mercoledì, Agosto 4

Un ‘tuono’ su Israele: Ra’am, l’opportunità storica per i palestinesi israeliani Il governo Bennet-Lapid segna un cambiamento storico: l'accettazione dei partiti arabi nella politica israeliana e il riconoscimento dei partiti politici arabi come partner legittimi nella politica e nella condivisione del potere in Israele

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Da ieri 13 giugno, Israele ha un nuovo governo, il 36° governo israeliano. Il nuovo governo di coalizione avrà come premier per i primi due anni Naftali Bennet, che ha ottenuto la fiducia alla Knesset con 60 voti favorevoli, 59 contrari e 1 astenuto. Nel 2023, Benett, leader del partito Yamina, sarà sostituito da Yair Lapid, che guida la formazione Yesh Atid, e che fino ad allora avrà l’incarico di Ministro degli Esteri. Dal 2023, Bennet sarà Ministro degli Interni per i restanti due anni.
Finisce così l’era di Benjamin Netanyahu, dopo 12 anni alla guida del governo israeliano. Il regno di Bibi è stato il più lungo nella storia del Paese., e lui, l’ex … il più amato e il più odiato premier della storia israeliana. A Tel Aviv i festeggiamenti in piazza Rabin sono duranti per parecchie ore, con balli in strada e giochi di coriandoli e schiuma.

La coalizione del nuovo governo comprende otto partiti che si caratterizzano per la loro diversità ideologica: lo Yesh Atid di Yair Lapid, Yamina del premier Bennet, i partiti di sinistra Meretz e Laburisti, i partiti di destra Tikva Hadasha,Yisrael Beiteinu; il partito centrista Blue and White, e il partito arabo islamico conservatore Ra’am.

Benett, è un uomo d’affari milionario che è diventato leader dei coloni e che arriva al potere con un’agenda ultranazionalista e religiosa, neoconservatrice da un punto di vista politico e neoliberista da un punto di vista economico. Lapid, è un ex giornalista che guida la formazione Yesh Atid e che si presenta come un laico centrista, con toni progressisti e conciliativi tra le diverse parti di una società israeliana sempre più frammentata.
Questo sarà un
«governo che lavorerà per il bene di tutti», ha assicurato nel suo discorso alla Knesset il premier Bennet.

La novità di questo governo sulla quale si appunta l’attenzione è Ra’am, guidato da Mansour Abbas.
«
Il prossimo governo non sarà quello tipico per i cittadini dello Stato di Israele, e specialmente per i membri della minoranza araba palestinese, che sono il 20% della popolazione israeliana. Questa è la prima volta che i partiti politici sionisti che formano il governo includono un partito arabo», sostiene Morad Elsana, docente di studi su razza, genere e cultura critica (CRGC) presso l’American University.
«Nei 73 anni di storia di Israele,
era una regola non scritta che qualsiasi coalizione di governosarebbe stata formata solo dai partiti sionisti ebraici. C’è stata solo un’eccezione, quando il defunto primo ministro Yitzhak Rabin ha fatto affidamento sul sostegno di un partito arabosulla scia degli accordi di pace di Oslo negli anni ’90. L’accordo, tuttavia, non ha formalizzato l’ingresso di quel partito nella coalizione di governo».
Ora, prosegue Elsana, è «ironico che il primo ministro di questo governo sia Naftali Bennett. Bennett è il leader del partito politico di estrema destra Yamina, le cui ideologie e interessi contraddicono gli interessi del partito arabo, e che si è opposto alla partecipazione araba nella coalizione o nel governo». Eppure, il suo movimento politico nazional-religioso, che rappresenta molti coloni ebrei, ora ha firmato l’accordo di coalizione con Ra’am, il partito arabo islamico.

