lunedì, Luglio 26

Un semestre breve e pedagogico field_506ffbaa4a8d4

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Non ci sono più i semestri di una volta, verrebbe da dire. Non solo perché con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la presidenza di turno è stata limitata al mero coordinamento delle riunioni del Consiglio europeo. Ma anche perché, complici la situazione economica internazionale e la moltiplicazione dei focolai di crisi nel mondo, le ultime presidenze sono state tutt’altro che risolutive. Quella italiana, iniziata il primo luglio, non ha certo sfatato questa diceria. Si torna a casa a mani vuote e con scenari effettivamente preoccupanti  soprattutto per l’economia nazionale.

Ad onor del vero va riconosciuto che i nostri mesi di presidenza sono coincisi con il periodo più ingolfato delle istituzioni europee. Prima le elezioni, poi l’insediamento del nuovo Parlamento, a seguire la nomina dei nuovi membri della Commissione, e qualche giorno fa l’insediamento ufficiale di Donald Tusk come presidente del Consiglio. Che dire, difficile riuscire a trasformare in attivo un semestre che chiunque aveva immaginato solo come di transizione.

Ciononostante, proprio mentre i dati Istat tornavano a registrare un aumento della disoccupazione in Italia, “ambizione”, “coraggio” e “orgoglio” sono state le parole chiave utilizzate dal presidente del Consiglio Matteo Renzi per presentare i sei mesi di guida italiana. «Noi portiamo in Europa un’Italia forte», ha detto il premier il 2 luglio a Strasburgo. «L’Italia si presenta al semestre di presidenza Ue con un pacchetto unitario di riforme». E poi ancora «non ci interessa giudicare il passato, ma iniziare il futuro». La questione economica, un ruolo più attivo nelle politiche di asilo e migratorie, il  lavoro e l’occupazione, le politiche a sostegno della piccola e media impresa e infine un cambio di passo della politica estera Ue sono i capisaldi elencati alla voce “priorità del semestre di presidenza italiana”.

Ci siamo riusciti? L’opinione comune è che la generazione Telemaco evocata dal premier nel discorso di insediamento si sia un po` persa per strada. E con essa anche le aspettative legate alla flessibilità, alla crescita e  all’industria. Un osservatore dell’economia italiana ed internazionale ed un’analista della sicurezza hanno parlato con L’Indro aiutandoci a fare il bilancio  sul bottino del semestre tricolore all’indomani dell’ultimo Consiglio presieduto da Renzi.

Un semestre pedagogico lo definisce Stefano Cingolani, giornalista  e scrittore, specializzato in economia, editorialista del quotidiano “Il Foglio” e del settimanale “Panorama”. “Un po’ come Renzi”. Facciamo la lezioncina a tutti quanti, al partito, a Berlusconi, alla Merkel, ma in quanto a fatti zero.  “Le parole ci sono state, si pensi agli slogan efficaci come più crescita e meno austerità”, o alla richiesta di allentare la camicia di forza dei patti europei, alla regola del deficit o a quella del debito, al voler aumentare gli investimenti come volano per la crescita. Tuttavia “sulla politica di bilancio non ci sono stati cambiamenti concreti”. Dobbiamo crescere, questo è certo. Ma come?

Ed è qui che casca l’asino” dice Cingolani. Cosa vuol dire? “Primo, non vuol dire sforare il 3%”. In secondo luogo va “precisato che il piano di investimenti di Juncker è del tutto inconsistente”, perché i soldi veri messi a disposizione dal presidente della Commissione (21 miliardi di soldi pubblici) sono pochi per mettere in moto un piano di 400 miliardi di investimenti privati. “Un effetto leva mostruoso”, precisa il giornalista. Certo non poteva essere l’Italia a cambiare da sola questo sistema, e questo “perché siamo un paese debole, in difficoltà e sotto tiro”. “Sarebbe stato, quindi, solo un gesto di arroganza sciocca”, afferma Cingolani.

Però, “mi chiedo se alla fine l’Italia ha fatto tutti i  passaggi giusti per spuntare qualcosa di più. E qui qualche dubbio ce l’ho, perché non ho visto all’opera ministri italiani tutti i giorni, pancia a terra, per cambiare i documenti europei”, dice Cingolani. Pensiamo all’esito degli stress test sulle banche: “è venuto fuori che le banche italiane sono le più penalizzate. Sapete perché?”. Perché nel determinare questi test “sono passati dei criteri che obiettivamente vanno contro il modo in cui sono strutturate le banche italiane”. Un esempio è quello della Deutsche Bank che ha un bilancio totale del credito pari al 40%, mentre Banca Intesa ne ha 70-80%. “La banca tedesca è stata considerata più solida, e questo è dovuto al fatto che titoli e bond sono liquidabili più facilmente e se la Deutsche fosse in difficoltà potrebbe vendere e rimettersi in carreggiata. Contrariamente ai crediti per l’impresa”. Ma quello che mi chiedo – dice Cingolani – è “dove si trovavano gli italiani nel momento in cui si formulavano questi crediti”. Avrebbero dovuto suggerire un criterio bilanciato e invece, come al solito “nei momenti chiave in cui si decidono le regole l’Italia o è assente, o e debole”.

