mercoledì, Settembre 22

Un restauro italiano a Betlemme Intervista a Giammarco Piacenti sull’intervento al tetto della basilica della Natività

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Basilica betlemme

Il team italiano della società Piacenti di Prato è impegnato in un intervento di restauro nella basilica della Natività a Betlemmegrazie ad un progetto finanziato da più nazioni, dagli Stati Uniti al Vaticano, iniziato a settembre scorso e che si concluderà a Natale prossimo.

La basilica della Natività è stata eretta verso il 330 su iniziativa dell’imperatore Costantino I e della madre Elena nel luogo dove l’antica tradizione ricorda essere avvenuta la nascita di Gesù. Essa è costituita dalla combinazione di due chiese e da una cripta, la grotta della Natività, in cui sono evidenziati sia il luogo preciso dove Gesù venne alla luce, simbolicamente segnato da una stella d’argento dove è incisa la frase «Qui dalla Vergine Maria è nato Gesù Cristo», sia quello in cui era situata la mangiatoia dove Maria avrebbe deposto il Bambino dopo la nascita.

Nel giugno del 2012 la basilica è stata inserita nella lista dei beni appartenenti al Patrimonio dell’UNESCO su richiesta dello Stato della Palestina. Lavori di restauro e ampliamenti vennero avviati già nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano I, in seguito alla distruzione provocata dalla rivolta dei Samaritani: il pavimento dell’atrio venne rialzato di circa un metro e fu aggiunto un nartece. Nel 614 la basilica riuscì a salvarsi dalla furia dei Persiani grazie alla presenza, sul prospetto del tempio, della raffigurazione dei Re Magi abbigliati secondo il costume nazionale persiano. L’edificio fu risparmiato anche nel corso dell’invasione araba e nel tempo è stato ulteriormente esteso, con la costruzione di nuove cappelle e monasteri.

La basilica attuale misura 53,90 metri di lunghezza per 26,20 metri di larghezza nelle cinque navate, con quattro file di colonne rosate (poi dipinte successivamente), e un transetto di 35,82 metri. L’accesso all’interno è consentito da una porta stretta e bassa, unica rimasta delle tre originarie, che invita il pellegrino all’umiltà e al raccoglimento. Al periodo crociato si devono le pitture in stile bizantino e i mosaici che sono vicino ad ogni finestra.

Il lavoro di restauro per ora si sta svolgendo sul tetto della basilica, e si cerca di lavorare nella maniera più coerente e archeologicamente adeguata, seguendo i metodi di 1500 anni fa, ma eliminando l’argilla che gli Ottomani misero al di sotto degli strati di piombo per proteggere le travi in legno. L’argilla è stata il punto debole della struttura, perché ha consentito all’acqua di infiltrarsi e alle termiti di insediarsi nel legno e divorarlo. I restauratori hanno così pensato ad una soluzione alternativaposizionando lana italiana, fissata attraverso piccoli legni, per creare un sistema di aereazione in grado di far seccare qualsiasi goccia d’acqua eventualmente penetrata. L’aria secca di Betlemme dovrebbe consentire al legno di durare all’infinito, una volta protetto dalle infiltrazioni piovane. Per tenere assieme legni e piombo i tecnici hanno riadoperato i chiodi originali dell’epoca di Giustiniano, ancora in buono stato e funzionali.

Il quartiere generale del restauro si trova proprio sotto il tetto: è lì che si è creato il vero laboratorio, dove si eseguono esami scientifici e si apportano le modifiche necessarie. Le vetrate, ormai opache, lesionate e forate dai proiettili di guerre e intifade, saranno sostituite con vetri ultravioletti per filtrare i raggi del sole. I mosaici per ora sono stati solo coperti e protetti dai restauratori, ma successivamente, una volta finito il lavoro del tetto, saranno curati nei tasselli rovinati.

Il restauro si avvale anche di consultazioni on-line con vari esperti delle università italiane, per quanto riguarda le decisioni più delicate; la persona più lontana che i restauratori hanno contattato in questa maniera, perché non sempre può essere presente sul sito, è il capo della Direzione Lavori della società palestinese che collabora ai lavori, che vive in Canada. Il restauro del monumento si svolge sopra la testa delle migliaia di pellegrini che visitano regolarmente la basilica, grazie ad un’impalcatura leggera creata lungo le navate, che nelle prossime settimane verrà estesa anche al chiostro per eseguire l’ultima parte delle riparazioni.

