domenica, Settembre 19

Un ‘niente’ per aggredire il niente di una società dei consumi field_506ffb1d3dbe2

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Seguire l’evoluzione della Cultura richiederebbe a un essere umano del presente, mille occhi, centinaia di orecchie e un cervello magmatico più che multitasking. Non è ancora dato. Ma i libri non sono scritti dai loro autori solo per il presente immediato nel quale sono pubblicati, anzi…
Così a me in questi giorni è capitato di finire su un breve romanzo che, in Italia, persino due diversi editori si sono cimentati a mandare in libreria. La prima volta nel 2004 Fanucci (con il titolo di ‘L’innocenza di Sofie‘) e poi nel 2012 Feltrinelli con il titolo, nel quale è arrivato a me, di Niente.
È, questo ‘Niente’, un breve romanzo (o, se preferite, un racconto lungo), di circa 115 pagine, di una autrice danese, classe 1964: Janne Teller

La sintesi della storia è la seguente: siamo tra gli alunni di un paesino della Danimarca. Adolescenti. Uno di questi, un giorno, smette di andare a scuola, si installa tra i rami di un albero, un susino, e da lì inizia a declamare la sua filosofia nichilista. 
Scrive la Teller: «Pierre Anthon lasciò la scuola il giorno in cui scoprì che non valeva la pena far niente, dato che niente aveva senso.».
Ogni giorno, i suoi compagni, andando o tornando da scuola, passano davanti a lui e avvertono la portata distruttiva delle sue parole, della sua lettura del vivere e cercano una soluzione.
È una necessità questa per loro, perché se Pierre ha ragione…

Per contrastare il niente i ragazzi si inventano di dar vita a qualcosa che solo all’inizio ha l’apparenza di un gioco, e poi diventa a tutti gli effetti un gioco mortale. Uno per volta, ognuno di loro donerà qualcosa di importante per lui al gruppo; non sarà una sua scelta, ma quella di un compagno che, conoscendolo, stabilità quale sia ‘la cosa’ da cedere. Si sa come certi giochi iniziano, ma non come si concludono: i ragazzi precipitano ben presto in una spirale via via sempre più autodistruttiva, e i doni che devono cedere per ‘il gioco’ crescono per valore, fino a sfiorare il macabro e l’immorale. Mentre ai primi era stato chiesto di donare magari un paio di sandali, con gli ultimi si riesumano cadaveri di fratellini o si pretende la perdita della verginità, o…
In una legnaia abbandonata vengono ammassati ‘i doni’ e prende forma quella che gli adolescenti definiscono la catasta del ‘significato’, quel significato che loro intendono opporre al ‘niente’ di Pierre.
Ma non basta. Non può bastare se un ragazzino testardo e cocciuto non solo insiste a gridare che «Niente ha senso, e niente significa niente. Nemmeno il vostro mucchio di ciarpame»  ma non si lascia impressionare dalla catasta costruita dagli ex-compagni, e si rifiuta persino di andarla a vedere.

Ve la faccio breve, alla fine la storia arriva alla inevitabile distruzione finale, una distruzione che non lascia feriti, ma solo lemuri dannati.
E il lettore?
Quale messaggio ha in mente di trasmettere al suo lettore Janne Teller?

Ho letto questo breve testo senza soluzione di continuità, prendendomi i colpi che dovevano spezzarmi in due e che dovevano suscitarmi dolore puro, soffrendoli. Perché era inevitabile, perché così l’autrice aveva voluto accadesse, qualsiasi fosse la preparazione culturale e l’esperienza del suo lettore.
E poi sono andata a  cercare la storia di questo libro sul Web, scoprendo che i librai di mezzo mondo si erano opposti alla sua diffusione. Altro che quanto accaduto in Francia qualche settimana fa a proposito del saggio autobiografico dell’ex première dame di Francia Valérie Trierweiler, questa volta le ragioni erano per così dire esistenziali, ragioni fondanti la stessa società nella quale viviamo. I librai censuravano questo libro perché ne temevano la portata distruttiva.

E a questo punto ho deciso di parlarvene proprio per censurare, a mia volta, la scelta di quei librai, e per invitarvi, semmai non ve ne fosse venuta già la voglia, di leggere questo piccolo (solo per dimensioni) libro.
È solo apparentemente un ‘libro cattivo’, un testo che mette il dito nella piaga di un’umanità che, schiavizzata dal consumismo, non è più in grado di identificare il reale ‘significato dell’esistenza’, e pensa che per opporre qualcosa a un Niente si debba ricorrere a oggetti o a rinunce plateali. A cose…

Io, dopo essermi ripiegata con dolore su me stessa, ho compreso la portata distruttiva di questo romanzo, distruttiva però solo per la bieca società dei consumi, quella sviluppatasi e cresciuta dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi. Questo libro è stato immaginato dalla sua autrice come uno stimolante, un artificio incaricato di suscitare nelle persone una reazione.

Quale?

Ad ognuno la sua.

Non vi imbandisce un piatto precotto la Teller, ancor meno posso permettermelo io. Certo è che non solo nessuno dovrebbe permettersi di censurare questo scritto ma, anzi, sarebbe intelligente e utile, introdurne la lettura nelle scuole e nei circoli, al fine di aiutare i giovani ma anche gli adulti a uscire dallo stallo passivo nel quale stiamo vivendo questo nostro tempo.

Altro non può esserci, ‘niente’ d’altro…

 

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