giovedì, Giugno 17

Un "normale" giorno di elezioni Iraq e India al voto tra violenze e polemiche. Il Presidente ucraino: regioni ad est fuori controllo

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elezioni iraq

È un Iraq profondamente lacerato quello che oggi si è presentato alle urne per decidere la composizione del proprio Parlamento, a tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi. Dopo i 79 morti della vigilia, sarebbero almeno una decina le vittime in questa giornata di elezioni. Le esplosioni più sanguinose hanno avuto luogo nella regione di Kirkuk, nel nord del Paese, ma il dato principale è che, nonostante le dichiarazioni del Primo Ministro uscente Nouri al-Maliki, l’Iraq è lungi dall’essere unito. Se nel nord, infatti, la violenza riflette i conflitti interni tra un Governo sciita come quello di al-Maliki ed i militanti sunniti, nelle aree sunnite l’affluenza è stata condizionata dal rischio di ritorsioni delle forze armate e dei militanti di al Qa’ida. In tutto ciò, al-Maliki si dichiara «sicuro della vittoria» ed interessato più che altro a conoscere «l’ampiezza della nostra vittoria». Come illustrava oggi stesso ‘Reuters’, infatti, le elezioni sembrano ormai più un referendum per conferirgli il terzo mandato dopo otto anni di Governo che un’effettiva selezione tra i 9012 candidati al Parlamento.

Nel frattempo, anche l’India giunge ad una giornata significativa nella sua lunga tornata di elezioniSono infatti 139 milioni i cittadini chiamati al voto in questa ottava fase, che ha riguardato in particolare lo Stato del Gujarat, amministrato da uno dei maggiori candidati alla carica di Primo Ministro, Narendra Modi. Questi potrebbe però avere problemi con la giustizia del suo stesso Stato per aver trasgredito al codice di condotta elettorale. Dopo aver votato, Modi ha infatti rilasciato dichiarazioni ai giornalisti in cui ha previsto la sconfitta del Partito del Congresso, attualmente al Governo, ed esposto un loto, simbolo del suo Bharatiya Janata Party. Dopo le segnalazioni degli avversari, la Commissione elettorale era intervenuta ed ora Modi potrebbe rischiare fino a due anni di carcere.

Voto in vista anche per la Siria, con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali del 3 giugno. Nessun cambiamento, però, sembra essere all’orizzonte. Lunedì è giunta infatti la candidatura dell’attuale Presidente Baššar al-Asad, a cui gli oppositori chiedevano un passo indietro per permettere una stabilizzazione del Paese. Per contro, oltre alla candidatura, Asad starebbe continuando ad utilizzare armi chimiche nonostante gli accordi con le Nazioni Uniteè questo quanto emerge oggi da un’inchiesta del britannico ‘Daily Telegraph’, rinvenendo cloro e ammoniaca in campioni di terreno delle zone sottoposte ad attacchi governativi nelle ultime tre settimane. In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta, il Ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha annunciato la disponibilità del Regno Unito a cooperare con possibili indagini dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche. Intanto, attacchi sanguinosi proseguono anche in direzione opposta: è di oggi l’annuncio dell’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria per cui ieri, ad Homs, un duplice attentato rivendicato dai ribelli di Jabhat al-Nusra (prossimi ad al-Qa’ida) sarebbe costato la vita a 100 persone nella città di Homs. Gruppi di ribelli avrebbero inoltre sostenuto uno scontro al di fuori dei confini siriani con soldati della regione libanese di Arsal. Venti, infine, le vittime di un attacco aereo da parte dell’Esercito siriano su Aleppo.

