venerdì, Ottobre 22

Una controversa alternativa al petrolio Può il carbone diventare un nuovo alimento per il primo mercato automobilistico del mondo?

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Nelle steppe della Mongolia Interna, nel nord della Cina, si nascondono alcuni dei più grandi giacimenti di carbone del mondo, pari a circa l’11,4 per cento delle riserve complessive del gigante asiatico. Ogni anno, 3,45 milioni di tonnellate di carbon fossile vengono trasportate fino a una grande fabbrica poco fuori Ordos, 150 chilometri a sud di Baotou, la città più grande della regione autonoma, per essere convertite in combustibili liquidi, principalmente gasolio e benzina. Un processo divenuto nell’ultimo decennio sempre più necessario a fronte della crescente fame di carburanti riscontrata nel primo mercato automobilistico al mondo. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, nel 2009 la Cina (154 milioni di vetture di proprietà lo scorso anno) ha consumato circa 250 milioni di tonnellate di benzina, gasolio e kerosene per i trasporti. Oltre la metà (il 59,6 per cento) del petrolio di cui il Dragone necessita per la produzione di tali combustibili arriva da oltremare, e c’è la possibilità che entro il 2020 le importazioni salgano fino al 67%. Ragione per la quale la Cina si sta affrettando a trasformare le sue vaste riserve di carbone – 114,5 miliardi di tonnellate secondo stime del 2012 – per sopperire al fabbisogno nazionale di oro nero e derivati, affrancandosi dalle forniture esterne.

Un utilizzo diversificato del combustibile fossile sembra in parte venire incontro alle direttive lanciate dal Governo per attenuare l’inquinamento rampante che affligge il Paese. Al momento il carbone conta per il 70 per cento del mix energetico di cui si avvale l’industria cinese; Pechino punta a ridurlo al di sotto del 65 per cento entro il 2017, con l’obiettivo di scendere al 50 per cento entro la metà del secolo. Come parte della sua ‘strategia verde’, negli ultimi tre anni la Cina ha lautamente foraggiato una serie di progetti di gassificazione e liquefazione del carbone in Mongolia Interna, nello Shaanxi, nel Ningxia, nello Xinjiang e nel Liaoning. Ma stando agli esperti, è sopratutto l’erosione dei profitti dell’industria tradizionale a spingere i produttori verso sbocchi alternativi: stando alla China National Coal Association, nel 2014 sette compagnie carbonifere su dieci non sono riuscite a far quadrare i bilanci strette nel gorgo di un rallentamento economico che ha visto la crescita cinese procedere al ritmo più basso degli ultimi 24 anni. «Trasformare il carbone in carburanti liquidi è ormai un must. Forse non lo è per l’Europa o gli Stati Uniti, ma lo è per la Cina», spiega a ClimateWire Sun Qiwen, ex capo ingegnere dell’industria di conversione del carbone presso la sudafricana Sasol e oggi responsabile per il gruppo cinese Yankuang di un progetto in corso d’opera a Yulin, città-prefettura del Guangxi.

Mentre Australia, Indonesia e Stati Uniti continuano a esplorano il settore, fino al 2012 la Cina era ancora l’unico Paese, dopo il Sudafrica, ad aver adottato la liquefazione del carbone su scala commerciale. I numeri parlano chiaro. Secondo quanto riportava a gennaio l’agenzia di stampa Xinhua, lo scorso anno l’impianto di Ordos, (il primo per la conversione diretta da carbone a petrolio ad aver visto la luce in Cina alla fine del 2009), gestito dal colosso Shenhua Group, ha generato 866.000 tonnellate di prodotti liquidi, ovvero 3.000 tonnellate al giorno per un consumo di circa 10.000 tonnellate di carbone. Ma se nel 2012 quello di Shenhua Group era l’unico impianto di conversione presente nella Repubblica popolare, oggi le società coinvolte nella liquefazione del carbone sono salite ad almeno quattro; alla lista si sono aggiunte Yankuang Group, Shanxi Jincheng Anthracite Coal Mining Group (entrambe statali), e la privata Inner Mongolia Yitai Coal Co. Ltd. Sebbene non siano disponibili dati ufficiali sul quantitativo esatto dei progetti attualmente in corso, stando a ClimateWire, in Cina sarebbero perlomeno sedici gli stabilimenti (già ultimati, in costruzione o in fase di progettazione avanzata) per la trasformazione del carbone, pari ad una capacità produttiva complessiva di 22 milioni di tonnellate. Nell’arco di soli tre anni, Yankuang ha sborsato 20 miliardi di yuan (3,2 miliardi di dollari) per realizzare la zona industriale di Yulin. Grande quanto 280 campi da calcio, l’impianto -il cui taglio del nastro è previsto per giugno- dovrebbe produrre all’anno 1 milione di tonnellate di carburante liquido, oltre a convertire scarti industriali in vari sottoprodotti. Il gruppo conta di rientrare di tutte le spese entro otto anni.

