mercoledì, Maggio 19

Un nuovo Premier per la Tunisia field_506ffb1d3dbe2

0

Mehdi Jomaa

 

Si sblocca la difficile situazione politica in Tunisia. Dopo uno stallo durato oltre un mese, i maggiori partiti della Tunisia hanno trovato un accordo sul nome del nuovo Primo Ministro che dovrà portare a termine la transizione verso le nuove elezioni e coordinare il lavoro dell’Assemblea costituente, alle prese con la redazione della nuova carta costituzionale. L’ex Ministro dell’Industria Mehdi Jomaa, un tecnocrate indipendente, sostituirà l’uomo forte di Ennahda, Ali Laarayedh, addossandosi l’arduo compito di donare nuova governabilità a un Paese estremamente polarizzato e in difficoltà.

Un breve profilo biografico di Jomaa: nato nel 1962 a Mahdia, cittadina costiera nell’omonimo governatorato distante meno di cento chilometri da Sousse, Mehdi Jomaa ha conseguito nel 1988 una laurea presso la Scuola Nazionale di Ingegneria di Tunisi, con una specializzazione in ingegneria meccanica. Dal 2009 riveste un ruolo manageriale nella Hutchinson Aerospace, compagnia del gruppo Total attiva nell’industria aeronautica, petrolifera, della difesa e della componentistica automobilistica. Jomaa è entrato a far parte del Governo tunisino nel marzo del 2013, dopo la caduta del Premier Hamadi Jebali e l’arrivo di Ali Laarayedh a capo dell’esecutivo, con l’arduo compito di riportare fiducia all’interno di un settore industriale messo in difficoltà dall’instabilità politica e da una ripresa economica debole e incapace di portare benessere diffuso nei vari strati della società.

Mehdi Jomaa dovrà riuscire a riportare ordine a un panorama politico in disfacimento, a causa del lungo periodo di stallo seguito all’annuncio delle dimissioni di Laarayedh, arginando il disgregamento del tessuto civile di una Tunisia giunta ai limiti dell’ingovernabilità; nel corso dei mesi sono cresciute le pressioni da parte della cittadinanza tunisina, che lamentava l’incapacità di Ennahda e degli altri partiti di Governo – il Congresso per la Repubblica di Moncef Marzouki ed Ettakatol di Mostapha Ben Jaafar – di portare a termine la transizione del Paese verso la democrazia, impedendo la diffusione del jihadismo all’interno della società.

A dare la massima spinta alle pressioni per far cadere il Governo della Troika, gli eventi della scorsa estate: l’uccisione del politico di sinistra Mohamed Brahmi a fine giugno (che seguiva di pochi mesi quella del leader dell’opposizione Chokri Belaid) e l’assassinio di otto militari nei pressi del Djebel Chaambi da parte di presunti militanti dell’organizzazione salafita Ansar al-Sharia. L’onda di proteste seguita a tali avvenimenti, appoggiata dal principale sindacato nazionale – l’Union Générale Tunisienne du Travail (UGTT), ha richiesto per mesi con forza la caduta del Governo Laarayedh e la nomina di un nuovo esecutivo tecnico per traghettare il Paese a nuove elezioni.

La cattiva gestione del fenomeno Ansar al-Sharia da parte dell’esecutivo Laarayedh ha causato la precipitazione della situazione politica, schiacciando all’interno di una morsa la classe politica del Paese: dopo l’iniziale ambiguità di una parte di Ennahda nei confronti del movimento, specchio di una dialettica interna al partito tra la necessità di arginare il gruppo salafita e dall’altro mantenere aperto un dialogo con la destra religiosa, la completa rottura ha portato allo scontro frontale tra Stato e salafiti. Dall’altra parte, i partiti di opposizione e ampia parte della società tunisina ha guardato con crescente sospetto a Ennahda, accusando il Governo di connivenza con i gruppi islamisti che minacciavano la democrazia. Il deterioramento della situazione interna ha comportato l’aggravamento del clima di sfiducia verso le istituzioni del Paese e la fine del dialogo politico.

«All’interno del Paese, in città marginalizzate nello sviluppo e deluse dalle promesse non mantenute dei politici e dei nuovi leader, l’autorità centrale sta perdendo terreno di fronte al movimento di protesta e ai comitati regionali del Fronte di Salvezza Nazionale, una coalizione di partiti che domanda la dissoluzione del Governo» scriveva nella scorsa estate Mohamed Kerrou per il think tank Carnegie nell’articolo “Pulling Tunisia Back from the Brink”. «In alcuni Paesi, i comitati hanno sostituito le autorità locali. A Sidi Bouzid, luogo natale della rivoluzione e di Mohamed Brahmi, il governatore è stato mandato via, i quartier generali di Ennahda dati alle fiamme, e la città è ora in mano a un comitato per la gioventù. Una situazione simile ha preso forma a Kairouan, una città nota come bastione dell’islamismo e del salafismo,così come in altre città come Sfax, Sousse, Siliana, Gafsa, Gabes e Jendouba».

Nonostante la complicata situazione attuale e le oggettive difficoltà che si prospettano per il Paese nel suo processo di stabilizzazione, il raggiungimento di un accordo tra gli islamisti di Ennahda e una parte dell’opposizione riguardante la formazione di un Governo tecnico rivela come siano ancora presenti spiragli per il dialogo nel Paese. Nonostante alcuni dei principali gruppi dell’opposizione – tra cui Nidaa Tounes – si siano detti apertamente contrari alla nomina a Primo Ministro di un tecnico che ha fatto parte del decaduto Governo, non c’è stato un boicottaggio della sua elezione ma solo l’astensione dal voto di approvazione, cosa che ha di fatto aperto la strada alla nomina di Jomaa.

«La nostra gente ha alte aspettative ma, nonostante la difficoltà e gli ostacoli, questo dialogo non ha fallito» ha detto al ‘Financial Times’ il capo dell’UGTT Houcine Abbasi.

Nei mesi successivi alla morte di Belaid, dopo la formazione di un Governo diviso tra politici e tecnici, la Tunisia godette di una fase di discreta stabilità, durata diversi mesi. In quel periodo si aveva l’impressione che nel Paese stessero germogliando forme di dibattito politico utili a portare il Paese fuori dall’impasse: risultato più evidente fu il vicino raggiungimento di un accordo sulla carta costituzionale tra maggio e giugno. La speranza è che si possa ripartire dal clima di positività raggiunto in quei giorni, poi guastato dall’esplosione di violenza nella scorsa torrida estate.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->