Di più, aggiunge lo scrittore, “serve una linea coerente di lungo periodo, che va rispettata e non cambiata ad ogni singolo cambio di governo”. E poi c’è bisogno di “funzionari italiani così come di diplomatici che siano sostenuti dai governi”. Insomma, alla fine del semestre siamo ancora considerati la “piaga politica ed economica dell’Europa”. L’Italia non cresce, non riesce ad uscire dalla stagnazione. Su questo, precisa Cingolani, “i tedeschi dicono una cosa sgradevole, ma del tutto vera. I problemi strutturali che abbiamo non ce li risolve nessuno. Dobbiamo risolverceli da soli“.

Anche secondo Fabrizio Luciolli, presidente del Comitato Atlantico Italiano ed esperto di sicurezza, “è stato un semestre breve, che al netto delle ferie estive si è esaurito in poco più di un centinaio giorni utili. L’Italia, purtroppo, non ne ha saputo sfruttare le opportunità, essendo stata l’azione del governo per lo più condizionata dai ritorni politici e di visibilità sulle questioni nazionali piuttosto che diretta a rafforzare la posizione dell’Italia nell’Unione Europea e nella Commissione”.

Sulle questioni di sicurezza e difesa “Federica Mogherini, nella qualità di Alto Rappresentante, ha immediatamente incontrato il nuovo Segretario Generale NATO rilanciando il partenariato strategico tra l’UE e NATO”. Questo, tuttavia, “appare tanto ineludibile quanto difficile per le diversità d’interessi e l’assenza di una visione strategica condivisa da parte dei paesi dell’Unione Europea sui temi di sicurezza di maggiore rilevanza e attualità”, aggiunge Luciolli.

Impotenza del semestre italiano anche sulle due crisi internazionali ritenute più acute: l’Ucraina e l’Isis.Le sfide dell’attuale scenario di sicurezza sono tali che non possono essere affrontate efficacemente da un solo paese”, precisa il professor Luciolli. Queste, come nei casi in questione, “richiedono coalizioni coese e durature nel tempo, con una coerente e condivisa prospettiva strategica che tuttavia stenta a formarsi. L’Italia, nonostante l’attenzione sollecitata da anni da alcuni analisti sugli sviluppi nel Kurdistan iracheno e le prospettive delle comunità cristiane nel Mediterraneo e nel Medio Oriente arriva in ritardo con gli aiuti nella regione e, al contempo, soffre l’assenza di una strategia proattiva nei confronti dell’aggravarsi della situazione in Ucraina che ha un diretto impatto sulle forniture di energia che attraverso il Trans Austria Gas arrivano al terminale di Tarvisio”.

Rispetto al rapporto con la Russia il semestre italiano “non ha saputo utilizzare il proprio rapporto privilegiato con Mosca come strumento di dialogo utile per l’Unione Europea e la comunità internazionale”, dice Luciolli. A torto, invece, “si è ritenuto che l’Italia potesse meglio accreditarsi nei confronti di alcuni Paesi dell’Unione sminuendo tale rapporto”. Ma il futuro delle relazioni con Mosca andrà costruito nel tempo su nuove basi. “Queste, difatti, non potranno rimanere prigioniere di sanzioni che rischiano di aggravare ulteriormente la drammatica situazione della popolazione russa, aumentando i sentimenti antioccidentali e rafforzando in prospettiva a Mosca delle leadership ancor più antidemocratiche”.

Così come ingiustificato è lo schiaffo arrivato a chiusura di semestre sulla vicenda dei due fucilieri della Marina Militare. Anche qui “alle recenti flebili dichiarazioni dell’Unione Europea, avrebbe dovuto corrispondere un’azione ben più incisiva del Governo italiano, soprattutto presso le Nazioni Unite”.

Chiaro che dopo i fallimenti dell`Ecofin informale, del vertice Asem a Milano, così come del Consiglio straordinario  sulla crescita e l`occupazione,  sollecitato proprio dal  premier Matteo Renzi, è difficile dire che questi sei mesi abbiamo lasciato un segno positivo nel libro dei ricordi di Bruxelles. L’unico segno al momento continua ad essere quello meno: si è promessa la crescita, si è parlato di riforme ambiziose, ma di parole chiave resta solo la “recessione”.

 

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