Nate nella Germania nazista, le tecniche di liquefazione furono largamente adottate in Sudafrica negli anni ’50, quando il Paese si trovò tagliato fuori dalle esportazioni di petrolio sulla scia delle sanzioni Onu in protesta al regime dell’apartheid. Due le categorie in cui ricadono le tecnologie specifiche di conversione: processi di liquefazione diretta e di liquefazione indiretta, dove nel primo caso si intendono quei procedimenti che implicano la gassificazione del carbone in una miscela di monossido di carbonio e idrogeno (syngas) e fanno uso di sistemi come il Fischer-Tropsch per trasformare il composto di syngas in idrocarburi liquidi. I processi di liquefazione diretta, di contro, convertono il carbone direttamente in liquidi, senza passare per la fase gassosa, attraverso l’applicazione di solventi e catalizzatori in un ambiente ad alta pressione e temperatura. Per il momento la maggior parte degli impianti cinesi prevede ancora la liquefazione indiretta, che oltre ad essere più costosa è in grado di raggiungere un’efficienza termica del 40 per cento, contro il 75 per cento ottenibile con il processo diretto.

A vederli i combustibili originati dal carbone hanno un aspetto simile a quello dei derivati dal petrolio; quando vengono bruciati liberano la stessa quantità di anidride carbonica ma meno emissioni sulfuree. “Un potenziale vantaggio del processo indiretto (basato sul Fischer-Tropsch) è che questi carburanti sono piuttosto puliti quando vengono impiegati nei trasporti“, spiega a L’Indro Eric D. Larson, senior fellow dell’Energy Systems Analysis Group presso la Princeton University. Il vero problema sta nelle tecniche di conversione, che oltre a richiedere abbondante acqua (risorsa di cui la Cina scarseggia sopratutto nelle aree miniere del Nord-Ovest), rilasciano quantità doppie di anidride carbonica rispetto all’estrazione e raffinazione dei combustibili derivati dal petrolio. Fattore non tralasciabile considerato che -in base all’accordo stretto con Barack Obama a margine del summit Apec- il gigante asiatico si è impegnato a raggiungere il picco massimo di emissioni entro il 2030. Larson controbatte dichiarando che, sì, rimangono alcuni nodi da sciogliere. Ma che “se l’anidride carbonica generata come sottoprodotto durante la conversione del carbone viene catturata e immagazzinato sottoterra, allora le emissioni di gas serra diventano più o meno le stesse dei combustibili derivati ​​dal petrolio. Se alcune biomasse prodotte in maniera sostenibile venissero trattate con il carbone per creare combustibili liquidi e il sottoprodotto di anidride carbonica venisse catturato/immagazzinato, questi carburanti sintetici produrrebbero emissioni di gas serra più basse rispetto ai derivati ​​del petrolio. Maggiore è il contenuto in biomassa, minore saranno le emissioni di gas serra.” Pechino tentenna. Lo scorso dicembre, all’indomani della conferenza Onu sul clima, la stampa cinese aveva ventilato l’ipotesi di uno stop all’approvazione di nuovi impianti per la trasformazione del carbone in gas e carburanti liquidi. Manovra che risparmierebbe al gigante asiatico 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica l’anno.

Alle incognite ambientali si aggiungono alcune considerazioni di ordine economico. Per gli analisti i derivati dal carbon fossile risultano un’alternativa vantaggioso nel momento in cui i prezzi del petrolio rimangono al di sopra dei 25-40 dollari al barile (50 dollari secondo stime di MRS Bullettin), ma con il movimento a ribasso registrato recentemente dal greggio il processo di conversione potrebbe rivelarsi non solo un ostacolo alla ‘green revolution’ promossa da Pechino, ma anche molto poco conveniente. Sfruttando i prezzi attorno ai minimi storici, a dicembre la Cina ha acquistato 31 milioni di tonnellate di oro nero segnando un aumento mensile del 10 per cento. Secondo un rapporto pubblicato a gennaio dal colosso statale China National Petroleum Corporation, alla fine del 2013 le riserve strategiche del gigante asiatico ammontavano a 140 milioni di barili. Le autorità prevedono di portarle a 600 milioni di barili entro il 2020.


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