martedì, Maggio 11

Una cariatide sulla via Appia field_506ffb1d3dbe2

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APpia cariatide

Un significativo passo avanti negli studi sulle antichità rinvenute nell’area al IV miglio dell’antica Via Appia, a 500 metri dal mausoleo di Cecilia Metella, ha permesso di comprendere meglio, attraverso ricerche sul campo e indagini topografiche e archivistiche, il sito dove sorgeva il tempietto con cariatidi, menzionato da Piranesi e Winckelmann nella seconda metà del Settecento, riferendolo alle proprietà del ricco latifondista Erode Attico alle porte di Roma, il cosiddetto Triopio.

Dagli scavi avviati nel febbraio 2003 dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma nell’area denominata Capo di Bove, in una proprietà acquisita all’epoca dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e proseguiti fino all’agosto 2005, si sono recuperati due frammenti in marmo del panneggio di una statua di cariatide, ultima delle sei pertinenti al porticato sulla fronte del tempietto, realizzato in età antonina in quella zona e distrutto nel corso dei secoli.

Delle statue che lo componevano, due furono scoperte alla fine del Cinquecento (1585-90) al tempo di Sisto V (poi portate nella Villa Montalto-Negroni-Massimo e finite, sullo scorcio del XVIII secolo, l’una nel Braccio Nuovo dei Musei Vaticani e l’altra in Inghilterra, ora al British Museum); altre tre furono rinvenute nel 1765 nella Vigna Strozzi sulla Via Appia fuori Porta San Sebastiano e sono attualmente a Villa Albani; l’ultima, cui appartengono i frammenti ritrovati, è quella che mancava e che Piranesi disegnò nel suo prospetto dell’edificio, servendosi come modello dell’esemplare non pertinente conservato nella collezione di Palazzo Mattei all’Olmo.

Nell’area sorgevano anche: un secondo tempietto rotondo descritto da Pirro Ligorio nel Cinquecento con un’ipotesi ricostruttiva ideale a disegno, due colonne del quale, depredate per ordine di papa Paolo III Farnese, ora si trovano al Museo Archeologico Nazionale di Napoli; un complesso termale oggetto di indagini negli ultimi anni da parte della Soprintendenza di Roma, più volte rimaneggiato fra II e IV secolo d.C. e provvisto di interessanti mosaici; e il grande sarcofago marmoreo, rinvenuto nel XVI secolo, detto di Cecilia Metella, ora nel cortile di Palazzo Farnese.

In quest’area, fra III e IV miglio della Via Appia vi erano le proprietà terriere degli Annii, alla cui famiglia apparteneva Annia Regilla che sposò nel 140 d.C. Erode Attico, portando in dote appunto questi beni. Dopo la morte violenta della moglie avvenuta in Grecia, Erode Attico ristrutturò le sue proprietà alle porte di Roma conferendo loro una connotazione sacra e funeraria, di cui partecipano appunto il sarcofago Farnese, che doveva essere bene in vista lungo la via Appia, e la serie di edifici di culto sopra ricordati. Significativa la presenza di una lastra in marmo lunense con scritta in caratteri greci antichi, che allude a una «Regilla, luce della casa» e che segnava in origine i limiti della proprietà, anche se riutilizzata nel pavimento del frigidarium del complesso termale.

Rita Paris, direttore archeologo della Soprintendenza Speciale dei Beni Archeologici di Roma, ci illustra queste novità oggetto di un recente saggio, insieme a Bartolomeo Mazzotta e Maria Naccarato, edito nel 2013, nella prestigiosa rivista dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma.

 

Cosa Le ha fatto pensare che il frammento di panneggio rinvenuto a Capo di Bove sull’Appia Antica fosse la sesta cariatide dell’edificio realizzato in età antonina?

Innanzitutto abbiamo accertato, a seguito di una indagine e del restauro dei due frammenti che hanno ricomposto la parte centrale del corpo, che si tratta di una cariatide, statua a sostegno di una struttura architettonica, per le modalità del panneggio, la particolare attenzione alle dimensioni e la lavorazione dello stesso, con pieghe della veste all’interno delle quali si può infilare la mano, per il loro spessore molto profondo. Abbiamo messo insieme una serie di dati: quelli archeologici, quelli storici e quelli archivistici, partendo da una prima ipotesi, che l’area fosse ancora da comprendere all’interno del Triopio di Erode Attico sia per la datazione dell’impianto termale, sia per il ritrovamento di una lastrina con l’iscrizione greca di dedica a Regilla, la moglie di Erode Attico, come luce della casa. Questi erano già indizi importanti per capire come fossimo ancora all’interno della proprietà di Erode Attico, quella vasta tenuta agricola con una parte di area sacra che occupava tutta la valle della Caffarella, fino a Cecilia Metella e al complesso di Massenzio sull’Appia Antica. Non sono noti, però, i limiti di questa proprietà, e quindi solo con questo ritrovamento abbiamo potuto accertare un’estensione almeno fino a quella zona.

