martedì, Giugno 22

Una etichetta per i prodotti dei coloni israeliani Europarlamento sollecita l'etichetta che permetta ai consumatori di distinguere i prodotti delle colonie

0

Una etichetta che permetta ai consumatori di distinguere i prodotti delle colonie israeliane. Il Consiglio dei Ministri Ue potrebbe pronunciarsi entro fine anno. Oppure no.
La materia è delicata e diplomaticamente molto sensibile e gli avvocati della Commissione europea ci stanno lavorando da tempo. «Stiamo per concludere» ha fatto sapere il servizio del portavoce dell’Alto Rappresentante per la Politica estera Federica Mogherini senza precisare scadenze.

Lo scorso aprile i Ministri degli Esteri di 16 Paesi dell’Ue (Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Belgio, Svezia, Malta, Austria, Irlanda, Portogallo, Slovenia, Ungheria, Finlandia, Danimarca, Olanda e Lussemburgo) inviarono una lettera a Mogherini chiedendole di far progredire la questione, aperta nell’aprile 2013 da una richiesta analoga inviata da 13 Paesi dell’Ue a Cathy Ashton, che occupava all’epoca la stessa carica di Mogherini. Ashton aveva portato avanti la richiesta che fu, però, bloccata dal Segretario di Stato Usa John Kerry orientato a riprendere i negoziati di pace israelo-palestinesi.

Quello che chiedevano i membri dell’Ue nelle due lettere -e che è stato ribadito in una risoluzione la settimana scorsa al Parlamento europeo approvata con una valanga di voti a favore, 525– era una chiara etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in modo da permettere ai consumatori europei di scegliereo menotali prodotti.
Una scelta politica, certo, che avrebbe avuto un peso sull’economia israeliana penalizzando i prodotti dei coloni israeliani insediatisi nei territori palestinesi.

Nell’estate dello scorso anno il Belgio decise di passare all’azione pubblicando alcune linee guida ai suoi supermercati in cui si chiedeva di indicare chiaramente nelle etichette il luogo di provenienza dei prodotti israeliani in vendita: frutta, verdura, olio, vino, miele, pollame, uova ecc . Lo stesso avevano fatto Danimarca e Gran Bretagna. La presa di posizione britannica addirittura precede quella ogni altro Paese perché risale al 2009. Londra ipotizzava che una etichettaturaMade in Israelper i prodotti provenienti dagli insediamenti poteva addirittura essere considerata un reato.

I consumatori dei tre Paesi hanno, però, reagito in maniera poco incisiva per il commercio di tali prodotti.

Il Parlamento europeo «condanna la continua espansione degli insediamenti israeliani» e «prende atto» della richiesta avanzata da 16 ministri degli Esteri Ue all’Alto rappresentante Federica Mogherini di accelerare la creazione di un etichettatura per i prodotti che vengono dalle colonie, distinta da quella dei beni provenienti da Israele. E’ quanto si legge nelle risoluzione.

Al punto nove, la risoluzione «accoglie con favore l’impegno dell’Unione europea – in uno spirito di differenziazione tra Israele e le sue attività nei territori palestinesi occupati- a garantire che tutti gli accordi tra l’Unione europea e Israele indichino inequivocabilmente ed esplicitamente la loro inapplicabilità nei territori occupati da Israele nel 1967».

Dopo la rielezione di Benjamin Netanyahu alla guida del Governo israeliano (nel marzo 2015) i governi europei, firmatari della richiesta, avevano insistito sul rispetto dei limiti fissati dallalinea verde’, la separazione tra Israele e Territori Palestinesi, ventilando addirittura l’ipotesi di sanzioni nei confronti delle imprese israeliane attive nei territori.

La questione non è nuova: già il 14 maggio 2012 una risoluzione del Consiglio Affari Esteri dell’Ue aveva ribadito il proprio appoggio alla soluzione a favore dei ‘due Stati’ con il blocco degli insediamenti illegali. I ministri sottolineavano come l’Ue, in quanto maggiore donatore di fondi all’Autorità Palestinese, avesse pieno titolo per sostenere il processo di pace per giungere alla costruzione di uno Stato palestinese.

Nel 2013 la diplomazia europea aveva ben pensato di rilanciare la delicata patata bollente al servizio consumatori dell’Ue dove già esiste il principio di fornire al consumatore, attraverso l’etichettatura, la possibilità di effettuare una scelta informata in merito all’origine e alla composizione del prodotto da acquistare. Dopo tutto, si era detto, una etichettatura del genere per alimenti e cosmetici è già obbligatoria in Europa. La diplomazia non sembra abbia mangiato la foglia.

Le reazioni alla risoluzione del Parlamento da parte israeliana sono state invece durissime, come è emerso la settimana scorsa dagli incontri di Netanyahu con il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk a Gerusalemme.

La diplomazia europea si sta attivando ora, in vista dell’Assemblea Generale dell’Onu a fine mese, e l’Alto Rappresentante Mogherini sembra decisa ad avviare un processo di rilancio della fiducia tra Israele e Palestina. E forse non è il momento più opportuno per far applicare il codice di condotta sulle etichettature. O forse sì, a giudicare dalla massa di voti del Parlamento europeo.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->