mercoledì, Maggio 12

Una celebrazione dimenticata field_506ffb1d3dbe2

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Giovanni Sgambati darà … quelle meravigliose feste

della grande Arte, che quanti sono maestri ed intenditori

in Roma rammentano con infinito desiderio.

(Gabriele d’Annunzio su “La Tribuna”, gennaio 1888)

 

Nel generale disastro in cui versa la Cultura italiana si riduce viepiù lo spazio per il risalto delle cose importanti e di quelle meritevoli. Come sempre, nei momenti di confusione, si altera l’ordine delle priorità e ciò che sarebbe cosa buona e giusta considerare, viene trascurato a vantaggio del meschinamente quotidiano, dell’effimero, dell’irrilevante, del caduco, quando non si finisca addirittura per “civettare con la rivoluzione” (Musil).

Del resto, se anche il governo della Nazione chiama le proprie iniziative legislative con nomi stranieri (“job act”: forse per far dimenticare la brutta figura relativa alla approssimativa conoscenza della lingua inglese di cui ha fatto sfoggio il Presidente del Consiglio Renzi?), come si può pensare ad una tutela del nostro patrimonio culturale, di cui la lingua rappresenta ovviamente la prima e più immediata espressione? Provate a pensare al governo americano o a quello inglese o a quello francese o a quello tedesco che definiscano ed approvino un provvedimento chiamandolo in altra lingua: non lo vedrete di certo se non in qualche film comico! In Italia, invece è una pratica costante, segno della decadenza culturale nella quale siamo irrimediabilmente immersi e che si esprime in una ripetitiva quanto banale negazione della propria identità.

Non a caso, qui da noi la quota di “pil” destinata alla cultura è la più bassa tra quelle dei paesi europei (solo la Grecia fa peggio) ed il disinteresse delle classi di governo che si succedono (tutti sanno come vengono selezionate …) è sempre il medesimo, quando non è crescente. In Italia, infatti, negli ultimi decenni, chiunque abbia acquisito un posto di potere ha agito quasi esclusivamente per il proprio personale tornaconto e non per l’interesse della collettività: la cultura che è arricchimento collettivo, non ha più trovato, pertanto, l’interesse che necessita e che merita.

In questo grigio diluvio di mediocrità politica e quindi culturale, è passato praticamente inosservato il centenario della morte di Giovanni Sgambati, musicista romano, nato nel 1841 e morto cento anni fa nel 1914, che sarebbe stato certamente degno di essere ricordato con maggiore attenzione. I centenari, si sa, servono quasi soltanto a fornire alibi o giustificazioni, per le proprie programmazioni, alle direzioni artistiche poco originali; quindi si va avanti con quelli che è quasi inutile celebrare (vedi quelli recenti di Verdi e Wagner che, giustamente continuano ad essere comunque gli autori tra i più rappresentati ed eseguiti) e poca o nessuna attenzione si dedica a quei centenari che potrebbero invece essere ottima occasione per ridare visibilità ad autori negletti per disattenzione, incuria, ignoranza, conformismo. La celebrazione e la rivalutazione degli autori trascurati o dimenticati dovrebbero essere tra i compiti delle istituzioni musicali pubbliche e la ricerca in questo ambito dovrebbe far parte degli impegni dei direttori artistici. Sappiamo, però, che questi sono prevalentemente occupati in altro, ragion per cui il centenario della morte di Sgambati se ne è andato alla chetichella, celebrato soltanto con qualche piccolo concerto e con qualche sparuta iniziativa editoriale, per cui non abbiamo visto alcuna attenzione per la sua musica nelle stagioni concertistiche italiane.

Mostrando uno straordinario talento musicale sin da fanciullo, Giovanni Sgambati aveva iniziato prestissimo lo studio del pianoforte e della composizione divenendo successivamente allievo di Franz Liszt. Di padre italiano, di cui rimase orfano a soli otto anni, e di madre inglese (figlia dello scultore Joseph Gott), era nato a Roma e, dopo la morte del padre visse a Trevi, in Umbria, per una decina d’anni, tornando poi definitivamente nella capitale dove, non ancora ventenne, conobbe Franz Liszt e ne divenne allievo ed amico, tanto da ospitare presso la propria casa la scuola pianistica dell’Ungherese. Le testimonianze ce lo descrivono come dotato di un’indole gaia e di un eloquio flemmatico condito da un humour tipicamente inglese, ereditato evidentemente dalla madre.

Il nome di Sgambati cominciò ben presto a circolare in tutta Europa dove, nei numerosi concerti tenuti nelle varie capitali, fu apprezzato sia come pianista che come compositore. Egli poté vantare, oltre che quella di Liszt, l’amicizia dei più importanti musicisti dell’epoca. Innumerevoli furono gli attestati di stima, nei suoi confronti, da parte di colleghi, tra i quali Tschajcovsky e Brahms o il ventiduenne Debussy che volle conoscerlo trovandosi a Roma per il “Prix”, che testimoniano la considerazione universale da lui raggiunta, tanto da essere invitato a succedere a Rubinstein quale direttore del Conservatorio di Mosca (invito, però, declinato). Fu stimato da Wagner che, oltre a presentarlo al proprio editore Schott, al quale rivolse l’invito a pubblicare i suoi quintetti con il pianoforte, espresse in più occasioni la sua alta considerazione per la musica del compositore romano. Egli lo spinse anche, peraltro senza successo, verso l’opera lirica, invitandolo a musicare quel Nerone di Pietro Cossa che una cinquantina d’anni dopo divenne l’ultima fatica operistica di Pietro Mascagni.

Oltre che della “Società del Quintetto”, fu tra i fondatori del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, e fino alla morte docente di pianoforte presso di esso dove, formò svariate generazioni di musicisti. Meritoria la sua opera divulgativa che gli fece dirigere la prima esecuzione italiana della terza sinfonia “Eroica” di Beethoven (nei primi anni Sessanta), oltre che le prime esecuzioni della “Dante-Synphonie” e del “Christus” di Liszt, nonché la diffusione di molta musica sinfonica di provenienza europea.

Nella sua rilevante attività compositiva sono da segnalare due sinfonie più alcuni altri brani per sola orchestra, un concerto per pianoforte, due quintetti, due quartetti, oltre ad una cospicua produzione di musica pianistica e da camera, nonché diverse opere di musica sacra e svariate raccolte di liriche per canto e pianoforte.

È oggettivamente strano che l’establishment musicale italiano, oggi diventato veramente provinciale perché a totale rimorchio di idee, progetti ed iniziative provenienti dall’estero, e che un po’ si vergogna del proprio immenso passato operistico, abbia perso l’occasione di vivificare il ricordo di chi come Sgambati è stato apostolo della crescita del versante strumentale della musica, versante che, in Italia, all’epoca del Nostro, un po’ languiva, dopo antichi fasti, sopito nel fulgore dei totalizzanti successi melodrammatici.

Ancora una volta, nella facile occasione di un centenario, le istituzioni non hanno tutelato, divulgato e rivalutato il nome, l’attività e la produzione di uno dei nostri migliori e riconosciuti talenti. Viene da domandarsi: “ma che diamine di Paese siamo diventati?”.

 

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