lunedì, Luglio 26

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San Paolo – Quando la neo-eletta Presidente del Cile Michelle Bachelet annunciava, ancor prima di vincere il ballottaggio contro Evelyn Matthei, la sua volontà di dare al Paese una nuova Costituzione, non la si poteva certo tacciare di originalità. Fare e disfare Costituzioni è infatti un’attività piuttosto frequente in America Latina. Rispetto al resto del mondo, l’America Latina gode del record indiscusso di adozioni costituzionali. Ai primi posti per numero di Costituzioni troviamo infatti la Repubblica Dominicana (32), il Venezuela (26) e Haiti (24).

Come ha recentemente sottolineatoThe Economis‘, che a riguardo segnala anche due interessanti saggi- uno a opera di José Luis Cordeiro, l’altro firmato da Gabriel Negretto– il continente americano, ad eccezione di Stati Uniti e Canada, rappresenta un vero e proprio laboratorio costituzionale. A partire dal 1978, tutte le Mazioni latino-americane hanno rimpiazzato o emendato le loro Carte, mostrando una notevole elasticità nel mettere le mani in quelle che in Europa occidentale (l’Italia ne è un ottimo esempio) sono considerate alla stregua di Bibbie civili. Un fenomeno che fa riflettere gli studioso, e che offre spunti interessanti per comprendere meglio la storia e l’attualità dei Paesi dell’America Latina.

Ovviamente, una Costituzione non può essere considerata intoccabile, ed è più che normale che si adatti a tempi che cambiano e alle esigenze della collettività. Può anche accadere che sia necessario e salutare un nuovo patto sociale che cambi completamente le regole del gioco. Ma, ogni caso, riscrivere ex novo ed emendare sono due cose ben diverse. Nel primo caso si crea un nuovo patto sociale, retto da principi e regole che disciplinano il ruolo, le finalità e i compiti dello Stato. Nel secondo si compie una modifica parziale che, per rilevante che sia, non intacca il cuore della struttura costituzionale.

Ma, che si tratti di scriverne di nuove o di emendarle, l’America Latina lo fa con una frequenza impressionante. Qualche numero per farsi un’idea. Da quando hanno ottenuto l’indipendenza, gli Stati della regione hanno adottato ben 194 costituzioni, la metà delle quali risale al XX secolo. Facendo la media per Stato, sono 10,7 costituzioni ciascuno, 5,7 partendo dal 1900. La vita media di una costituzione è di 16,5 anni dall’indipendenza, e di 23,3 per quelle in vigore dal 1900 al 2008 (i dati provengono dalla ricerca di Negretto).

Un fatto di cui tenere conto nel riflettere su questi numeri è la travagliata storia recente della regione. Spesso la a necessità di un cambio costituzionale si è verificata in corrispondenza dei mutamenti di regime. Nell’uscire dalle dittature che hanno tristemente caratterizzato buona parte del secolo scorso, le nuove costituzioni latino-americane ricalcavano la volontà da parte delle neonate democrazie di rompere col passato e inserire, in modo non dissimile da come accaduto in Italia nel secondo dopoguerra, una serie di garanzie per tutelarsi contro nuovi autoritarismi.

Eppure, sorprende come a partire dal 1978, quando la maggior parte della regione era ormai democratica, sia stata adottata quasi una nuova Costituzione per ogni Nazione latino-americana. Insomma, diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare, non tutte le costituzioni inaugurate ponevano fine a una dittatura o comportavano un cambio di regime.

Anche perchè non è sempre necessario instaurare un nuovo ordine costituzionale per far sì che si imponga un regime democratico. Un esempio può essere proprio quello cileno. Con la caduta di Augusto Pinochet, le forze che gestirono il processo di transizione verso il pluralismo politico non ritennero necessario adottare un nuovo testo, preferendo, nonostante aspre critiche provenienti dalla sinistra più radicale, ricorrere a emendamenti correttivi. Ora, come si è visto, le invocazioni per una nuova Costituzione sono tornate in auge.

