sabato, Aprile 17

Un Piano Marshall 'con caratteristiche cinesi' field_506ffb1d3dbe2

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Lo scorso anno, pochi giorni prima che il neo-Presidente Xi Jinping incontrasse Barack Obama nella tenuta californiana di Sunnylands, l’aereo presidenziale cinese sorvolò i cieli dell’America Latina mandando un chiaro messaggio di sfida alla prima potenza mondiale. A circa un anno di distanza il numero uno di Pechino ritorna negli storici poderi di Washington. L’agenda e i Paesi ospitanti sono diversi, ma il messaggio conserva i toni di una sfida.  Tanto più che tra i temi caldi della trasferta sudamericana svetta l’istituzione della Banca di sviluppo dei BRICS a Fortaleza (Brasile), nata come concorrente dei grandi enti internazionali dominati da Stati Uniti e Unione Europea con l’ottica di difendere gli interessi dei Paesi emergenti riuniti sotto l’acronimo (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Il vertice ha fatto da sfondo al primo faccia a faccia tra Xi e il nuovo Premier indiano Narendra Modi, la cui politica estera è oggetto di accese speculazioni tra chi vi individua i segni di una distensione, chi i semi di un futuro inasprimento tra le due Nazioni più popolose al mondo. In attesa di ulteriori svolgimenti, Pechino e Delhi si spartiscono oneri ed onori nella gestione della nuova Banca, con Shanghai prescelta come sede dell’istituto e l’India incaricata di dirigere i lavori per i primi sei anni.

Se il summit di Fortaleza ha fornito a Xi un pretesto ufficiale per raggiungere nuovamente l’altra sponda del Pacifico, il coinvolgimento cinese nell’area non necessita giustificazioni, bastano i numeri. Gli scambi commerciali tra Cina e America Latina sono lievitati dai 12,6 miliardi di dollari del 2000 ai 261,1 miliardi dello scorso anno. Le tappe del tour presidenziale rispecchiano la natura caleidoscopica degli interessi cinesi nella regione. Tra il 18 e il 23 luglio, Xi Jinping ha fatto visita al terzo esportatore al mondo di soia (Argentina), ha rinnovato il proprio supporto a un importante fornitore energetico (Venezuela) e non ha mancato di omaggiare un alleato di vecchia data (Cuba). Secondo Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, il Sud America sta diventando un mercato strategico per i prodotti cinesi, mentre «le importazioni dalla Cina hanno generato un vento di coda favorevole alla crescita regionale. La presenza statunitense è declinata, quella cinese è aumentata più volte».

Pechino, che si sente la nuova vittima della strategia di ‘selective engagement‘ americana, sta tentando di controbilanciare il ‘pivot to Asia’ firmato Obama, la politica con la quale Washington punta a spostare il proprio baricentro diplomatico dai teatri di guerra mediorientali al Pacifico. La reazione immediata è un riposizionamento cinese nei buchi lasciati scoperti dagli Stati Uniti attraverso mezzi diplomatici e commerciali. Il Sud America attira sempre più le mire cinesi, proprio mentre Washington sta perdendo terreno in quello che è sempre stato il suo cortile di casa. Come fa notare su ‘Want China Times’ Antonio C. Hsiang, Direttore del Center for Latin America Economy and Trade Studies, se la TPP (Trans-Pacific Partnership) è la pietra angolare dell’assertività americana nell’Asia-Pacifico, le resistenze avanzate al progetto dal Giappone potrebbero instillare qualche dubbio tra i partner sudamericani circa la solidità della leadership statunitense nella regione. Non a caso Messico e Perù, pur partecipando alle negoziazione per la TPP, non hanno rinunciato a prendere la parola in occasione della conferenza annuale del Boao Forum for Asia 2013, il Davos d’Oriente.

L’era della dottrina Monroe è finita. Lo ha ufficialmente annunciato il Segretario di Stato Usa John Kerry al vertice OAS (Organization of American States) dello scorso novembre. Un’affermazione sostenuta dall’inequivocabile riconfigurazione del potere nell’America Latina nel corso della quale l’OAS è stata affiancata da nuove confederazioni (la Community of Latin American and Caribbean States e l‘Alleanza del Pacifico) percepite dagli attori regionali come contraltare al predominio statunitense. Così come, specularmente, Washington viene considerato una nuova stella polare dai Paesi dell’Asia-Pacifico con i quali Pechino ha in sospeso vari contenziosi territoriali.

