sabato, Luglio 31

Un tuffo nel mondo dei corti

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Che cos’è un cortometraggio e soprattutto qual è lo sguardo interno di chi lo realizza e di chi prova a farlo circuitare? Quale mercato c’è in Italia? Sono solo alcuni degli interrogativi che ci hanno portato a voler approfondire il mondo dei corti, di cui, forse, si sa ben poco, se non tra gli addetti ai lavori. L’impressione che si ha è che nell’immaginario del grande pubblico il cortometraggio sia visto come una forma minore di fare cinema, eppure esso è un film a tutti gli effetti, con una propria struttura, con un inizio e una fine, certo di durata inferiore rispetto al lungometraggio, che la rende una forma artistico-visiva a sé stante. Un altro stereotipo che si è radicato lo esplicita bene uno degli intervistati, il regista Giuseppe Marco Albano, vincitore, tra l’altro, del David di Donatello 2015 per il Miglior Corto con ʻThrillerʼ.

Si immagina che sia più facile iniziare dal corto, senza tener conto dell’abilità necessaria per raccontare una storia compiuta, in un arco temporale molto interiore rispetto al film a cui siamo abituati e Albano non nega che «alcuni dicono che si inizia dai corti perché è una palestra, però, non è proprio o quantomeno solamente così perché è come se fosse un saggio breve, si tratta di uno stile e un modello narrativo a sé che va a prescindere dalla palestra o dall’essere giovani. Purtroppo in Italia è visto in questo senso anche per ragioni economiche, anni fa c’era la dinamica di passare subito al lungo dopo anche riconoscimenti importanti, adesso non è più così perché è tutto più inflazionato, ma sarebbe un discorso troppo complesso da sviscerare. In Francia, ad esempio, non c’è questo luogo comune e poi, se si pensa alla storia del cinema, ci sono stati e ci sono grandi autori come Manoel de Oliveira che anche a novant’anni hanno realizzato cortometraggi». Gli fa eco Giulio Mastromauro, regista molfettese anche lui con molta gavetta alle spalle e tanti premi: «Lo dico con un pizzico di rammarico, ma purtroppo non c’è una vera e propria cultura del cortometraggio in Italia. All’estero non si fa troppa distinzione tra corto e film tranne che per la durata, tant’è che il termine internazionale è “short film”. Nel nostro Paese, invece, è facile imbattersi in persone che ti dicono: “Hai girato un corto? Anche mio figlio al liceo ne ha girato uno lo scorso anno”. Quello che però i più non sanno è che il cortometraggio è il vero prodotto cinematografico indipendente italiano, quindi andrebbe maggiormente tutelato e promosso».

In tal senso abbiamo voluto sentire una voce che, nel suo piccolo, come lei stessa afferma, cerca di fare in modo che questi giovani registi crescano e che si creino situazioni a loro favorevoli. Ci riferiamo a Maddalena Mayneri, Presidente di Cortinametraggio” (l’XI edizione si svolgerà dal 14 al 20 marzo 2016), pronta a trasmettere tanta vitalità nell’inventarsi opportunità per sopperire ai pochi spazi di distribuzione. Certo, ancor più in Italia, i festival nascono come funghi, ce ne sono davvero moltissimi, alcuni dei quali svolgono senz’altro una missione importante, ognuno con le proprie peculiarità, interagendo ed educando anche con gli abitanti del luogo. Ci ha colpito la scelta della Mayneri di creare una sezione denominata “Corticomedy”, dedicata appunto ai corti che usano un registro da commedia. Lei ci motiva questa decisione non solo scherzando sul fatto che a Cortina bisogna sorridere, ma riconoscendo come spesso sia più difficile utilizzare quelle corde, piuttosto che toni tristi, amari, drammatici. Continua: «Il cinema italiano è la commedia italiana e le prime persone che mi hanno dato supporto sono stati Mario Monicelli, Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Lina Wertmuller, Gillo Pontecorvo, tutti artisti che mi hanno seguito all’inizio e hanno continuato a farlo, in più io ho fatto una tesi di laurea su Alberto Sordi. Aggiungo anche che venendo dall’organizzazione di festival internazionali come ʻMaremetraggioʼ, ho deliberatamente scelto la direzione dell’italianità del festival, col desiderio di dare una mano solo ed esclusivamente ai registi italiani. I festival servono per creare rapporti con i produttori perché sono loro che danno lavoro e quest’anno vorrei creare una giuria di produttrici donne, le quali sono anche a caccia di nuovi talenti, bisogna dare opportunità a questi ragazzi di entrare in contatto con chi realizza i film». Questo aspetto lo riconosce anche Mastromauro quando di fronte alla domanda se i premi facilitino nei lavori successivi, ci risponde che «i riconoscimenti fanno morale e ti consentono, diciamo così, di non “perdere l’equilibrio”, ma più importanti sono gli incontri che fai nei festival e i bei film che vedi perché ti fanno crescere e ti fanno venire voglia di migliorarti». Ci confessa che «la strada verso il lungo è ancora lunga e complicata, ma non per questo meno bella. Ho voglia di gustarmi il tragitto. A ottobre girerò un nuovo corto dal titolo ʻNotturnoʼ e la protagonista femminile è la candidata al premio Oscar Emmanuelle Riva, ma per me è come se girassi un film, soltanto più breve».

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