lunedì, Dicembre 6

Un Mondiale è per sempre 40

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alex

 

Ci risiamo. L’appuntamento coi mondiali di calcio scandisce la vita di milioni di persone, punto di riferimento a prova di bomba ormai da più di ottant’anni, come a dire l’intero consesso dei viventi sul pianeta, a tutt’oggi.

Cambiano governi, passano guerre, si accendono rivoluzioni e mutamenti radicali, ma il metronomo inesorabile del tempo batte, inderogabilmente ogni quattro anni, l’ora della grande guerra mondiale, simulata, del pallone.

Ditene pure tutto il male possibile, snobbatelo con sufficienza (salvo esultare in piazza drappeggiati nel tricolore in caso di successo), non riuscirete a farmi cambiare idea. Perché io, il Mondiale, lo amo.

Ci siamo conosciuti nel 1962, le immagini sfocate si irradiavano dal Cile in un gigantesco televisore in bianco e nero piazzato nel raffinato salotto del mio raffinato fratello grande, scorrendo silenziose in sottofondo per non disturbare la cena. Il Brasile schiantava in finale la coraggiosa Cecoslovacchia con due gol del ragazzino Amarildo, sostituto di Pelè. Io, chissà perché, mi ricordo soprattutto i sostegni delle porte cilene, incredibilmente arcuati e tondeggianti come quarti di luna.

Quattro anni dopo, tutt’altro clima. L’Inghilterra organizza un mondiale che è obbligata a vincere, perché a lungo andare non si è più maestri di calcio, senza una Coppa Rimet nella Hall of Fame. E infatti la vince, pazienza se il terzo gol di Hurst non ha sorpassato la linea di porta, la Germania se ne farà una ragione. Mio cognato (ho fratelli e sorelle incredibilmente più grandi di me) scova un bar con televisione a Marina di Grosseto, cittadina balneare adatta a villeggiature tranquille amata da molti romani, dove tra poltroncine di finta pelle bordeaux e sedie di legno appena visibili nella fitta nube di almeno trenta sigarette accese, assistiamo alla tragedia della Corea. Non ero ancora in grado di coglierne per intero la portata, ma ricordo che le discussioni in spiaggia, complete di accurate rappresentazioni sceniche del gol-vittoria coreano, autore Pak Doo Ik occuparono l’intera estate rimanente.

Eccolo, finalmente, il miomondiale. Anzi, il mundial per eccellenza, Mexico 70. Il calcio si era impossessato della mia anima promettendomi una vita di emozioni, che avrebbe mantenuto. Non certo nel girone eliminatorio, dove l’Italia partorì in tre partite la miseria di un golletto di Domenghini, con annessa papera del portiere svedese Hellstroem. Ma era una finta, una manovra diversiva per far esplodere in crescendo, per la prima volta, le piazze italiane dopo il trionfo sui padroni di casa messicani (Riva! Rivaaa!) e l’epopea di Italia-Germania quattro a tre. L’unica cosa poco nota di quella partita, e che perciò sento il dovere di riferire, è che dal momento che iniziava alle 22 ora italiana, non venne concesso a mio nipote, otto anni, di assistervi. Vi posso assicurare che le conseguenze sulla sua vita non sono state lievi, tutt’altro. Ero solo, nella stanzetta con tv della casa vacanze di Anzio dove, a volume basso, si faceva la storia.

Il mondiale del 1974, in Germania, parla già di estati romane passate in città con la scusa degli esami universitari, in realtà dedicate interamente e senza deroghe di alcun tipo, mondiali a parte naturalmente, alla ricerca di compagnia femminile con cui dividere le gioie dei vent’anni. Ricerca ossessiva e forse per questo puntualmente conclusa in un nulla di fatto simile al flop degli azzurri, trombati già nel facile girone eliminatorio.

Si risorge quattro anni dopo, gioco brillante dei nostri, in Argentina, come non si era mai visto prima. Rossi e Bettega mi illudono mentre in città mi godo una personale, tardiva varicella. Come da copione i gauchos vincono, di riffa o di raffa, la coppa, con l’aiuto della pistola del gen. Videla puntata alla tempie, loro e degli arbitri. Grande squadra però. Le chiome assurdamente fluenti dei vari Kempes, Luque, Ayala, Tarantini segnano un’epoca.

A questo punto si presentano i miei trent’anni, e con essi matrimoni, bambini, divorzi, lavori, altri matrimoni, altri bambini, altri divorzi, altri lavori. Solo lui resta saldo al suo posto. Stranamente, l’appuntamento col mondiale ormai amico di una vita non è di quelli che, tetramente, ti stanno addosso ricordandoti il tempo che passa senza pietà. Al contrario, li vivo come un tuffo nell’eternità, una prefigurazione laica nel nirvana, dove mi sento un highlander che  risorge, più forte che pria, ogni quattro anni.

Dagli anni ottanta in poi, abbiamo messo in magazzino due coppe e una finale. La prima, quella dell’82, quella di Bearzot e Pertini a Madrid, mi vide perfettofamily man‘, partecipe di un tradizionale gruppone di ascolto con la famiglia della mia futura prima moglie, prima di sciamare imbandierato per Roma, vincitore ma vagamente consapevole di aver perduto per sempre la felicità pura dell’età dell’oro.

Nel ’90, inseguo un gol per ben tre notti magiche all’Olimpico, è il mio primo e unico mondiale in carne ed ossa, e lo perdo per colpa di Zenga e Maradona. Mi resta però una bevuta colossale con zingari e re sotto il cielo d’Irlanda, portato a Roma dagli incontenibili folletti verdi al seguito della loro squadra.

Finale torva, allucinata quella del 1994, la tragedia americana del folle Arrigo Sacchi che pretendeva di telecomandare Roberto Baggio e gli altri campioni dalla panchina, fino a schiantarsi con loro e con l’ultimo pallone sulla traversa dove saremmo rimasti non quattro ma dodici anni, in attesa del riscatto. Per me, finale glamour, nella casa romana di una famosa attrice, il posto meno adatto per smaltire a dovere una delusione di quella portata.

Nel frattempo spadroneggiano francesi e brasiliani, a casa loro i primi nel’98, in Asia i secondi nel 2002. I campionati sono sempre più globalizzati e dominati dal dio denaro e dagli sponsor miliardari. A noi restano le maledizioni da recapitare, uniti come mai fummo nella storia repubblicana, a tale Byron Moreno, arbitro e truffatore.     

Arriva però il 2006 di Totti, Lippi, Cannavaro, Buffon e Grosso. Ed arriva anche il mio secondo figlio. Ha solo due anni, nel 2006  che perciò vivrà solo quest’anno il suo primo, vero mondiale. Le follie berlinesi, storie di testate, espulsioni, gol strappati coi denti e rigori finalmente nel sacco le ha sentite dal papà, e non vede l’ora di sperimentarle in prima persona, da protagonista.

Il tempo di ricordare un’altra delusione, quella sudafricana dell’ossessivo Waka Waka, per fortuna da me vissuta nel 2010 nell’incomparabile magia di Stromboli, dove l’eco delle esplosioni vulcaniche attutiva il nostro flop e la vittoria che gli spagnoli agognavano da sempre, ed eccoci a destinazione.

Che cosa posso aggiungere? Solo un forza Italia, chiaro e netto alla faccia di chi ce lo ha rubato per vent’anni.

 

 

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