martedì, Agosto 3

Un seggio italiano al Consiglio di Sicurezza

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Le 48 ore del Presidente del Consiglio Matteo Renzi a New York alla fine di aprile sono state estremamente impegnative e cariche di significato per la nostra politica estera. La visita al Palazzo di Vetro, sede dell’ONU, in occasione della cerimonia di firma degli Accordi di Parigi sul cambiamento climatico è stato il pretesto per un vero e proprio ‘tour de force’ diplomatico con l’obiettivo di sponsorizzare la candidatura italiana ad un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite. L’ottenimento di un posto, seppur temporaneo, al tavolo dell’organismo più rilevante del mondo in termini di sicurezza internazionale è un’assoluta priorità della nostra politica estera e del Governo, impegnato su più fronti a rendere l’Italia più rilevante sulla scena internazionale. Ovviamente la candidatura italiana incontra diversi ostacoli sulla sua strada e sarà necessario uno sforzo negoziale non da poco per convincere molti Paesi ad appoggiarla. La questione inoltre si fa molto più interessante se considerata nel più ampio contesto del dibattito ormai decennale sulla riforma del Consiglio di Sicurezza un organismo basato su meccanismi anacronistici, il più delle volte responsabili della grande inefficacia che l’ONU ha dimostrato negli ultimi decenni nel garantire la pace e la sicurezza mondiale, scopo per il quale l’organizzazione era stata originariamente creata. Ogni proposta di riformare l’attuale sistema si scontra inevitabilmente con gli interessi nazionali degli Stati membri, determinati a difendere le proprie posizioni e ad ottenere il più possibile da un’eventuale rinnovo di questo fondamentale organismo delle Nazioni Unite. L’Italia è, in questo senso, in prima linea nel portare avanti un progetto di riforma che possa accontentare il più alto numero di Stati membri, una questione spesso protagonista della nostra politica estera e volta a coinvolgere necessariamente anche l’Unione Europea.

Il Consiglio di Sicurezza, come già accennato, è l’organismo dell’ONU deputato a deliberare su questioni di sicurezza internazionale. L’articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite ne definisce lo scopo, affidandogli ‘la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale’. È evidente la sua importanza in termini di mantenimento della pace nella comunità internazionale ed è l’unico organo legittimato dal diritto internazionale ad autorizzare l’uso della forza nelle controversie fra gli Stati. È composto da 15 membri, 5 permanenti (Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito e Cina, con potere di veto) e dieci membri non permanenti suddivisi per aree geografiche, eletti dall’Assemblea Generale dell’ONU per mandati di durata biennale e non immediatamente rieleggibili (3 seggi per i Paesi dell’Africa, 2 per i Paesi asiatici, 2 per i Paesi del Gruppo occidentale, 1 per i Paesi dell’Est Europa e 2 per i Paesi dell’America Latina). Senza scendere nel dettaglio dei meccanismi di funzionamento, ad un’analisi più attenta balza tuttavia all’occhio il totale anacronismo degli stessi. Il Consiglio delibera attraverso risoluzioni che, in ogni caso, possono essere bloccate dal potere di veto anche di un singolo membro permanente che incredibilmente, rappresentano ancora i vincitori della Seconda Guerra mondiale. Per 70 anni questo grande potere conferito a soli cinque Stati ha avuto due importanti conseguenze: la creazione di una gerarchia di Stati nel contesto della sicurezza internazionale (escludendo molti Stati ormai protagonisti sullo scenario mondiale) e la totale paralisi dell’ONU nel compiere la missione per la quale era stata creata: garantire e mantenere la pace nel mondo. Quanto appena detto aiuta perciò a comprendere meglio la volontà del nostro Paese nel voler ottenere un seggio in qualità di membro non permanente e allo stesso tempo lo sforzo che l’Italia sta portando avanti nel voler riformare il Consiglio.

Il 28 giugno prossimo si terranno le elezioni per decidere chi occuperà nel biennio 2017-2018 i cinque seggi non permanenti attualmente occupati da Angola, Malesia, Nuova Zelanda, Spagna e Venezuela. Al gruppo regionale dei Paesi europei occidentali (WEOG – Western Europe and Others Group) cui appartiene l’Italia spettano due seggi. Il nostro Paese, che è già stato nel Consiglio per ben sette volte, ha presentato la propria candidatura nel 2009 e come ha dichiarato Renzi alla conferenza stampa organizzata presso la Rappresentanza Italiana all’ONU ‘ è una sfida difficile e complessa contro avversari qualificati e temibili’. Nella corsa al seggio il nostro Paese infatti si scontra con le candidature di Svezia e Paesi Bassi, molto forti sul fronte della cooperazione internazionale. Nonostante infatti l’Italia sconti forse uno dei peggiori rapporti nel gruppo del G7 fra Prodotto Interno Lordo e aiuti allo sviluppo, è pur vero che l’impegno del Governo è quello di aumentare il totale complessivo dei contributi per recuperare posizioni. Inoltre, il nostro Paese ha molte carte da giocare per sponsorizzare la sua candidatura. Innanzitutto il grande impegno nelle missioni di peacekeeping (attualmente siamo i primi contributori fra i Paesi occidentali in termini di uomini impegnati in missioni ONU), in secondo luogo la centralità del Mediterraneo nelle questioni di sicurezza internazionali, soprattutto nel contesto della lotta al terrorismo e al traffico di esseri umani. Un ruolo importante giocano inoltre le importanti battaglie che Roma sta conducendo nella difesa dei diritti umani, in particolare delle donne (tanto a cuore all’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino) e per la moratoria sulla la pena di morte. Infine, forse la questione principale che rende l’Italia un candidato molto forte, è la succitata determinazione del nostro Paese nel voler riformare il Consiglio e dar voce a molti Stati attualmente emarginati nelle decisioni più importanti di politica internazionale. Renzi ha quindi approfittato della propria presenza a New York per una serie di incontri bilaterali volti a convincere diversi governi ad appoggiare la nostra candidatura. Non potendo contare sull’appoggio di alcuni fra i Paesi più ‘amici’, come Giappone o Germania che si oppongo come vedremo al disegno di riforma italiano, gli sforzi diplomatici della Farnesina si sono rivolti altrove. Agli Stati insulari in via di sviluppo, il gruppo SIDS, che da soli valgono circa 40 voti, ma anche ad Argentina, Niger, Namibia e al gruppo dell’America Latina, tutti rappresentano un bacino ‘elettorale’ estremamente importante con il quale il Presidente del Consiglio ha avuto una serie di rapidi colloqui e verso cui la delegazione italiana all’ONU sta esercitando una lunga opera di convincimento. Un’eventuale vittoria italiana rappresenterebbe un grande successo diplomatico con un valore oltre che simbolico, anche politico. Dal punto di vista interno Renzi potrebbe farsi forte del successo internazionale, sul fronte esterno l’Italia otterrebbe maggiore rilevanza sul piano internazionale, considerato che il seggio non permanente all’ONU si accompagnerebbe alla presidenza italiana del G7 nel 2017.

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