Al contempo, il Dragone ha iniziato a estendere la propria influenza su scala globale attuando un proprio ‘piano Marshall’. Mentre l’Occidente sviluppato sprofondava lentamente nella grande recessione, a lanciare l’idea fu nel 2009 l’economista Xu Shanda, secondo il quale Pechino avrebbe dovuto utilizzare le sue riserve forex per finanziare progetti infrastrutturali nei Paesi emergenti, mentre lo stesso anno Zhou Xiaochuan, Governatore della Banca centrale cinese, propose l’istituzione di un «fondo d’investimento sovra-sovrano». In tempi più recenti, il concetto è stato riesumato dal Presidente dell’Etiopia Mulatu Teshome. Letteralmente: «Oggi la Cina ricopre in Africa lo stesso ruolo dell’European Bank for Reconstruction and Development svolse in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale sotto il Piano Marshall».

Il deficit infrastrutturale del Sud America ha fornito alla Repubblica popolare l’occasione per cementare la sua posizione nel quadrante attraverso l’abituale ‘strategia win-win’ che vede Pechino portare sviluppo nei Paesi più arretrati e tornarsene a casa con tonnellate di materie prime. La cinese CNR Corporation Ltd è stata tra i principali benefattori della rinascita ferroviaria lanciata dal Brasile in previsione dei Mondiali e delle Olimpiadi estive del 2016, mente la scorsa settimana Xi Jinping ha personalmente promosso il progetto per una linea transcontinentale che dovrebbe estendersi dalla Western alla East Cost, congiungendo i due estremi di Perù e Brasile.

Per capire il risvolto diplomatico (oltre che commerciale) degli investimenti cinesi all’estero si tengano presenti le parole del Presidente dell’Ecuador Raffael Correa. «L’Ecuador il più piccolo dei Paesi del Sud America riceve rispetto dalla Cina, che fornisce aiuto al suo sviluppo sociale ed economico. La vita degli ecuadoregni è migliorata grazie al sostegno fornito dalla Cina in molti piani di sviluppo», è quanto dichiarato da Correa in occasione di un meeting bilaterale con l’omologo cinese a margine della visita di Xi in Brasile. La progressiva diffusione degli Istituti Confucio -oggi 32 nell’America Latina- dimostra l’appeal del ‘potere morbido’ cinese. La nascita della Banca dei BRICS è stata salutata dal Direttore dell’agenzia di stampa cinese ‘Xinhua’, organo semi-ufficiale del Partito, con un editoriale in cui si auspica una maggiore partecipazione delle economie emergenti nella comunicazione globale affinché trovino «una strategia e una tecnica narrativa per vincere il rispetto del mondo e proteggere l’immagine nazionale in maniera oggettiva e ampia».

Il Dragone spera che il soft power e il supporto economico messi in campo in Sud America vengano ricompensati con un adeguato sostegno politico secondo una strategia già utilizzata nel Continente Nero, spiega Shannon Tiezzi su ‘The Diplomat’. A confermarlo il discorso pronunciato dal leader cinese davanti al Congresso Nazionale del Brasile nel quale spiccano riferimenti ad un ‘nuovo concetto di sicurezza’, nonché l’augurio per una maggior collaborazione tra i due Paesi nei dossier internazionali e nel sostegno della reciproca «sovranità, sicurezza e integrità territoriale». Un tema quest’ultimo che Xi non ha esitato a tirare fuori durante la tappa argentina, confermando il sostegno cinese alle rivendicazioni del Governo di Buenos Aires sulle isole Falkland/Malvinas che, a oltre trent’anni dalla fallita invasione militare da parte delle truppe argentine, lo scorso anno si sono riconfermate inglesi per volontà del popolo. Il richiamo assume importanza strategica alla luce dei contenziosi in corso tra Cina e vicini asiatici; un argomento che Pechino ripropone ciclicamente ai vertici internazionali servendosi di allusioni più o meno velate.

D’altra parte, quella cinese è la storia di un successo che fa gola ai Paesi emergenti. Nonostante il gigante asiatico ami autodefinirsi ancora una Nazione ‘in via di sviluppo’, negli ultimi anni il ‘Beijing Consensus‘ ha raccolto svariati fan. Le note frizioni tra l’Argentina e gli istituti bancari internazionali stanno naturalmente avvicinando Buenos Aires (già membro del G20) al club dei BRICS. «Pechino rappresenta un grande partner in grado di offrire in tempi brevi supporto economico e politico a costi relativamente bassi», spiega ai microfoni di ‘Deutsche Well’ Victor M. Mijares Professore di Relazioni Internazionali presso l’Università Simon Bolivar di Caracas.