A proposito di emendamenti, ci si aspetterebbe, in linea teorica, che in America Latina il loro numero debba essere molto più basso rispetto a quello di zone con istituzioni più stabili, dove le carte fondamentali sono durate di più. Anche solo intuitivamente, una macchina nuova è più difficile che abbia bisogno di riparazioni. Invece il tasso medio di emendamenti delle nazioni latino-americane, cioè il numero di emendamenti diviso per gli anni in cui una costituzione è rimasta in vigore, è praticamente lo stesso dei Paesi dell’Europa occidentale, che hanno ben altra stabilità costituzionale. Le costituzioni vengono continuamente modificate, non importa quanto siano recenti.

Il caso venezuelano è esemplare. La nuova Costituzione che inaugura la Repubblica Bolivariana fu approvata nel 1999, fortemente voluta da Hugo Chávez, che voleva costruire uno Stato decentralizzato e basato su una più ampia partecipazione democratica. Se questi obiettivi siano stati effettivamente raggiunti è ancora tema di dibattito. In ogni caso, quella che per il Presidente era la ‘miglior Costituzione del mondo’, è stata emendata tramite referendum appena dieci anni dopo, per permettere al Comandate di essere rieletto senza limiti di mandato. Senza contare un precedente tentativo fallito nel 2007. Ma anche in Ecuador, Guatemala, Bolivia e Messico sono avvenuti stravolgimenti costituzionali di varia natura.

Le ragioni che spiegano questa febbre del cambio costituzionale sono numerose, ma una delle più sottolineate è la tendenza, da parte della coalizione al potere, a utilizzare le Magnae Cartae per plasmare lo Stato e le sue istituzioni a propria immagine e somiglianza. Se le vecchie costituzioni non servono gli scopi di un nuovo regime, possono rappresentare solo un ostacolo all’implementazioni di nuovi paradigmi ideologici. Perciò, la coalizione dominante tenderà a scavalcare la legge ordinaria nel tentativo di creare non solo un ambiente più comodo per la propria azione politica, ma che imponga a livello strutturale le proprie concezioni politiche.

Questo fenomeno ha generato le Costituzioni finalistiche che caratterizzano alcuni Paesi della regione. Costituzioni che sono caratterizzate da grande dettaglio nelle loro prescrizioni, un fatto che ne spiega il continuo mutare. Se infatti una coalizione modella le leggi fondamentali in modo consono alla propria visione, un cambio politico ai vertici renderà la Carta sgradita a chi gode della nuova maggioranza. Un problema che, si capisce, accomuna le democrazie ‘populiste’ di oggi alle dittature di ieri.

Costituzioni più ridotte, sia per lunghezza che per scopo, sono invece molto più elastiche rispetto a chi detiene il Governo. La Costituzione degli Stati Uniti, che risale al 1787, ha subito numerosi emendamenti che le hanno permesso di adattarsi al mutare delle variabili economiche, sociali e culturali, ma la sua essenzialità ha favorito la stabilità istituzionale. Regole restrittive creano necessariamente vinti e vincitori, generando l’incertezza politica che caratterizza Paesi come il Venezuela, intrappolato oggi nella spirale di violenza generata dalla polarizzazione che il chavismo ha generato nella vita politica del Paese. Se l’opposizione dovesse sostituire, democraticamente o meno, il Governo chavista, è difficile che accetti di governare con questa Costituzione ad hoc. Ne arriverà una nuova, l’ennesima?

Bisogna constatare che le costituzioni sono state, e sono tuttora, strumenti di opportunismo da parte di leader latino-americani che desiderano proseguire la loro carriera al potere, come dimostrano i numerosi casi di emendamenti che allungano i mandati elettivi e i continui annunci di nuove modifiche. Una continua manomissione delle regole, rischia di renderle meno incisive, e testimonia, più in generale, l’instabilità politica che caratterizza un continente travagliato. Finchè permarrà un’alta conflittualità politica ed ideologica, assisteremo a molti altri cambi costituzionali. Come diceva Confucio, ‘la vita è semplice, ma noi ci ostiniamo a renderla complicata’.

 

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