lunedì, Settembre 20

"Un socialismo senza sussidi e un capitalismo senza libertà" field_506ffb1d3dbe2

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cuba musa

Il Nunzio apostolico a Cuba, Monsignor Bruno Musarò, si è recentemente espresso in pubblico, con sorprendente franchezza, sull’attuale situazione economica e sociale dell’ ‘Isola Grande’. Il rappresentante del Papa, all’Avana dal 2011, si è riferito apertamente, a conclusione di un a messa celebrata in agosto nella località di Vignacastrisi (Lecce), «alla povertà assoluta e al degrado umano e civile del popolo cubano, vittima di una dittatura socialista che lo mantiene soggiogato da 56 anni», precisando che «solo la libertà potrà dare speranza al popolo cubano. L’unica speranza dei cubani è attualmente quella di scappare dall’isola!».

Con parole chiare e sintetiche, Monsignor Musarò ha poi aggiunto che un «medico guadagna 25 euro al mese e per vivere con dignità molti professionisti sono obbligati a lavorare di notte come camerieri…In Cuba tutto è ancora controllato dallo Stato, persino il  latte e la carne. Mangiare carne di vitello è un lusso e chi ne uccide uno per mangiarlo viene arrestato e tradotto in carcere. Ancora dopo mezzo secolo si parla della Rivoluzione, si inneggia alla Rivoluzione, mentre la gente non ha lavoro e non sa  come fare per sfamare i propri figli».

Tutte situazioni,  peraltro, ben conosciute da chi è abituato a guardare alla realtà cubana con occhi disincantati e non coperti da paraocchi ideologici stantii, superati (spesso interessati!) e che non hanno più alcuna giustificazione storica. Ma riferite dalla bocca del Nunzio apostolico, in un momento di forte miglioramento dei rapporti tra il regime e il Vaticano e in una fase in cui il cardinale primate Jaime Ortega sembra essere diventato il miglior alleato di Raul Castro, esse assumono un significato speciale, del tutto inedito e che spinge alla riflessione. Non per niente la stampa italiana pro regime ha superbamente ignorato le dichiarazioni del Nunzio …

Ora noi non sappiamo perché Bruno Musarò, rompendo il tradizionale e marcato riserbo della nunziatura vaticana all’Avana sulle questioni politiche ed economiche del Paese, abbia fatto simili dichiarazioni. Forse perché oramai la sua missione a Cuba è terminata e ha ritenuto di potersi esprimere libero dai vincoli imposti dal suo incarico diplomatico? Oppure perché, più semplicemente, si è lasciato sfuggire quelle considerazioni, pensando di parlare a un circolo ristretto da cui non avrebbero dovuto uscire? Ovvero è cambiata la strategia del Vaticano nei confronti di Cuba? Difficile dirlo.

E’ certo comunque che Monsignor Musarò, rispondendo ad un’impellente esigenza di verità e a un intimo sentimento di solidarietà verso il popolo cubano oppresso, ha fornito una versione non annacquata da equilibrismi diplomatici della situazione a Cuba.
Ha riferito, insomma, con esattezza su quanto sta avvenendo nell’isola caraibica a seguito delle tanto declamate ‘riforme’ di Raul Castro, spacciate, da certi giornalisti nostrani, come il toccasana, la ricetta giusta per dare finalmente al popolo cubano il  benessere e forse anche una certa libertà politica, senza peraltro rinunciare a esaltare -vistosamente contraddicendosi- il ruolo storico di Fidel Castro, il grande costruttore di quel modello che il fratello minore sta, invece, gradualmente e decisamente rottamando. Ma insomma, ci piacerebbe chiedere a questi ultimi, superstiti difensori del regime cubano: aveva ragione Fidel o ha ragione Raul? Uno dei due deve necessariamente aver torto, visto che l’uno (Raul) sta drasticamente ‘correggendo’ l’altro (Fidel)…

Ma qual è l’attuale situazione di Cuba? Credo che per capirlo bisognerebbe partire da un dato preliminare: la Rivoluzione ha fallito la sua missione! Se, insomma, 56 anni dopo l’ingresso delle truppe castriste all’Avana, l’unico desiderio dei giovani cubani è quello di abbandonare l’isola, vuol dire che l’avventura di Fidel -pur forse lastricata all’inizio di buone intenzioni- si è rivelata in seguito un clamoroso fallimento.

Se il reddito nazionale si regge esclusivamente sul turismo estero (spesso a connotazione sessuale), sulle rimesse degli odiati cubani residenti in Florida che aiutano come possono i parenti rimasti in patria, sulle sovvenzioni di Paesi ideologicamente affini e di organizzazioni internazionali compiacenti, sul nickel (dono della natura non del regime),  vuol dire che nella Rivoluzione c’era qualcosa di profondamente sbagliato.  

