sabato, Maggio 8

Un professionista distrutto Ero bravo, ma...

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mobbing ufficio

Iniziai a lavorare in nero, non lontano dalla mia città in Puglia come agente di assicurazioni e solo dopo qualche mese la Compagnia (una delle più conosciute) mi assunse con regolare contratto. Trascorsero alcuni anni in un clima relativamente sereno, fino a quando cominciarono a registrarsi strani atteggiamenti. In agenzia furono installate le telecamere, per motivi di sicurezza, ci fu detto. Ma in realtà eravamo ripresi, senza il nostro consenso, in ogni momento. Poi ci fu la fusione di due sedi, che portò al mio licenziamento e alla riassunzione di fatto in una nuova realtà. Nel piccolo centro ormai ero diventato una persona conosciuta, un’altra Compagnia, sempre molto affermata, mi avvicinò per un’offerta più allettante. Ne parlai col responsabile dell’agenzia, mi venne chiesto di restare e le provvigioni si fecero di gran lunga superiori a quelle avute fino a quel momento. Quattro anni più tardi, fui io a gestire varie iniziative commerciali con brillanti risultati produttivi tanto da ricevere una somma in premio. La mia crescita personale sembrava continua, ero soddisfatto: avevo un buon lavoro, una moglie e una meravigliosa bimba.

La vita mi sorrideva. Nel 2010, però, al rientro da un periodo di ferie durante il quale un collega rimasto al lavoro mi tempestò di telefonate esprimendomi preoccupazione per il comportamento del titolare dell’agenzia, non mi sfuggì che la situazione era radicalmente cambiata. Niente più cameratismo, niente più sguardi amichevoli, solo un gran freddo. Il titolare aveva aggregato al team sua moglie, inizialmente presente solo sporadicamente, ma ben presto abile al punto da prendere in mano la situazione, esercitando un controllo minuzioso su tutto il nostro lavoro. Poi avvenne che mi fu disabilitata una fondamentale funzione dal PC e, poco dopo, la prima contestazione, notificata anche al mio collega. Le provvigioni sui nuovi contratti furono cancellate. Si arrivò a insulti pesanti davanti ad altri colleghi. La tensione aumentò in fretta. Per un semplice fax da me inviato, fui ripreso in modo esagerato, mi si disse che la mia presenza non era  più gradita e che non ero più “degno di stima e fiducia”. Seguì un periodo difficilissimo, fatto di accuse, risposte pacate da parte mia mentre il cuore andava a mille, di nuovo accuse e tentativi disperati per difendermi, per spiegare, ma davanti a me c’era un muro.

Ricordo un episodio in particolare: al rientro al lavoro dopo un periodo di ferie concordato, il titolare mi impose di trasferire la mia postazione di lavoro lontano dal flusso dei clienti, fuori dalla segreteria dove avevo lavorato per quasi 13 anni, “per rispettare la privacy dei clienti”, mentre al mio posto c’era sua moglie. Mi si tolsero anche le chiavi dell’agenzia. Quasi tutte le funzioni cui ero abilitato erano state bloccate, senza alcun preavviso e giustificazione. Fui spostato a sistemare l’archivio, nell’ostilità più temibile, sotto osservazione, stavo sempre attento a non sbagliare niente. Per 15 giorni la mia unica attività fu quella di strappare carte vecchie, lo facevo con rabbia, mi vennero i calli ai polpastrelli. Sette ore al giorno così e intanto il corpo si ribellava: insonnia, palpitazioni, la sensazione di avere un peso sul petto. La somma in busta paga fu drasticamente ridotta. Mandai una mail, chiesi spiegazioni, ma niente, solo silenzio. Ne mandai un’altra, contenente il racconto dettagliato di tutte le ingiustizie subite, punto per punto, elencando quanto mi sembrava fosse fatto contro ogni logica. La risposta, che fui costretto a sollecitare, tardò a venire e fu: “Non sta scritto da nessuna parte che io debba leggere le tue mail, non so se le leggerò mai, probabilmente no”. Sulla carta il “capoufficio” restavo sempre io, però. Cercavo i clienti che venivano a chiedere di me e non mi vedevano seduto alla solita scrivania, provavo a  nascondere le umiliazioni che stavo subendo.

Una mattina qualsiasi all’improvviso ebbi un rialzo di pressione, un occhio ne risentì, fui ricoverato e mi fu diagnosticata una occlusione della vena retinica, solo dopo alcuni giorni recuperai quasi totalmente la vista. Nell’occasione del ricovero e della successiva convalescenza nessuno dall’agenzia si degnò di venirmi a trovare o soltanto di telefonarmi. Ancora oggi sono in terapia, e le capacità visive dell’occhio sono rimaste leggermente menomate. Capii subito che ciò che mi era accaduto era diretta conseguenza dell’eccessivo stress cui ero sottoposto, e i medici non lo esclusero, anzi! D’altra parte non sono un fumatore, prima dello scoppio delle tensioni in ufficio conducevo una vita regolarissima, senza eccessi, né vizi. Non assumevo farmaci che invece si rese necessario somministrarmi per controllare un po’ i sintomi e consentirmi di riposare.

Sopravvenne il panico: la famiglia sulle spalle e la volontà di licenziarmi ormai manifesta. Fui costretto a rassegnare le dimissioni, il titolare qualche tempo dopo confermò sfacciatamente al mio legale – che mi segue tuttora nella causa intentata –  di aver adottato una precisa strategia per allontanarmi. All’inizio non capivo niente, mi sembrava di aver preso un brutto colpo in testa e di non aver più possibilità alcuna di rimettermi in sesto. Tutto quello che ho vissuto dal 2010 a oggi ha non solo compromesso il mio stato di salute, ma anche profondamente modificato il mio modo di rapportarmi con gli altri. Spesso mi capita di avere paure ingiustificate, di non essere più sicuro di me. Di recente, rivedendo un filmato girato durante le vacanze alcuni anni fa, ho visto me che ridevo, e la sensazione che ho avuto è che quella fosse un’altra persona, che non mi capiterà più di avere simili momenti di relativa spensieratezza. Allo stesso modo, resto perplesso quando qualcuno mi ricorda di essere stato un professionista molto stimato. Riprendere a lavorare, anche in un ambiente di lavoro sano, mi preoccupa comunque, perché non sono certo di poter facilmente tornare quello che ero prima. Tuttavia, di recente ho trovato la forza di mettermi in proprio, dopo averle tentate tutte e invano per reinserirmi ovunque non solo in Italia come impiegato. Sto meglio, ma molte ferite sanguinano ancora. Quale che sarà la decisione del Tribunale, ormai so che i segni di questa devastante esperienza rimarranno indelebili.

 

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