Ricuciti gli strappi risalenti alle tensioni sino-russe, le relazioni tra la Repubblica popolare e Cuba si sono avviate verso una fraterna collaborazione da quando l’Havana è divenuto il primo Governo latinoamericano a istituire canali diplomatici con Pechino nel 1960. In tempi recenti Raul Castro si è definito un estimatore del ‘modello Cina’ aprendo di fatto alla sperimentazione di riforme economiche volte a stemperare il Marxismo-Leninismo ortodosso con gocce di capitalismo. Da parte sua, il Dragone osserva con interesse la transizione cubana, sopratutto data l’importanza commerciale e geopolitica che l’isola caraibica acquisterà sul lungo periodo grazie all’espansione del Canale di Panama, collegamento strategico tra l’Atlantico e il Pacifico.

Similmente, sebbene la normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Caracas risalgano a quattro decadi fa, la liaison tra il Paese sudamericano e il gigante asiatico è nata dalla complementarità tra la crescita economica cinese e la volontà del defunto Presidente venezuelano Hugo Chavez di assicurare maggiore autonomia al Paese diversificando i propri partner commerciali ed economici secondo la visone di un mondo multipolare. Oggi al timone delle due Nazioni siedono nuovi leader, ma l’intesa continua a reggere sulla base di una funzionalità reciproca. Il Venezuela è attualmente il primo debitore del Dragone di tutta l’America Latina, e Pechino è ben felice di seguitare a strappare assegni se questo può aiutarlo ad arricchire il proprio mix energetico davanti alla crescente instabilità del Medio Oriente. Secondo la Kwait News Agency’, dall’inizio del 2014 le importazioni cinesi di petrolio dai Paesi del Golfo sono progressivamente calate, attestandosi al 39,5% dell’import totale (con un buon 20% dall’Arabia Saudita). Lunedì, Xi Jinping e il nuovo Presidente venezuelano Nicolas Maduro hanno raggiunto un’intesa per l’istituzione di una nuova linea di credito da 4 miliardi di dollari che confluirà nel Joint China-Venezuela Fund, il fondo con il quale il Dragone contribuisce allo sviluppo economico ed infrastrutturale del Paese sudamericano. In cambio Caracas si impegna a consegnare al gigante asiatico 100mila barili di greggio e altri prodotti petroliferi al giorno (bpd). Secondo la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, al momento il Paese sudamericano rifornisce Pechino di 524mila bpd, attestandosi come primo fornitore della regione e coprendo per un 6% le importazioni di ‘oro nero’ effettuate dal Dragone. Secondo le proiezioni degli esperti, le consegne sono destinate a salire a 1 milione di bpd entro il 2016. 

Ma, oltre a dover soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie fabbriche, il gigante asiatico si trova a dover sfamare 1,3 miliardi di bocche. Un’impresa non facile considerando che la Cina oggi ospita il 21% della popolazione mondiale, ma solo il 9% di terreni coltivabili. E laddove i dati sull’inquinamento e la contaminazione del suolo non fanno sperare nulla di buono per l’immediato futuro, il Sud America si rivela ancora una volta un partner particolarmente ghiotto. La dipendenza alimentare cinese dal Nuovo Continente viaggia a ritmi di due cifre: i cinesi devono il 10% della soia che consumano a Buenos Aires. Lo scorso anno, tra quanto sborsato dalle compagnie della mainland e quelle quotate a Hong Kong, il Dragone ha speso 12,3 miliardi di dollari in acquisizioni e investimenti all’estero nel settore agricolo e del food & beverage. Come nel comparto energetico, a fare da apripista sono i colossi statali. La Cofco Corp., che controlla il 90% delle importazioni nazionali di grano, quest’anno ha messo a segno due acquisizioni con Nidera Holdings e Noble Group, allungando le mani sui granai argentini e gli zuccherifici brasiliani. Nel 2011 la provincia di Rio Negro ha dato in affitto all’Heilongjiang Beidahuang Nongken 800mila acri per la coltivazioni di prodotti da esportazione in cambio di investimenti per 1,5 miliardi di dollari negli impianti di irrigazione e altre infrastrutture.

Ma se l’arrivo di capitali cinesi sembra saziare momentaneamente le casse dei partner in difficoltà, -secondo Mijares- il costo del supporto economico cinese si preannuncia salato in termini di autonomia, mentre l’alleanza tra Pechino e Brasilia all’interno dei BRICS rischia di tradursi in una pericolosa rivalità nel momento in cui viene estesa allo scacchiere latinoamericano. «L’ambigua relazione con la potenza regionale va tenuta particolarmente in considerazione quando si cerca di comprendere i rapporti tra la Cina e il Sud America». 

 

 

 

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