lunedì, Settembre 20

Un po’ casa, un po’ albergo field_506ffb1d3dbe2

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Garantiscono tutti i comfort di un hotel e, al tempo stesso, il piacere di vivere in una vera casa. Sono gli Alberghi Diffusi, formula di ospitalità ‘Made in Italy’ composta da unità abitative di fascino del tutto autonome (sia camere sia appartamenti), ubicate a una distanza di 200/300 metri al massimo da una struttura centrale dove si trovano la reception, la sala per la colazione e, talvolta, il ristorante, il bar e il centro benessere.

L’albergo diffuso può coinvolgere un intero centro storico; può essere ricavato da strutture extra-alberghiere, ad esempio i residence; o, ancora, trovarsi in campagna. La proposta, moltogettonatadagli stranieri che rappresentano più della metà della clientela, è l’ideale per chi predilige soggiorni in contesti di pregio e atmosfere d’altri tempi, e ama scoprire le tipicità e le tradizioni dei luoghi, vivendo a diretto contatto con i residenti.

Gli alberghi diffusi hanno fatto rinascere diversi borghi storici pressoché abbandonati negli anni 60/70, quando gli abitanti emigravano nelle città in cerca di lavoro. L’idea che sta alla base di questa tipologia di ricettività è nata alla fine degli anni 70 in Carnia, dove alcune case furono ristrutturate a fini turistici con i fondi del post terremoto. La struttura più conosciuta è forse quella di Santo Stefano di Sessanio, paese medioevale nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, in Abruzzo, recuperato magistralmente attraverso l’utilizzo di materiali tipici, come pietra e legno, e arredi tradizionali del posto. Nel tempo, altri ne sono nati e oggi sono 83 gli alberghi diffusi che aderiscono all’omonima associazione.

A Cabras, antico villaggio sardo di pescatori, si trova, ad esempio, l’‘Aquae Sinis’. Composto da tre dimore seicentesche di charme, dispone di un centro benessere straordinario, di un giardino progettato da architetti del paesaggio ed è molto ben attrezzato per i turisti della bicicletta. La ‘Locanda Sanio’, invece, a Sanio del Mugello, propone menù medioevali e dieci tipi di pane diversi lavorati come si faceva 700 anni fa. Nel Molise, che ne conta diversi, due alberghi diffusi si trovano nell’antico centro storico di Termoli, mentre nel Veneto, l’unico esempio di ospitalità diffusa è a Costalta, in provincia di Belluno, dove un’insegnante si è fatta promotrice di una esperienza che ha coinvolto la comunità nel recupero di alcune antiche case in legno. In Sicilia, infine, si trovano una decina di alberghi diffusi da sogno, veri e propri gioielli architettonici in stile barocco. E questo, solo per citare qualche caso.

Benché pochi se rapportati al numero delle strutture ricettive in Italia (circa 38mila), gli alberghi diffusi esprimono interessanti potenzialità sul fronte dell’occupazione e dell’economia locale. Basti pensare all’indotto: dalle maestranze chiamate nell’eventuale fase di riqualificazione sino alle attività commerciali del territorio che, oltre a poter proporre le eccellenze storico-culturali, eno-gastronomiche e artigianali delle quali l’Italia è ricca, possono contare su un mercato attivo tutto l’anno, grazie a un turismo ‘destagionalizzato’ che costituisce lo zoccolo duro della clientela di queste strutture. Per non parlare dei risvolti ambientali: non si cola nuovo cemento ma, al contrario, si recupera l’esistente, enfatizzandone le caratteristiche, senza trascurare l’aspetto della sostenibilità che trova riscontro nell’impiego delle moderne tecniche costruttive e delle tecnologie più avanzate.

