martedì, Settembre 28

Una disuguaglianza inaccettabile che uccide il bene comune Si è creata a livello globale una concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi che non ha precedenti nell’intera storia dell’uomo. Questo grazie alla collusione tra finanza, politica ed accademia che ha consentito di spacciare come pietra filosofale una finanza totalmente priva di fondamento scientifico e reale

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Alla fine siamo arrivati al fondo del barile, ma continuiamo a raschiare sempre più in fondo, eppure da anni si scrive del fallimento di un modello socioculturale che ci ha portato nel caos. Le classi dirigenti sono ingabbiate in un pensiero unico che le stordisce e le priva di quella creatività e dell’emozianalità sociale ed umana necessaria per affrontare un crescente disordine e disuguaglianza che possono portare la società al collasso.

Nella lunga storia dell’uomo tutte le società sono saltate solo per due motivi: la guerra e la disuguaglianza; il diciannovesimo secolo è stato il segnale della discontinuità storica con i richiami alla libertà, all’uguaglianza ed alla felicità. Nel 1948 sono stati scritti sul sangue di due guerre mondiali i diritti fondamentali dell’uomo, in occasione della costituzione delle Nazioni Unite, come pietre miliari da non dimenticare mai. Ora, però, tutti quei diritti sono volati via nell’indifferenza per perseguire l’interesse personale esclusivo.

Il Covid-19 non è la causa del dramma quotidiano, ma solo l’effetto, ed ha messo in luce anni di dissennata politica di spesa corrente usata solo come strumento di raccolta di consenso politico a scapito della sanità, della scuola, delle infrastrutture, del sistema di welfare… , della ricerca di un bene comune troppo spesso invocato solo come un’ipocrita foglia di fico da parte di una classe politica che si è completamente staccata dalla realtà, e troppo intenta al mantenimento della sua sopravvivenza.

A fronte di una rivoluzione finanziaria che ha eretto la finanza a verità incontrovertibile, la gente è stata indotta a credere nell’abbondanza infinita ed al consumo a debito; si è creata a livello globale una concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi che non ha precedenti nell’intera storia dell’uomo. Tutto questo è stato possibile grazie alla collusione tra finanza, politica ed accademia che ha consentito di spacciare come pietra filosofale una finanza totalmente priva di fondamento scientifico e reale, inondando il mondo di prodotti tossici come i derivati, i otc, cds .. di cui nessuno capiva nulla perchè tutto era mascherato dai media controllati dagli interessi di pochi e da una politica sotto scacco e suddita della finanza. Così, intrappolati dal piffferaio magico, ci siamo avviati come i lemming verso il dirupo, dimenticando che si guadagna per vivere e non il contrario, perché la vita diventa un mezzo e non più un fine .

La finanza sostenuta dai media è asimmetrica all’economia reale, l’unica che genera vera ricchezza; il distacco nel 1971 dall’oro e dal riferimento ad un bene reale ha dematerializzato la ricchezza, che oggi è solo un numero che cambia in continuazione, frutto di una speculazione infinita.Questa sirena, alimentata dal suicida mantra del ‘creare valore per gli azionisti’, ha incantato tutti a danno della nostra storia, cancellando aziende per correre dietro ad una delocalizzazione selvaggia ed ai paradisi fiscali, che hanno cancellato posti di lavoro e parte di quella attività manifatturiera che ci ha portato tra i Paesi ad elevata ricchezza.
Ritornare all’economia reale ed all’uomo è la frontiera culturale che dobbiamo affrontare per combattere una povertà crescente ed una disuguaglianza inaccettabili; il passaggio non è facile perchè i problemi sono sempre problemi di uomini; certamente l’esclusivo ricorso ad una sterile cultura giuridica espressa da una marziana burocrazia diventa una soffocante garrota e va disinnescata. L’effetto di questa cultura sui sistemi di controllo è devastante, la forma diventa sostanza e nessuno controlla nulla.

La povertà si combatte creando lavoro e non dando sussidi, ma questo non è nella cultura della classe dirigente attuale, parlare di patrimoniale è una dissennatezza perché c’è già e si chiama IMU che diventa strangolante; le imprese non possono più sottostare alla garrota della distribuzione dei dividendi a tutti i costi, che le impoverisce in una logica del breve tempo, ma l’economia reale opera nel lungo tempo; si deve ripensare in una logica di collaborazione, perchè solo l’arricchimento del capitale sociale può garantire quello economico, mai viceversa.

Il libro di Quelet ricorda che vi è un tempo per tutte le cose: «Tutto ha il suo momento ed ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo»; Sant’Ambrogio citando il libro scriveva: «I semi si aprono nella loro stagione, gli animali partoriscono nella loro stagione ..infatti c’è sempre un tempo per partorire ed un tempo per morire..C’è un tempo per guadagnare ed un tempo per restituire, un tempo per conservare ed un tempo per gettare via». Proviamoci.

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Sull'autore

Fabrizio Pezzani è professore ordinario di Economia Aziendale presso l’Università L.Bocconi di Milano e distinguished professor presso la SDA Bocconi School of Management. Ha insegnato nelle Università di Parma, di Trento e di Brescia; è membro del comitato scientifico della Fondazione 'Centesimus Annus pro Pontifice' e di svariati Editorial Board di riviste internazionali di economia; è stato fino al 24 febbraio 2013 presidente del collegio dei revisori di Milano. E’ autore di contributi importanti sia a livello nazionale che internazionale sui temi dell’economia aziendale italiana fondata sulla realizzazione del bene comune, la sua lettura è ampia ed estesa ad altre scienze sociali. L’economia, in questa visione, è e rimane una scienza sociale e non una scienza esatta come oggi viene intesa.

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