lunedì, Ottobre 18

Una costosa 'rivoluzione verde' field_506ffb1d3dbe2

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L’impegno della Cina contro il cambiamento climatico vale 6 milioni di dollari e molte promesse. Ma l’obolo versato da Pechino alla crociata ambientalista dell’Onu non è bastato a distogliere l’attenzione dalla sedia lasciata vuota da Xi Jinping. L’assenza del Presidente cinese al Climate Summit 2014 è stata da molti interpretata come un autogol politico, uno scivolone diplomatico da parte del gigante asiatico primo emettitore al mondo di gas serra. E poco importa che a ‘bigiare’ siano stati anche leader della caratura del Premier indiano Narendra Modi e della Cancelliera tedesca Angela Merkel

Lunedì scorso, giusto alla vigilia del summit, l’organizzazione Global Carbon Project ha annunciato per la prima volta il sorpasso di Pechino su Bruxelles quanto a emissioni pro-capite. Secondo gli ultimi rilevamenti degli scienziati – contestati da Pechino- la Cina emette 7,2 tonnellate di CO2 pro-capite, contro le 6,8 tonnellate dell’Unione Europea. Dal 2000 la Cina rappresenta da sola due terzi della crescita globale di emissioni di anidride carbonica. Mentre America ed Europa stanno riducendo le loro emissioni di 60mila tonnellate l’anno, la Repubblica popolare aumenta le proprie di oltre 500mila. Un pericolo per il mondo intero, grida l’Occidente. Dal regno di Mezzo rispondono che la Cina, nel pieno di «un processo di industrializzazione e urbanizzazione», non sta facendo altro che seguire il percorso tracciato dalle economie (ormai) mature: «Prima si inquina, poi si pulisce». Senza contare che un quarto delle emissioni deriva dalla produzione di quelle ‘cineserie’ destinate ai mercati esteri.

I numeri, tuttavia, non sono dalla sua: se da una parte l’economia cinese conta per il 16% della produzione mondiale, dall’altra consuma tra il 40% e il 50% delle riserve globali di carbone, rame, acciaio, nichel, alluminio e zinco. Non è difficile scorgere i sintomi di un’ipertrofia che risale all’epoca di Mao, quando l’utilizzo dell’energia era tutt’altro che oculato. Tra il 1950 e il 1978, il consumo energetico per unità di Pil è addirittura triplicato. Nei primi anni ’90, all’alba della sua crescita iperbolica, la Cina utilizzava ancora 800 tonnellate di carbone per 1 milione di dollari di produzione, molto più di altri Paesi in via di sviluppo. Tutt’oggi, l’energia che serve alla seconda economia mondiale, dipende dal carbone per oltre il 65%; circa 3,8 miliardi di tonnellate all’anno, un quantitativo quasi pari a quello consumato da tutto il resto del pianeta messo insieme e che nel 2015 dovrebbe salire a 4,1 miliardi di tonnellate se non di più. 

Conscio dell’aggravarsi della situazione agli occhi del mondo così come dei suoi sempre meno malleabili cittadini (lo dimostra la crescita esponenziale delle proteste ambientali), Pechino ha lanciato una ‘rivoluzione verde’ che ha come scopo primario l’emancipazione dal carbone. Intorno alla metà del giugno 2013 il Governo cinese ha annunciato un primo pacchetto di misure volte a limitare l’inquinamento atmosferico, partendo dall’inasprimento delle pene per i reati ambientali. In accordo con il nuovo paradigma di crescita (sostenibile) sponsorizzato dall’amministrazione Xi Jinping-Li Keqiang, i funzionari locali saranno direttamente responsabili per la qualità dell’aria nella zone di loro competenza. Si è poi parlato di incrementare l’uso delle rinnovabili al 20% del fabbisogno entro il 2020, mentre 275 miliardi di dollari andranno a irrobustire la lotta all’inquinamento nei prossimi cinque anni. Una somma che l’‘Economist’ ha definito «seria anche per i parametri cinesi, pari al Pil di Hong Kong o due volte il budget destinato alla Difesa».

Stando ai media di Stato, a partire dal prossimo gennaio Pechino vieterà il carbone con un’alta percentuale di ceneri e solfuri, mentre entro il 2016 dovrebbe essere introdotta una soglia di emissioni inquinanti a livello nazionale, una misura che – secondo gli esperti – farà finalmente la differenza tra la ridda di promesse/regolamentazioni annunciate dal Dragone e accolte con sospetto dagli addetti ai lavori. E metterà a tacere quanti finora hanno accusato la dirigenza cinese di aver chiuso un occhio davanti allo stupro ambientale, perpetrato dalle autorità locali, per paura di soffocare la crescita economica. «Non è una buona cosa avere ricchezze e prosperità mentre l’ambiente si deteriora», aveva scandito il Premier Li Keqiang nel suo discorso inaugurale nel marzo 2013, «ma non è comunque meglio vivere in povertà e arretratezza mentre si è circondati di acque limpide e montagne verdeggianti».

Se per avere aria, suolo e acqua puliti i cinesi dovranno attendere svariati anni, per il momento l’effetto più immediato della lotta alle emissioni è stata una sonora batosta all’industria del carbone. Il carbone termico si trova ad affrontare le sfide derivanti da un’offerta in eccesso a fronte di un calo strutturale della domanda sulla scia del disimpegno da fonti energetiche inquinanti a favore di surrogati più rispettosi dell’ambiente. Le cifre suggeriscono che nei primi sei mesi del 2014 la produzione di carbone è scesa dell’1,8% su base annua, mentre a giugno un rapporto della China National Coal Association registrava perdite per il 70% delle società del settore.