«Bennett è un massimalista territoriale che credenell’annessione del 60 per cento della Cisgiordania, con un accordo di autonomia per i palestinesi. Crede che una soluzione a due Stati, apprezzata dall’amministrazione Biden e da elementi in della sinistra israeliana, porterebbe il ‘disastro allo Stato ebraico: “Voglio che il mondo capisca che uno Stato palestinese significa nessuno Stato israeliano.Questa è l’equazione“. Eppure non è l’estremista dei coloni dallo sguardo selvaggio della caricatura», afferma Oren Kessler, scrittore e analista di Tel Aviv, ex vicedirettore per la ricerca presso la Foundation for Defense of Democracies a Washington, dalle colonne di ‘Foreign Policy‘. Per Kessler «un Primo Ministro Bennett rappresenta il mainstreaming della religione nel 73° anno dello Stato di Israele. Ha lo scopo di unire destra e sinistra, devota e laica, le colline di Samaria con il centro high-tech del Paese».

«La catena di eventi innescata da Rabin è stata considerata un peccato imperdonabile dalla destra israeliana, che ha dipinto Rabin come un traditore come fanno ora con Bennett – e che alla fine ha portato all’assassinio di Rabin», afferma Morad Elsana.

«Ciò che ha spinto il primo partito arabo a entrare in una coalizione di governo ora non è stato il desiderio di un accordo di pace», ben consapevole che non ci sono le condizioni perchè un percorso in questa direzione possa iniziare, bensì «il pessimo stato della politica israeliana dopo quattro tornate elettorali in due anni senza un chiaro vincitore, combinato con il forte desiderio dell’opposizione, chiamato ‘Change Bloc, di cacciare il primo ministro Benjamin Netanyahu», fatti interni alla politica israeliana, insomma. Per altro, sottolinea Morad Elsana, dopo aver fallito nelle ultime elezioni, «è stato Netanyahu a capire per primo la potenziale necessità di cooperare con i partiti arabi. Dopo che tutti gli altri sforzi per formare una coalizione di governo sono falliti, ha cercato di attirare dalla sua parte il leader di Ra’am, Mansour Abbas,prima, dunque, che lo facesse Bennett, ma senza successo».
Da parte sua,
Abbas ha proposto di cambiare il modo in cui i partiti arabi trattano i partiti ebraici e la politica in Israele, e Ra’am (‘tuono’)ha portato a termine con successo il piano strategico di Abbas, quello di essere il primo leader del partito arabo ad aderire a un governo israeliano. «Dico qui chiaramente e francamente: quando l’istituzione stessa di questo governo si baserà sul nostro sostegno … saremo in grado di influenzarlo e realizzare grandi cose per la nostra società araba», ha detto Abbas.

Nei decenni scorsi, i partiti politici arabi palestinesi non si sarebbero mai uniti ai governi israeliani, che continuavano a sostenere l’occupazione dei loro fratelli palestinesi, li opprimevano e negavano i loro diritti fondamentali. E così sono stati tenuti fuori dai diversi governi di coalizione «dalla paura dei partiti ebraici di cooperare con loro».
Il
programma elettorale di Abbas è stato fondato sul pragmatismo, dichiarandosi impegnato a sostenere qualsiasi coalizione politica che fosse impegnata a soddisfare le richieste immediate e urgenti della minoranza araba in Israele -Ra’am non ha escluso di sedere in coalizione con Netanyahu.
La principale tra queste richieste è lotta all’aumento della violenza e della criminalità organizzata nelle comunità arabe israeliane, e poi la demolizione delle case, la pianificazione nei nuovi villaggi e città arabi, l’istruzione e l’uguaglianza. Particolare urgenza è stata posta sull’abrogazione di una legge del 2017 che ha aumentato drasticamente le sanzioni per le costruzioni arabe illegali. Molti elettori Ra’am sono beduini, circa il 60% dei quali vive in villaggi non riconosciuti da Israele; alcune di queste township, che Israele ritiene costruite illegalmente, sono sottoposte a frequenti demolizioni di case. La mossa di Abbas indica la preferenza di molti arabi israeliani a concentrarsi sulle priorità interne, piuttosto che sul nazionalismo palestinese.