Siamo partiti, poi, dalla conoscenza di un rilievo di Piranesi relativo al tempietto delle cariatidi all’interno del Triopio di Erode Attico e dalla sua descrizione delle altre statue ritrovate, e inoltre ci viene in aiuto anche il testo di Winckelmann. Abbiamo pensato, quindi, che questa appena scoperta potesse essere la sesta cariatide mancante all’edificio disegnato da Piranesi, ma la prova del fuoco è stata l’identificazione in quell’area di Capo di Bove dell’antica Vigna Strozzi, che prima non era stata correttamente ubicata, e che viene citata sia da Piranesi che da Winckelmann come luogo di ritrovamento del tempietto con le cariatidi. Poi le ricerche storico-catastali e documenti d’archivio antichi hanno attestato che quella era proprio la Vigna Strozzi ubicata fuori dalla Porta San Sebastiano, circa 500 metri dopo il Mausoleo di Cecilia Metella. È stato un insieme di elementi, valutati e studiati attentamente ,che hanno portato a questa attribuzione.

I furti sulla ‘Regina Viarum’ sono storia vecchia, ma anche recente. L’edificio con le cariatidi era stato distrutto e le cinque statue portate via sin dal Cinquecento per arricchire palazzi e musei. Quali sono le caratteristiche che riconducono questo frammento agli altri cinque esemplari conservati in vari musei?

Le cariatidi disegnate da Piranesi sembrano corrispondersi a coppie, ossia sono simili tra loro a coppie di due. Diciamo che questa cariatide è più simile a quella dell’estrema sinistra, stando la nostra presumibilmente all’estrema destra dell’edificio. Per essere certi di questa attribuzione si è fatto un esame visivo e una sovrapposizione grafica delle tre cariatidi conservate a Villa Albani, tra cui compare quella più simile per il panneggio e per l’impostazione alla nostra ritrovata. Il rilievo grafico è stato sovrapposto ad un’immagine della cariatide dell’estrema sinistra del tempietto di Piranesi conservata a Villa Albani: le misure che coincidono danno un ulteriore elemento di prova, oltre all’analisi del marmo, che corrisponde a quello delle cave di Erode Attico in Grecia.

Qual è l’importanza del ritrovamento del frammento di panneggio a Capo di Bove per la storia degli studi recenti?

L’importanza è straordinaria sotto vari punti di vista: innanzitutto perché fornisce l’occasione per rivedere i limiti di questa importante proprietà definita Triopio di Erode Attico, poi perché il ritrovamento nello scavo è assolutamente inedito, non avevamo nessuna conoscenza di quanto vi fosse all’interno del giardino di una proprietà privata (ricordo che l’area di Capo di Bove è stata acquistata dallo Stato, quindi dalla Soprintendenza, nel 2002, ma prima era una villa privata residenziale con piscina sopra l’area di scavo). Sopra la cariatide passavano le macchine dei proprietari! Questa scoperta è ancora più sensazionale in quanto non scontata e ci dà il senso di quello che ancora è il patrimonio sommerso dell’Appia, lungo i lati della strada originaria, sconosciuto perché spesso conservato in proprietà private per lo più inagibili. Questo è stato un caso estremamente significativo, anche fortunato, perché la scoperta archeologica si è aggiunta all’importanza di un luogo ora aperto per chi fa una passeggiata lungo l’Appia tra tanti cancelli chiusi, luogo che ormai ospita l’Archivio di Antonio Cederna e le nostre mostre fotografiche sulla strada e sul significato della tutela per questa antica strada. La possiamo considerare quasi un’operazione completa: che va dalla tutela, alla valorizzazione, alla fruizione, fino alla conoscenza scientifica.

Nell’ampio saggio edito sull’ultimo numero del ‘Bollettino dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma’ si prendono in esame anche altri due celebri monumenti: il sarcofago di Cecilia Metella e il tempietto rotondo disegnato da Pirro Ligorio. Ci può spiegare meglio la relazione che sussiste con questi due edifici?

Il tempietto disegnato da Pirro Ligorio viene dall’artista descritto «a man destra», ossia sul lato destro della Via Appia, «a un trar d’arco», quindi poco dopo il Mausoleo di Cecilia Metella. Pirro Ligorio vede il monumento rovinato, ma ancora leggibile. Da esso sono state recuperate le due colonne che recano l’anatema «Questi luoghi sono sacri e guai a chi li tocca»: una scritta che Erode Attico aveva voluto proprio per significare la sacralità di questi luoghi. Noi non abbiamo più nessuna indicazione circa il luogo di ritrovamento di questo tempietto, ma nell’insieme della revisione dei dati e avendo prolungato verso sud i limiti del Triopio di Erode Attico, possiamo immaginare a poca distanza anche il luogo dove sorgeva questo edificio, ovvero a metà (200 metri circa) tra il Mausoleo di Cecilia Metella e il sito di Capo di Bove, creando una continuità tra questi edifici sacri.

Il sarcofago cosiddetto di Cecilia Metella è stato da sempre rappresentato in relazione al Mausoleo a lei riferito, ma non è pertinente perché opera di età significativamente posteriore. Il Mausoleo è infatti del 30-20 a.C., mentre il sarcofago risale invece al II secolo d.C. Qualcuno, però, ha voluto addirittura inserirlo all’interno del Mausoleo, pur essendo il sarcofago già stato trasferito nel Cinquecento nel cortile di Palazzo Farnese.