«L’obiettivo [delle politiche verdi]è molto molto ambizioso», ha commentato ai microfoni dell”Huffington Post’ Ailun Yang, senior associate del World Resources Institute, «non penso però che la gente si sia resa conto dell’impatto che il raggiungimento di questi obiettivi avrà sull’economia e sulla disoccupazione». A Tongchuan, città-prefettura dello Shaanxi, il crollo dei prezzi del carbone, l’assottigliarsi delle risorse naturali e le sempre più aggressive misure anti-inquinamento stanno costringendo la popolazione locale a reinventarsi. Da quando il Governo provinciale si è posto come target, da qui a due anni, un taglio del 13% nel consumo del carbone, l’economia locale sta virando verso fonti di guadagno alternative. Nel villaggio di Zhaojin ex minatori e agricoltori sono stati costretti a cedere le loro attività e la propria terra per far posto a monumentali costruzioni in memoria del passato glorioso del Pcc. Un esempio in cui la ‘rivoluzione verde’ si sposa con quella ‘rossa’. Negli ultimi due anni le autorità provinciali hanno investito centinaia di milioni di dollari nella speranza di sfruttare gli introiti derivanti dal turismo nostalgico per riempire il vuoto lasciato dalle miniere. Molte sono state chiuse dopo che, nel 2011, un’esplosione in un sito vicino è costata la vita a 11 persone.

Con circa 12mila impianti, la Cina detiene il primato mondiale per numero di miniere. Negli anni ’90 le miniere facevano intorno ai 6000 decessi all’anno, pari a cinque vite ogni tonnellata di carbone estratta. Senza calcolare le malattie polmonari che accompagnano normalmente l’esistenza di un minatore. Nel 2009 la Repubblica popolare produceva più di due volte il carbone estratto dagli Usa, ma il tasso di incidenti nelle miniere cinesi era oltre 110 volte più alto che in quelle americane. La gravità della situazione ha raggiunto un livello tale che già all’inizio degli anni Duemila le regolamentazioni in materia si erano fatte più severe, sopratutto nelle aree di recente sviluppo dove l’estrazione a cielo aperto ha sostituito gli angusti tunnel. Con la complicità del rallentamento economico e del crollo della domanda anche la pressione sui lavoratori e gli obiettivi di produzione si sono ridimensionati: netta la diminuzione dei morti sul lavoro scesi a poco più di mille nel 2013.

Il Guizhou, una delle province più povere del Paese, siede su montagne di carbone che fino a poco tempo fa sarebbero state prontamente destinate all’attività estrattiva. Oggi non più. Per allinearsi al diktat anti-inquinamento del governo centrale la regione sta cominciando a fare affidamento sulle importazioni di gas naturale birmano. Lo scorso aprile, le autorità hanno annunciato la chiusura di 1725 miniere di piccole dimensioni nel corso del 2014 nell’ambito di una manovra su scala nazionale finalizzata a sospendere gli impianti meno produttivi e di bassa qualità -localizzati sopratutto a est- per creare una serie di ‘basi energetiche’ circoscritte nel nordovest e nelle zone più remote della Repubblica popolare. Nel giro di vite finiranno chiaramente anche «le miniere illegali e quelle non conformi ai requisiti di sicurezza posti dallo Stato», con esiti che si preannunciano disastrosi per molte famiglie.

Nel 2009 le attività illegali contavano ancora per il 35% del carbone prodotto complessivamente. L’estrazione del carbone, nel Guizhou, ha garantito ai lavoratori salari dieci volte più alti di quelli raggiungibili con il lavoro dei campi. Ma ormai anche per chi fin’ora è riuscito a dribblare la legge la diminuzione dei prezzi del carbone si è tradotta in un’erosione dei guadagni. E’ questo il caso di molti giovani di Longmen, cittadina dello Shaanxi che delle miniere illegali ha fatto una ‘specialità locale’. Dong Yanli ha lavorato per sei anni nei polverosi cunicoli, poi quando ha visto il proprio stipendio ridursi sensibilmente ha aperto un negozio nel nuovo distretto turistico di Zhaojin. Certo, vendendo frutta e carne non ci si arricchisce, ma basta a sostenere la propria famiglia.

La situazione è complessa sopratutto per le persone più anziane, difficili da ricollocare in settori come i servizi e l’hi-tech“, ci spiega Barbara Finamore, Direttrice per l’Asia dell’NRDC (Natural Resources Defense Council ), “per i lavoratori anziani è bene considerare l’introduzione di benefit e misure di assistenza sociale. Per i più giovani, invece, la Germania ci insegna che è possibile risolvere parte del problema con scuole di formazione tecnica. Nella valle della Ruhr, che sta cercando a sua volta di passare dal carbone al turismo, la transizione, continua ad essere problematica, ma a Pittsburgh, per esempio, l’industria biotech è molto promettente. Città cinesi come Datong e Taiyuan stanno cercando di sviluppare il turismo come salvagente per il futuro, mentre nello Hebei il Governo sta provvedendo a fornire sussidi per la chiusura di acciaierie, cementifici e fabbriche inquinanti in modo da alleviare gli effetti derivanti dalla perdita di posti di lavoro e finanziare settori strategici. Ma la Cina potrebbe fare molto di più a livello di programmi di formazione professionale. E in questo ha molto da imparare dalla Germania”.

 

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