L’approccio di Abbas, sottolinea Elsana, «è stato respinto dal resto dei partiti politici palestinesi, e quindi ha spaccato la Lista comune, che era un’alleanza politica di quattro dei partiti politici arabi in Israele: Balad, Hadash, Ta’al e Ra’am, che si erano formati per le precedenti elezioni. I risultati delle elezioni del febbraio 2021 hanno portato Ra’am nel parlamento israeliano, la Knesset, con quattro membri. Quei quattro possono rivelarsi decisivi in questa situazione politicamente fratturata.
Per ora,
sembra che Abbas abbia ottenuto ciò che voleva. «Nonostante il grave disaccordo tra gli arabi sul suo approccio, è convinto che le responsabilità di governo del suo partito cambieranno il volto della politica israeliana in tutte le questioni relative alla minoranza araba e mostreranno risultati positivi per i diritti e lo status dei cittadini arabi in Israele. “Abbiamo raggiunto una massa critica di accordi in vari campi che servono gli interessi della società araba e che forniscono soluzioni ai problemi scottanti della società araba: pianificazione, crisi abitativa e, naturalmente, lotta alla violenza e alla criminalità organizzata“, ha affermato Abbas».

Secondo la gran parte degli osservatori, almeno un anno di vita sicuro questo governo lo avrà, poi si vedrà. In questi 12 mesi, Mansour Abbas, balzato dall’oscurità al centro della politica israeliana nel giro di pochi mesi, dovrà dimostrare che la sua linea politica è giusta e dunque pagante su quelle che erano le priorità indicate in campagna elettorale.
Dentista di Maghar, una città a maggioranza drusa nel centro di Israele, Abbas, 46 anni, islamista che ha più cose in comune ideologicamente con i Fratelli musulmani egiziani che con qualsiasi partito politico dell’establishment israeliano, è entrato per la prima volta alla Knesset nel 2019. Abbas si è distinto dagli altri leader dei partiti arabi per la caparbietà nel perseguire un nuovo percorso nella politica arabo-israeliana, che consente agli arabi israeliani di essere veramente influenti nel processo decisionale israeliano. I suoi sostenitori lo definiscono pragmatico, i suoi detrattori lo definiscono ‘senza principi’, ‘losco’ e ‘assetato di potere’.

Tra le promesse che Abbas ha ottenuto dai suoi partner di governo entrante «c’è l’adozione di un piano quinquennale di sviluppo economico per la comunità araba con un budget di 9,3 miliardi di dollari, nonché piani per combattere la criminalità e la violenza nella comunità araba, per migliorare le infrastrutture, per far avanzare le autorità locali arabe e per riconsiderare la legge Kaminitz, che ha portato a un aumento delle demolizioni e degli sfratti dalle proprietà palestinesi.
L’accordo prevede anche il
riconoscimento di diversi villaggi beduini nel Negev, il distretto meridionale di Israele dove vive la maggioranza dei beduini del Paese».

Molti nella comunità araba, afferma Morad Elsana, e specialmente tra i beduini, vedono Abbas come un leader vittorioso. «Sul piano materiale, si è assicurato programmi, budget e decisioni che supportano i bisogni della minoranza araba. Ma il risultato più importante è il cambiamento fondamentale segnalato dall’accettazione dei partiti arabi nella politica israeliana e dal riconoscimento dei partiti politici arabi come partner legittimi nella politica e nella condivisione del potere in Israele. Un obiettivo fondamentale che i partiti arabi non erano riusciti a raggiungere dalla fondazione dello Stato di Israele, nel 1948. Dopo due anni con quattro elezioni, non è certo che anche questo governo durerà, ma, qualunque cosa accada, questo è un cambiamento storico», secondo Morad Elsana.
Di certo Abbas ha infranto il tabù sulla partecipazione a una coalizione di governo ebraico-araba.
Se poi saprà mettere a frutto la grande opportunità che si è conquistato, lo si vedrà nei prossimi mesi

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