lunedì, Ottobre 18

Un Ministero del Mezzogiorno non serve

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Gerardo Bianco è Presidente della Animi, Associazione Nazionale Interessi per il Mezzogiorno e Consigliere della Svimez, Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Di Svimez se n’è parlato parecchio negli ultimi giorni. Il Rapporto pubblicato il 31 luglio scorso sull’economia del Mezzogiorno 2015, fotografa un Sud a rischio di sottosviluppo permanente. E il dibattito che è seguito è stato infuocato. Per Bianco, ex parlamentare della Dc e poi del Ppi, illustre meridionalista, non è dalla confusione che possono nascere interventi per sostenere una parte del Paese e aiutare a crescere l’intera Nazione.

Oggi il Governo di Matteo Renzi avanza l’ipotesi di un Ministero per il Sud – per il quale sarebbe in predicato Gaetano Quagliariello -, ma un dicastero simile risale addirittura a fine anni ’80, esattamente al VI Governo Andreotti, a guidare il Ministero senza portafoglio, prima Riccardo Misasi, e poi Giovanni Marongiu. Fu, racconta, in un clima di grande progettualità che nacque il Ministero per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno, oggi, secondo Bianco, di un Ministero “non ce n’è bisogno. Personalmente non sono favorevole“.

 

Presidente Bianco, cosa ha rappresentato veramente per il Sud questo Ministero?

C’è innanzitutto da distinguere due fasi storiche dell’Italia repubblicana che hanno riguardato il meridione. La prima, caratterizzata da un interesse forte e centrale da parte della politica nazionale per la questione Mezzogiorno, va dal ’48 fino al ’92. La seconda fase è quella del progressivo abbandono di una visione politica e strategica del Paese che individuava la centralità del mezzogiorno. Nella prima fase, poi, c’è un ulteriore periodo da tenere presente, che va dal 1950 al 1970 con la nascita e lo sviluppo della Cassa per il Mezzogiorno. Un periodo estremamente positivo. Per la prima volta in Italia diminuisce il divario tra Nord e Sud, con alcune aree che fanno registrare una crescita anche maggiore di certi paesi europei. Poi comincia il declino. Determinato in parte anche dall’ingresso delle regioni che gestiscono direttamente i progetti e le attività ma falliscono nell’obiettivo di proseguire l’opera avviata per la crescita del Sud. Si fa spazio il clientelismo. Si perde di vista la logica della grande progettualità avviata per rendere competitivo il Paese. A questo periodo è legata la nascita della favola che sentiamo ancora oggi di un Sud assistito, contemporaneamente si perde la cultura dell’intervento straordinario e il Mezzogiorno viene abbandonato a se stesso.

Perché solo oggi ci si accorge che la situazione del Sud è grave?

Adesso si è preso in considerazione l’ultimo rapporto Svimez ma nessuna attenzione è stata mai prestata al lavoro formidabile che Svimez ha realizzato in tutti questi anni, pubblicando i dati dello sviluppo del Mezzogiorno dall’Unità d’Italia agli anni ’90, un quadro che rende l’idea di quanto detto finora.

Qual è, secondo lei, un successo che si può attribuire al Ministero istituito per il meridione d’Italia?

Dunque, come detto, il Ministero nacque come tentativo di creare la centralità del Mezzogiorno nelle politiche strategiche che dovevano portare l’Italia fuori dalle secche e far partire la crescita nel dopoguerra; all’interno di quella logica, la nascita di un istituto come la Cassa del Mezzogiorno è stato senz’altro un successo. Si pensi ad esempio al ruralismo. Una parte del Sud non aveva una rete idrica, luce elettrica, scuole, ospedali e nemmeno le minime dotazioni per rendere vivibili le aree agricole che rappresentavano la maggioranza del territorio meridionale. La Cassa, con i suoi interventi, ha avvicinato l’economia e poi gli stili di vita di Nord e Sud. Ha dotato il Sud di una prima e importante infrastrutturazione.

La stessa agricoltura meridionale si è ravvivata in quegli anni, portando alcuni settori all’eccellenza che conosciamo oggi. Si pensi alla rete di interventi nel campo dell’enologia, frutto sia della riforma agraria che della Cassa per il Mezzogiorno.

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