In questo momento di crisi, che certo non ha risparmiato il settore del turismo, gli alberghi diffusi se la sono cavata bene. Per quanto riguarda gli arrivi, il 2013 ha segnato un incremento del 15/20% e, anche quest’anno, la maggior parte delle realtà associate già evidenzia un segno positivo. Con tutti questi pregi, viene da chiedersi come mai, in un paese che conta circa 8mila comuni, dei quali quasi 6mila con meno di 5mila abitanti e altrettanti prodotti tipici del territorio, l’albergo diffuso non abbia sinora registrato un vero e proprio boom. La ‘colpa’, molto semplicemente, è della tradizionale burocrazia italiana.

“Potremmo facilmente avere già almeno 200 alberghi diffusi se ci fossero leggi adeguate”, spiega Giancarlo Dall’Ara, ideatore della formula, presidente dell’Associazione Alberghi Diffusi e docente di Marketing nel turismo. “E’ vero che ormai tutte le regioni, ad esclusione della provincia di Bolzano, si sono dotate di una normativa al riguardo ma molte, tra le quale Umbria e Lombardia, non hanno disposto il relativo regolamento. Questo rappresenta un freno per chi vuole investire. Perché se non si può chiedere una licenza specifica diventa un problema. Chi investe, vuole chiarezza.  In questo momento, però, c’è un certo ottimismo perché nel ‘Decreto competitività’ si parla finalmente anche dell’Albergo Diffuso. Di conseguenza, ci aspettiamo una norma nazionale che potrebbe far superare le attuali carenza legislative”.

Nonostante che, sinora, chi si è occupato di turismo a livello istituzionale, non abbia mai parlato degli alberghi diffusi, limitandone così l’espansione, il settore si è costruito negli anni una certa notorietà. Tanto che, per la prima volta, il modello è stato replicato in Spagna, dove è in fase di realizzazione il primo progetto estero di albergo diffuso. E il caso ha voluto che la prima unità abitativa si chiami, quasi a ricordare le origini italiane della formula, ‘Casa de Padua’, essendo stata la dimora di una famiglia padovana emigrata in terra iberica nel 1300. “Si prevede inoltre un forte sviluppo del modello in Croazia”, prosegue Dall’Ara, “dove, ancor prima che in Italia, è stata varata una norma nazionale in materia di alberghi diffusi”.   

Da segnalare l’interesse dei giovani verso questo fenomeno che rappresenta una grande risorsa sul fronte occupazionale. In tal senso, oltre alle circa 150 tesi di laurea dedicate all’argomento sia in Italia sia all’estero, lo scorso anno è stato organizzato nel Cilento un primo Forum per giovani disoccupati ai quali suggerire l’albergo diffuso come forma d’impresa, con anche la testimonianza di alcuni ragazzi che già hanno avviato un progetto.

Ma quali procedure e investimenti sono richiesti per l’apertura di un albergo diffuso? “Due le strade possibili”, prosegue il presidente dell’associazione Alberghi Diffusi. “La prima, più dispendiosa ma che garantisce una proposta più autentica, è percorribile dopo aver individuato un borgo e le abitazioni da ristrutturare. In tal caso, la spesa dipende dalle quotazioni immobiliari locali, per l’acquisto, e dai costi della manodopera per il restauro. Ci sono tuttavia in Italia alcune realtà, ad esempio la Liguria e la Sardegna, che prevedono incentivi per imprese di questo tipo. In alternativa, si possono trovare formule di co-finanziamento oppure si può coinvolgere l’ente locale al quale chiedere un contributo. Ci sono diverse centinaia di comuni che possono offrire fabbricati in affitto o in comodato. Le opportunità variano da zona a zona”.

La seconda possibilità, più semplice da gestire, consiste nel trovare realtà con case già sistemate e vuote da affittare, diluendo nel tempo gli interventi che eventualmente si vogliono realizzare. “Sinora nessun albergo diffuso è fallito conclude Dall’Ara, “ciò vuol dire che il modello funziona. Abbiamo una carta molto interessante da giocare e non si capisce perché la formula non venga spinta in modo adeguato”.

 

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