mercoledì, Maggio 12

Un nuovo dicembre caldo? Scontri, sciacallaggio e vandalismo si ripetono tutti gli anni a dicembre. Gli esperti analizzano i motivi

0

argentina

Da alcuni anni, gli argentini affrontano il mese di dicembre con paura. Nel 2013, uno sciopero delle forze dell’ordine nella provincia di Córdoba (al centro del paese) ha lasciato i negozi in balia degli assalti e del vandalismo.  Alcuni giorni prima, gli sciacalli si erano impadroniti della città della provincia settentrionale di Tucumán e della sua periferia. Nel 2012, invece, la scintilla che ha scatenato i fenomeni di sciacallaggio nella città di San Carlos de Bariloche (Río Negro), in Patagonia, è stata la domanda di prodotti alimentari alle porte dei supermercati che, da richiesta pacifica, si è trasformata in un furto di massa. Nel 2010, il conflitto più grave ha colpito Buenos Aires, dove gruppi organizzati hanno occupato uno spazio pubblico, il Parco Indoamericano, esigendo alloggi degni e politiche sociali.

La sociologa e ricercatrice del Conicet, Cecilia Ferraudi, rintraccia la chiave per spiegare questo fenomeno nella contrapposizione esistente tra le migliori condizioni generali della popolazione, prodottesi negli ultimi dieci anni, e i persistenti disagi dei settori più popolari: “Durante questo decennio, la disuguaglianza è stata riconosciuta come un problema di ordine pubblico ed è stato fissato un orizzonte di maggiore uguaglianza sociale. Questa doppia linea consente di capire perché la disuguaglianza è oggi vissuta come un’ingiustizia, più che in altri periodi in cui era simile o forse ancora più profonda”.

Sono diversi gli elementi che spiegano l’esasperazione che si manifesta a dicembre”, osserva l’antropologo Pablo Semán, esperto in cultura popolare. “Da un lato, l’esperienza di un bilancio che le persone sono solite fare in questo periodo dell’anno, insieme all’accelerazione della routine di tutti i giorni, che impone resoconti e incontri familiari complicati. Dall’altro, un elemento che è emerso dal funzionamento economico degli ultimi anni: i negozi di prodotti alimentari e di articoli legati al consumo stagionale e alle feste ne approfittano per incrementare gli utili”. Semán si riferisce agli aumenti di circa il 10-15% che colpiscono i prodotti legati alle festività natalizie e che fanno sentire ai salariati la precarietà della loro situazione. “Questa dinamica, che si è accentuata negli ultimi cinque anni con la combinazione di inflazione e stagnazione, porta con sé gravi problemi ai settori popolari”, conclude.

La disuguaglianza sociale e le frustrazioni individuali, pur essendo un elemento costante in tutte le rivolte di fine anno, non hanno avuto tutte gli stessi detonatori. “Stiamo identificando in una stessa categoria processi diversi che si sono prodotti nel corso del tempo”, riconosce Ferraudi.  Quest’affermazione è facile da verificare, visto che ogni conflitto ha evidenziato disagi diversi. Nel 2001, la violenza si è concentrata nella Grande Buenos Aires come espressione della disoccupazione e della fame, mentre i disordini del sud e del centro del paese hanno mostrato la discriminazione che ha colpito i settori impoveriti rispetto ai più abbienti e i legami esistenti fra i gruppi corrotti della polizia e la delinquenza. A questo proposito, Semán evidenzia un altro fattore che è emerso nel corso degli anni: “La violenza che si produce ogni anno a dicembre apre la porta alle organizzazioni illecite legate al narcotraffico che si sono sviluppate nel corso dell’ultimo decennio”.

Le conseguenze della crisi

“Dopo le proteste del 2001, la minaccia della rivolta sociale ricompare periodicamente e la paura che genera nella società è messa in campo dagli attori politici”, sostiene Ferraudi. Le accuse incrociate tra il governo da una parte e i partiti dell’opposizione e i sindacati dall’altra, ne sono una prova. Il primo sostiene che le proteste sono fomentate dall’opposizione per destabilizzarlo, mentre l’opposizione si difende (e attacca) argomentando che sono dovute a richieste legittime che il governo è incapace di soddisfare. In ogni caso, la sensazione che si sta diffondendo nell’opinione pubblica è di trovarsi di fronte a una situazione che potrebbe scaturire in una crisi istituzionale, sociale ed economica come quella del 2001. Questo sentimento è alimentato da un serio dilemma che deve affrontare il governo: rispettare il diritto di manifestare o soffocare la protesta? “Non è possibile reprimere la protesta con qualsiasi mezzo, come è accaduto nel 1989 e nel 2001, quando i presidenti Raúl Alfonsín e Fernando de la Rúa sono stati costretti ad abbandonare la carica. Esistono quindi più motivi di protesta e meno possibilità di disattivarla con mezzi sordidi”, afferma Semán.

L’antropologo analizza i conflitti come parte di una tradizione decennale ed è vero che gli argentini conoscono le richieste in massa di prodotti alimentari alle porte dei supermercati e gli sciacallaggi sin dalla crisi del 1989. Da allora, secondo Semán, “gli episodi di sciacallaggio sono percepiti come barometri politici e non mancano i gruppi che li alimentano per mettere in evidenza e/o causare la debolezza politica dei governi”. Seguendo questo ragionamento, “si è esteso il nucleo dei soggetti e delle famiglie colpite dalla crisi, che non dispongono di entrate né di assistenza statale, funzionando rapidamente e corrosivamente come una cassa di risonanza di qualsiasi disagio e fluttuazione economica negativa”, spiega.

Il mese di dicembre del 2014 è iniziato con uno sciopero degli autobus e della metropolitana, che è durato meno di 24 ore, e con la minaccia da parte di alcuni sindacati di convocare uno sciopero generale se il governo mantiene l’imposta sui redditi dei lavoratori. Quest’ultimo è stato fermato dalla stessa presidente, Cristina Fernández de Kirchner, che ha annunciato che il pagamento del medio aguinaldo (un plus salariale di fine anno) sarà esente dall’imposta.  Nonostante questo, le associazioni di categoria non escludono la possibilità di prendere provvedimenti per ottenere che l’imposta venga soppressa per tutto il salario.

Infine, diversamente da quanto è accaduto in altre occasioni, il governo questa volta ha risposto prima che scoppiassero le proteste e ha avvertito, per bocca di vari funzionari, che non permetterà atti di vandalismo. Il Segretario per la Sicurezza della Nazione, Sergio Berni, lo ha detto chiaramente: “Lo sciacallaggio fa parte della cultura di Natale (…) Spero che non ci siano irresponsabili che inducano la gente a compiere questo tipo di attività, perché saranno arrestati”.

Traduzione a cura di Claudia Donelli

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->