Alta tensione anche in Ucraina, dove il Presidente Oleksandr Turčinov ha dichiarato davanti ai Governatori regionali che le Forze Armate «sono state poste in stato di massima allerta» a causa di quello che ha definito «il pericolo vero che la Federazione Russa inizi una guerra terrestre contro l’Ucraina». Ma l’importanza della conferenza, che si è tenuta a Kiev, è consistita forse più nell’ammissione dello stesso Capo di Stato di aver perso il controllo degli oblast’ di Donetsk e Luhans’k. La situazione sarebbe sfuggita di mano al Governo federale «anche perché alcune unità collaborano con i terroristi», ma Turčinov non ha esitato ad ammettere anche che «la grande maggioranza dei membri dei corpi di sicurezza nell’est non è capace di compiere il proprio dovere». Le difficoltà del Paese a rimanere unito, peraltro, non traspaiono solo dalle ripetute occupazioni di edifici amministrativi da parte di milizie filorusse (com’è accaduto oggi nella città di Gorlivska), ma anche dagli scontri avvenuti ieri sera nella Piazza dell’Indipendenza della capitale, dove un corteo di ultranazionalisti ha incontrato la resistenza dei gruppi di autodifesa della ‘Maidan’. È possibile che la situazione possa peggiorare qualora venisse confermata l’intenzione del Presidente russo Vladimir Putin di recarsi in Crimea il 9 maggio, Giornata della Vittoria. Intanto, la Serbiacandidata a divenire membro dell’Unione Europea, si è dichiarata contraria alle sanzioni contro Mosca.

Il separatismo potrebbe essere la causa anche dell’esplosione avvenuta oggi in una stazione ferroviaria di Urumqi, in Cina. La provincia dello Xinjiang, di cui Urumqi è capitale e nota per la rilevante presenza musulmana, era stata visitata ieri dal Presidente Xi Jinping, che l’aveva definita «una frontiera del terrorismo». La situazione sarebbe comunque «sotto controllo», secondo le autorità cinesi.

Potrebbero invece andare fuori controllo gli sviluppi in un’altra ‘area calda’ del mondo, il Sud Sudan. L’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni UniteNavi Pillay, ha infatti dichiarato che il Paese sarebbe prossimo alla «catastrofe» a causa della conflitto interno fra il Presidente Salva Kiir ed il suo ex Vicepresidente Riek Machar, separati fra l’altro da motivi etnici. Pillay era oggi in visita alla città di Giuba dopo un attacco dei ribelli di Machar ad una località petrolifera, che ha costretto molti abitanti a rifugiarsi in una vicina base dell’ONU. Le sue parole sulle responsabilità di Kiir e Machar riguardo a possibili crimini di guerra sono state chiare, ma ancor più nette sono state le previsioni del Consigliere speciale per la prevenzione dei genocidi Adama Dieng, che ha esortato ad impedire che il Sud Sudan si trasformi in un nuovo Ruanda attraverso una «grave spirale di violenza fuori controllo». Violenza che, sempre secondo le Nazioni Unite, coinvolge direttamente 9000 bambini, impiegati come soldati in entrambe le fazioni. È di pochi minuti fa l’appello del Segretario Generale Ban Ki-moon a Kiir perché «si ponga immediatamente fine ai combattimenti e all’uccisione di civili».

Un appello è stato lanciato oggi anche dal Dipartimento di Stato statunitense, per invitare la Corea del Nord a «esercitare moderazione e ad astenersi da azioni che facciano aumentare le tensioni» nella penisola. L’invito segue le manovre di artiglieria che Pyongyang ha effettuato ieri lungo le acque di frontiera con la Corea del Sud, nel Mar Giallo. Nel frattempo, un sondaggio del ‘Wall Street Journal’ rileva come almeno il 47% dei cittadini statunitensi intervistati vorrebbe un minor interventismo all’estero del proprio Paese, aggiungendo che solo il 38% del campione approva la politica estera del Presidente Barack Obama.

Un altro Presidente, Nicolás Maduro, tenta invece di recuperare consensi aumentando del 30% il salario minimo dei lavoratori in Venezuela, sostenendo che si tratta di una misura «socialista». L’aumento dovrebbe aver luogo da domani, ma sarà comunque inferiore al preoccupante tasso di inflazione del Paese, calcolato ufficialmente nella misura del 56,2%.

 

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