Abbiamo intervistato Giammarco Piacentirestauratore e presidente della Società Piacenti di Prato che sta curando il restauro della basilica.

 

Qual è l’importanza della Chiesa della Natività di Betlemme dal punto di vista storico artistico ed architettonico?

La chiesa è di importanza mondiale nonché sito UNESCO, ma soprattutto è una delle meno restaurate e modificate nella storia, quindi tra le più importanti perché presenta una parte consistente costituita dalle colonne poi dipinte successivamente. La prima fase di edificazione della chiesa risale ad Elena, madre dell’imperatore Costantino, quindi al 333 d.C., il primo momento in cui i cristiani possono costruire edifici ecclesiali. Successivamente Giustiniano la modifica, rendendola così come è oggi. Le altre modifiche all’assetto originario sono quelle del periodo crociato, in cui si modificano tutte le chiese della Terrasanta tranne questa, per motivi di rispetto, ma vi si realizzano dei mosaici e delle pitture bellissimi. Tutti gli assalitori di Betlemme non la toccano: non ne sappiamo le ragioni effettive, ma si sospetta che da un lato ci sia il rispetto verso una religione così importante e verso il luogo, che seppure non significativo per altre religioni era comunque caratterizzato da un valore ‘magico’, dall’altro lato Betlemme, ancor oggi meta di turisti religiosi da tutto il mondo, è sempre stata una ricca cittadina con i commercianti che probabilmente pagavano per impedire che essa venisse distrutta. A volte però gli invasori, pur se pagati, distruggevano lo stesso. Queste sono le considerazioni fatte a 1500 ani di distanza in base ad alcuni episodi storici.

Gli ultimi lavori di restauro sono documentati al 1474 ad opera dei Veneziani. Come siete intervenuti nel restauro oggi?

Le ultime opere di restauro sono successive anche al XV secolo: ce n’è una intorno alla seconda metà del Seicento, fatta dai greci. Oggi il nostro lavoro è partito dopo una lunga fase di studi compiuti da un gruppo di università italiane capitanate da quella di Ferrara, in collaborazione con La Sapienza di Roma, il CNR IVALSA di Firenze e l’Università di Napoli Federico II. Noi interveniamo dopo uno studio del progetto, ma anche della condizione delle zone di intervento che ritroviamo. Siamo avvantaggiati dal fatto di conoscere il progetto già frutto di anni di lavoro, ma anche di avere i ponteggi per arrivare in tutte le parti, di poter smontare parti mobili riprogettando la linea guida di progetto, già elaborata da chi vi ha lavorato prima, facendo l’esecutivo. Dopo aver rifatto le analisi, la diagnostica, lo studio della metodologia, test e prove, e aver ottenuto l’approvazione da tutti coloro che sono alla guida del lavoro, si attuano gli interventi.

Quali sono le parti più danneggiate della chiesa e su cui siete dovuti intervenire di più?

In questo momento l’intervento è mirato, per la prima fase, ad eliminare una delle cause più grandi del suo degrado, cioè il deperimento del tetto e delle parti in piombo che poggiano sulle capriate lignee, le quali sono anche il mezzo da cui penetra l’acqua che provoca i danni all’edificio. L’umidità infatti distrugge il legno, ma è anche un mezzo di trasmissione dei sali, nocivi particolarmente per la calce che sostiene i mosaici, per le pareti e per tutto il resto dell’edificio. Questo primo intervento, mirato dunque al restauro del tetto, non può che essere archeologico, ossia va a studiare queste parti importantissime che vengono smontate. Si tratta quindi di un restauro il più possibile conservativo delle parti che vengono ritrovate. Oltre a questa prima fase, stiamo intervenendo anche sulla parte anteriore della chiesa, ossia il nartece, che si presenta puntellato dal 1930, con una volta con qualche problema di stabilità e che stiamo controllando. Si vedrà poi come intervenire altrove, una volta finito questo lavoro.