Questo nuovo approfondimento per ridefinire i limiti del Triopio di Erode Attico ci porta a supporre una concentrazione di questi tre monumenti, di carattere sacro-funerario, commemorativo-celebrativo, sul lato destro della strada, compreso tra Cecilia Metella e la zona di Capo di Bove, a mio avviso distinguendo un po’ l’area sacra da quella che era la tenuta agricola che si doveva estendere dall’altra parte della Via Appia, alle spalle della tomba di Cecilia Metella e verso la valle della Caffarella.

Lei dice che è possibile affermare che la vigna Strozzi di cui parlano Piranesi e Winckelmann in merito al ritrovamento delle tre cariatidi coincidesse con l’edificio termale di Capo di Bove e perciò si potrebbero estendere a sud i confini del Triopio di Erode Attico. Ci può spiegare meglio perché e le connessioni tra queste proprietà?

All’epoca tutte queste proprietà facevano parte di un ampio patrimonio appartenente alla Chiesa, che veniva concesso in enfiteusi a persone e/o famiglie. La Vigna Strozzi, che occupava una parte più ampia rispetto alla nostra proprietà pubblica di Capo di Bove, era una vasta area tenuta a vigneto, della quale non si conosceva l’ubicazione, ma stranamente riferita ad uno spazio più verso Roma rispetto al Mausoleo di Cecilia Metella. Invece mi sembra che le descrizioni sia di Piranesi che di Winckelmann, indichino un luogo che è fuori Roma, ossia fuori Porta San Sebastiano, oltrepassato Capo di Bove che si identificava con il Mausoleo di Cecilia Metella. Il ritrovamento di questi documenti d’archivio che sono pubblicati nell’articolo, ci dà la certezza della corrispondenza di questa proprietà al ramo romano della casa Strozzi; essa ingloba anche quella di Capo di Bove, di cui sulla pianta, alla fine del Settecento, è segnato e riportato l’edificio principale, poi trasformato in villa residenziale.

A Capo di Bove è stata rinvenuta una lastrina con la scritta ‘Regilla, luce della casa’: si riferisce alla moglie di Erode Attico, Annia Regilla?

Sì, si riferisce ad Annia Regilla. In vari punti della proprietà il marito aveva segnato come dei confini, delle attestazioni di proprietà e dediche alla moglie, definita ‘Regilla luce della casa’.

Un anatema romano è inciso sulle colonne del tempietto rotondo disegnato da Pirro Ligorio che prevedeva, per chi le avesse rubate, di finire agli Inferi. La minaccia serviva a proteggere un edificio di culto definendo quel luogo un’area sacra? Quali edifici componevano tutta l’area in antico?

Tanti edifici componevano l’area in antico e altre attestazioni che sono per esempio intorno alla zona dell’attuale chiesa di San Sebastiano, ossia nella zona in cui si trovano la chiesa e le catacombe e il complesso di Massenzio. Tanti erano gli edifici disseminati in questa ampia proprietà che era venuta in eredità ad Erode Attico tramite la famiglia di Annia Regilla. Questo anatema è importante e lo abbiamo voluto ricordare quasi come un monito di rispettare questi luoghi, che oggi potrebbe essere ancora attuale.

Nel Settecento Piranesi, dopo aver rinvenuto le cariatidi, aveva ipotizzato la ricostruzione dell’edificio distrutto. In base ai recenti studi possiamo stabilire come era fatto architettonicamente questo monumento e se sì come si presentava? Rispetto a Piranesi quali sono le differenze della moderna ricostruzione?

Non esiste una moderna ricostruzione, perché noi non abbiamo trovato altri elementi pertinenti all’edificio di Piranesi, ma soltanto questa cariatide.  L’edificio di Piranesi è disegnato dall’artista stesso in una forma che è ritenuta, anche dagli architetti, abbastanza attendibile nelle proporzioni e nelle forme. Noi abbiamo inserito la sesta cariatide che Piranesi, dopo aver affermato che la sesta mancava, integrava con una della collezione Mattei a Roma, non pertinente. L’inserimento di questa nostra ritrovata di recente, con le sue misure, la foggia, le dimensioni e la lavorazione a tutto tondo che prevedeva che la parte posteriore fosse a vista e non inserita in una muratura, ritorna col disegno di Piranesi.

Dove sarà conservato il frammento recuperato?

È già esposto nella sede di Capo di Bove, al piano terra dell’edificio insieme alla lastrina e ad un pannello che ne spiega la pertinenza all’edificio di Piranesi. È quindi visibile tutti i giorni.

Pensate di esporre il frammento in questione in qualche mostra?

Al momento non c’è stato richiesto e quindi è lì, sul luogo del ritrovamento, a dare valore e ulteriore significato allo scavo e all’impianto termale. Qualora si dovesse creare l’opportunità, potrebbe certo anche accadere di farne il centro di una mostra.

 

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