Che fine hanno fatto, in effetti, l’Industria, l’Agricoltura, i Lavori Pubblici, l’Edilizia Popolare del Paese, settori un tempo molto sviluppati? Se la ‘regina dello zucchero‘ oggi è costretta a importare zucchero, se l’agricoltura, una volta fiorente, copre meno del 20% del bisogno nazionale di prodotti alimentari, se l’industria non produce più nulla di significativo, se le fonti energetiche del Paese sono assicurate principalmente dal ben volere del Venezuela, che concede, a condizioni vantaggiosissime, ben 100.000 barili di petrolio al giorno alla sorella repubblica di Cuba (che altrimenti resterebbe al buio!), se il 23% della popolazione vive fuori del Paese, se si continua a registrare un alto tasso di suicidi, tutto questo non può certo significare che la rivoluzione sia stata un grande successo. Oggi, mezzo secolo dopo la rivoluzione rigeneratrice, la principale preoccupazione dei cubani è sempre la stessa: sopravvivere.

Fatta questa necessaria premessa, ci si deve chiedere se le riforme avviate da Raul Castro dal 2007 per riattivare l’agonizzante economia cubana, iniettando forti dosi di vitamine ‘capitaliste’, stiano avendo gli effetti desiderati. A parere di molti economisti, in particolare per i membri della Associazione per lo Studio dell’Economia Cubana (ASCE), sembrerebbe proprio di no. La causa principale? Il sistema stesso! Cioè tutte le misure tese a creare una sia pur limitata dinamica di mercato (la riattivazione dei lavori autonomi, la concessione in affitto di terre coltivabili, le cooperative agricole, l’autorizzazione alla compravendita di automobili e di immobili ecc..) vanno a cozzare contro il muro ancora inflessibile e assoluto del potere centrale, della corrotta e incompetente burocrazia, della perdurante collettivizzazione dei mezzi di produzione, della sostanziale mancanza di liberta di intraprendere. Si infrangono contro un sistema costituzionale e politico bloccato, che non corrisponde affatto  al sistema economico che si vorrebbe sviluppare.

Le riforme di Raul Castro hanno certo avuto effetti benefici. Ma limitati e hanno finito per interessare solo una certa casta di nuovi e vecchi ricchi (la nomenclatura castrista, militari e dirigenti del partito) a scapito della maggioranza della popolazione, la cui situazione è ulteriormente peggiorata. Con l’emergere, peraltro, di  problemi inediti, ad esempio, la disoccupazione. In effetti non tutti gli impiegati statali, licenziati negli anni scorsi sull’altare della produttività, hanno potuto riconvertirsi nel lavoro autonomo (cuentapropista), come sperava  il Governo, e si sono ritrovati disoccupati in un mondo ancora collettivista.  Inoltre l’abolizione o la limitazione di determinati sussidi statali hanno creato un sistema economico anomalo e verosimilmente destinato al fallimento. Un sistema definito dal grande scrittore cubano, Carlos Alberto Montaner, un miscuglio di «socialismo senza sussidi e capitalismo senza libertà».

Le riforme di Raul Castro soffrono in realtà di un limite invalicabile: tendono a riformare un sistema che non è riformabile!
Nel contesto del vigente sistema politico e costituzionale le riforme rauliste non appaiono, in effetti, in grado di creare ricchezza, assicurare crescita sociale e ampliare il benessere per la popolazione. Per raggiungere tali obiettivi sarebbe indispensabile una riforma strutturale profonda (cui la classe dirigente cubana, però, non pare ancora pronta), che faccia riemergere dalle nebbie del marxismo-leninismo la luce della libertà come principio guida e metta la persona umana al centro di qualsiasi istituzione, statale o di mercato che sia.  Un nuovo sistema che includa la partecipazione diretta delle masse alla presa di decisioni che riguardino il loro benessere e la giustizia sociale loro riservata.
L’altro principio da cui non è più possibile sottrarsi, è quello della proprietà privata. Dopo cinque decadi di paternalismo statale, con conseguente impossibilità di sviluppare l’iniziativa individuale, è arrivato il momento di invertire la rotta  per  garantire la libertà di intraprendere e per incentivare gli impulsi dei singoli.

Come potrebbe Cuba attrarre quegli investimenti stranieri di cui ha drammaticamente bisogno senza assicurare un quadro legislativo certo, che salvaguardi questi fondamentali fattori di sviluppo: proprietà individuale e libertà di intraprendere? Del resto solo in questa prospettiva le riforme di  Raul avrebbero un senso e mostrerebbero anche una certa coerenza, come cioè primi passi di un cammino teso non a ‘modificare’ (come il Presidente cubano si ostina a dichiarare) ma a ‘cambiare’ il sistema nella sua intima sostanza.

Se Raul in definitiva preparasse le basi di questo nuovo inizio, potrebbe anche ribaltare il ruolo di eternosecondo‘ che la Storia gli ha assegnato, diventando protagonista di una storica trasformazione del suo Paese. Se invece il regime, per proteggere gli interessi dei suoi dirigenti e accoliti, per cercare mantenere ad eternum nelle sue mani le redini del potere, si accontenterà riforme ‘di facciata’ che non minaccino minimamente gli attuali assetti politici e istituzionali, la situazione economica dei cubani non potrà che peggiorare.

Come purtroppo si sta verificando attualmente, tanto che lo stesso Nunzio apostolico, di norma il diplomatico più cauto che operi a Cuba, abbia sentito l’irresistibile bisogno di denunciare «la povertà assoluta e il degrado umano e civile del popolo cubano», lanciando al mondo un grido di dolore e una pressante richiesta di maggiore attenzione sulle sofferenze dei cubani nell’isola ‘felice’ dei fratelli Castro!

 

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