Il restauro dovrebbe terminare a Natale prossimo: a che punto siete nel lavoro? Riuscirete a rispettare i tempi previsti?

Il lavoro di restauro è anche uno studio e i materiali che devono arrivare dall’Italia verso la Terrasanta incontrano difficoltà di tempi e problemi di passaggi tra vari stati. Noi pensiamo ancora di farcela rispettando i tempi previsti, però si potrebbe sempre presentare un imprevisto dell’ultimo momento. L’ultima volta avevamo in mare i container e si parlava delle portaerei americane che dovevano andare in Siria: insomma è una terra dove le previsioni non sono possibili e dove si verificano eventi importanti a livello internazionale che ci sovrastano. Per quanto riguarda il nostro lavoro siamo abbastanza ottimisti, perché si è tenuto conto dei tempi necessari per studiare, rivedere e rivalutare tutte le cose e crediamo in questo modo di farcela a rispettare il cronoprogramma stabilito.

In che consiste concretamente la vostra scelta di operare il restauro seguendo le tecniche degli ingegneri dell’epoca dell’imperatore Giustiniano, costruttore dell’edificio?

Questa scelta significa che noi non vogliamo disturbare o alterare le scelte fatte dai costruttori di 1500 anni fa, anche perché ci ha stupito che utilizzassero dei sistemi che oggi sarebbero fantastici per le zone sismiche. La Palestina è una zona sismica molto forte e la chiesa non presenta grandi segni lasciati dai terremoti, pur se di essi abbiamo memoria nei secoli passati. Il sistema dei cordoli lignei contrapposti è qualcosa che ci ha molto stupito, perché molto avanzato, se pensiamo che ancora oggi in Italia ci sono tecnici che li fanno ancora in cemento armato in zone a rischio terremoto, mentre 1500 anni fa l’utilizzo in Terrasanta dei cordoli lignei dimostra come fossero sicuramente più funzionali, più elastici e con caratteristiche di esecuzione senz’altro da rivalutare, pur se attuate in un’epoca con mezzi inferiori ai nostri, senza programmi di prove, o modellini che imitano gli effetti del terremoto, ma in grado di darci comunque una lezione architettonica impensabile.

Quali sono le maggiori difficoltà riscontrate nel riutilizzare una tecnica costruttiva usata 1500 anni fa?

Noi non smontiamo tutto, ma andiamo a sostituire soltanto le parti che si sono deteriorate completamente. Facciamo perciò delle piccole protesi, degli interventi localizzati, senza disturbare nessuna parte montata. Per sostituire parti delle capriate si puntella tutto il tetto, si estraggono le parti degradate e si sostituiscono smontando molto poco. Noi non vogliamo toccare ciò che non si deve, ma solamente delle zone, smontando il meno possibile. È il nostro modo di operare in questo momento.

Perché avete optato di riproporre la tecnica costruttiva antica per il restauro dell’edificio?

Noi non rifacciamo le tecniche antiche, ma conserviamo esattamente i materiali come sono, migliorando solo alcuni punti deboli nelle parti di tetto sovrastanti, senza aggiungere molto altro. Riteniamo che tutti questi anni in cui la costruzione della chiesa ha resistito, siano certamente una dimostrazione di come essa non abbia avuto problemi e perciò riteniamo utile proseguire sulla stessa scia. Il miglior collaudo che ci possa essere al mondo è la prova effettiva e sufficiente di 1500 anni di vita.

Per tenere assieme i legni e il piombo sul tetto di questa chiesa sono stati riutilizzati i chiodi originali di Giustiniano. Come mai questa scelta di riadoperarli?

Perché innanzitutto sono ancora buoni e poi anche perché il nostro obiettivo è conservare quanto più possibile tutto il materiale esistente.

Vi siete occupati anche di restaurare i mosaici bizantini vicino ad ogni finestra. In che modo avete agito su questi?

Ancora non abbiamo iniziato il restauro dei mosaici, ma li abbiamo per il momento soltanto protetti perché stiamo lavorando al di sopra di essi. Terminato tutto il lavoro che stiamo facendo ora, passeremo ad altre fasi di restauro.

