificiosa, che l’Italia ha dovuto subire per cause che col tempo si vanno lentamente chiarendo ma che nebbie sintetiche e oblio naturale rendono ancora sfocate nella percezione della maggioranza.

E’ giusto scrivere, rappresentare opere destinate al pubblico più vasto che c’è a disposizione, quello televisivo della vecchia ammiraglia Rai, opere che parlano di fatti su cui la giustizia, in più di quarant’anni di lavoro assai accidentato, non ha saputo dare una risposta soddisfacente e definitiva? Domanda lecita, perché il rischio di utilizzare l’enorme potere divulgativo della televisione di Stato a vantaggio di una interpretazione forzatamente soggettiva di eventi cruciali come quelli in questione, è evidente. In particolare, quella che è stata subito definita la ‘santificazione’ di Calabresi ha fatto storcere la bocca a molti. Personalmente ho apprezzato il ‘j’accuse’ piuttosto netto nei confronti dei superiori del commissario, identificati come mandanti o collusi di una trama manifestamente eversiva, e la giustizia resa globalmente alla figura di Giuseppe Pinelli.

Poco convincente, invece, la realizzazione tecnica, soprattutto scenografica della fiction, prova degli attori a parte, in particolare l’ottimo Solfrizzi-Calabresi. Gli esterni girati in Serbia, come da un po’di tempo accade per motivi di ottimizzazione economica, rendono un pessimo favore alla credibilità della storia, peccato.

A conti fatti, suscitare dibattito su eventi che si tende a rimuovere credo sia sempre un valore, anche perché quarantacinque anni trascorsi non sono affatto pochi. Nel 1970 uno sceneggiato tv su fatti avvenuti negli anni venti, o trenta, la marcia su Roma o i prodromi della seconda guerra mondiale avrebbero dato così fastidio? Penso di no. Allora, se qualcosa di importante è stato sottratto alla nostra comprensione, ben venga chi, in un modo o nell’altro, riesce a far ripartire i pigri neuroni della nostra coscienza, a spingerci a fare i conti con un passato che ci appartiene, riempiendo pazientemente i vuoti e le macerie che bombe vigliacche ed ignobili  hanno lasciato nella nostra memoria.         

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->