domenica, Aprile 18

Un leone di nome Smith Il 18 aprile 1973 muore a New York Willie The Lion Smith uno dei giganti dello stride jazz

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Il 18 aprile 1973 muore a New York il settantacinquenne pianista e compositore Willie The Lion Smith uno dei primi e più autorevoli esponenti dello stride jazz.
La sua tecnica ha influenzato un gran numero di pianisti, primo fra tutti Duke Ellington che, non a caso, gli ha dedicato una sua splendida composizione intitolata ‘Portrait of The Lion’. Willie The Lion, all’anagrafe William Henry Joseph Bonaparte Bertholoff Smith nasce a Goshen, New York, il 25 novembre 1899.
Nel 1901 resta orfano di padre e due anni dopo la madre trova un nuovo compagno in un certo signor Smith che aggiunge ai lunghissimi dati anagrafici del piccolo Willie un nome in più. Proprio la madre, pianista, è la sua prima maestra di musica. Da lei impara le tecniche di base sufficienti a diventare organista nella chiesa del quartiere newyorkese dove vivono. Dotato di un talento naturale per la tastiera scopre ben presto di poterlo sfruttare adeguatamente.
A quindici anni inizia a ottenere i primi ingaggi come pianista prima a New York, poi ad Atlantic City e a Newark. In pochi anni diventa una delle attrazioni fisse di locali come il Leroy’s, lo Small’s e il Garden Of Joy conquistandosi rapidamente una buona reputazione e una notevole popolarità. Nel 1920 entra a far parte dei Jazz Hounds, la band di Mamie Smith, con i quali partecipa alla storica registrazione di ‘Crazy blues’.

Dopo aver lavorato per qualche anno in varie riviste musicali e spettacoli di vaudeville, dà vita a una propria band con la quale suona al Capitol Palace, al Rhythm Club e in altri celebri cabaret di New York.
Chiusa l’esperienza in gruppo tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta si esibisce come solista al Pod’s and Jerry’s prima di essere ingaggiato per partecipare a varie sedute di registrazione di Clarence Williams.
Durante gli anni Trenta si esibisce spesso con un gruppo che porta il suo nome e di cui fanno parte strumentisti di prim’ordine come Ed Allen, Cecil Scott, Buster Bailey, Frank Newton, Pete Brown e John Kirby. Con questa compagnia si esibisce all’Onyx, all’Apollo e all’Adrian’s Tap Room, registra vari dischi per la Decca.

Nel 1939 accetta una proposta dell’etichetta Commodore e realizza da solo al pianoforte una sorta di antologia personale di tutti i brani che l’hanno reso famoso da ‘Echoes of spring’ a ‘Passionette’. La sua carriera non conosce soste né cali di tensione.
Nel corso degli anni Quaranta è attivissimo sia alla testa di propri gruppi con i quali suona al Man About Town, al Casablanca, al Newark, sia come free-lance (nel 1944 è per esempio di scena al Pied Piper nel Greenwich Village a fianco di Max Kaminsky).

Tra il 1949 e il 1950 effettua un lungo tour europeo in veste di solista. Nel corso degli anni Cinquanta si esibisce regolarmente al Central Plaza di New York, nel 1958 suona al festival di Newport. Negli anni Sessanta continua a esibirsi nei migliori locali di New York, prende parte ad altre edizioni del festival di Newport ed effettua vari tour in Canada e in Europa. La morte lo coglie mentre sta pensano a un nuovo progetto.

Di lui restano leggendarie alcune provocazioni come una sua famosa intervista sul ragtime nella quale disse, tra l’altro: «Il ragtime? Una musica per piano suonata da uno strumentista che non conosce la tastiera e quindi al momento dell’improvvisazione stuzzica i tasti chiacchierando del più e del meno  cercando di cavarsela fino a quando non tocca a un altro strumentista».

Dissacratore fino all’ultimo pochi mesi prima di morire dichiara che un jazzista deve essere in grado di «cantare, parlare, suonare, dirigere e ballare, altrimenti lasci perdere il jazz».

 

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