Per riuscire nell’impresa di restauro del monumento le operazioni si avvalgono anche di consultazioni on-line con esperti di più università. In che cosa consiste il loro aiuto?

Le università coinvolte nelle consultazioni on-line sono solo quelle italiane e danno un supporto tecnico veramente importante, mentre la persona più lontana consultata on-line è il Capo della Direzione Lavori della Società Palestinese che vive in Canada, e che, quando non può essere presente sul posto, può essere contattato soltanto nei meeting on-line.

Il lavoro di restauro avviene, grazie ad un’impalcatura leggera creata lungo le navate, sopra le teste di turisti e pellegrini che ogni giorno visitano la chiesa. È più difficile lavorare in un cantiere che è aperto al pubblico rispetto a uno chiuso?

Sicuramente sì. D’altro canto, in tutti i cantieri sulle opere d’arte italiane è diventato sempre più usuale utilizzare il sistema del ‘cantiere visitabile’. In questo caso specifico non si poteva chiudere l’edificio, essendo ciò fuori da ogni logica, anche dal punto di vista del turismo; inoltre le numerose personalità e gli sponsor che vogliono visitare il cantiere (e lo chiedono spesso) vengono accolti senza difficoltà. La struttura del ponteggio è fatta soprattutto per eseguire il lavoro, e deve riuscire a puntellare il tetto. Essa si estende sopra la testa della gente che visita il luogo, e deve garantire la protezione assoluta di queste persone perché è evidente che non possiamo rischiare che cada dall’alto anche un solo oggetto e possa danneggiare qualcuno, in un posto dove entrano milioni di visitatori ogni giorno.

Perché è stata scelta una realtà italiana per fare questi lavori?

Perché ha vinto un bando internazionale, risultando la migliore rispetto a tutte le altre ditte mondiali che partecipavano alla selezione.

Come siete stati scelti?

Il bando è uscito l’anno scorso, da marzo 2013 fino ad agosto quando si è concluso il tender, che è stato tutto un susseguirsi di materiale documentativo sia sulle specifiche conoscenze dell’impresa, sia sul team che questa avrebbe creato, sia sui local partners. Per ognuno di questi punti veniva data una valutazione numerica, unita anche alla valutazione dell’offerta economica presentata. Arrivati in fondo a questa operazione di selezione, molte delle altre ditte hanno rinunciato a consegnare la documentazione utile, essendo una fatica preparare in inglese tutte le tavole e le spiegazioni richieste, e siamo rimasti in tre: noi, una ditta russa e una americana con sede in Palestina. Abbiamo fatto la presa visione, mandato le offerte e alla fine abbiamo vinto la gara.

Qual è l’ammontare del costo del lavoro di restauro della chiesa?

L’ammontare iniziale era valutato intorno ai 2 milioni di euro per il solo restauro del tetto, poi ci sono gli altri affidamenti che ci stanno dando via via, perché il budget stimato per tutti gli interventi alla chiesa della Natività di Betlemme era di 22 milioni di dollari. Attualmente l’importo dei lavori in atto è sotto i 3 milioni di euro, ossia 2, 7 milioni.

Quanto i restauratori italiani eccellono nel mondo e perché?

Perché l’Italia ha una filosofia di restauro, delle scuole di restauro, delle botteghe di restauratori, come la nostra, delle facoltà di architettura che parlano di restauro nel mondo da sempre. Siamo sempre stati tra i primi a elaborare teorie di restauro, della tutela, dall’antichità a Cesare Brandi, fino alla Carta di Venezia e al Codice dei beni culturali,

Serve poi una ditta (come la nostra, ad esempio) che abbia voglia di spostarsi e di andare lontano, anche fuori dall’Europa, per lavorare altrove cercando di sconfiggere la crisi attuale. I restauratori italiani eccellono nel loro settore in tutto il mondo: come italiani siamo bravi  a lavorare da soli, scarsissimi nel lavoro di gruppo. La nostra ditta è particolare: fa dell’équipe il suo punto di forza e lo dimostra il nostro successo internazionale. Pur essendo una piccola parte nel quadro mondiale, i restauratori italiani sono tra i migliori, io credo, esprimendo quella filosofia del restauro elaborata negli anni e nota ormai a tutti.

 

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