mercoledì, Aprile 21

Un lavoro duro per il Governo field_506ffb1d3dbe2

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A dispetto dell’ennesimo monito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, neppure oggi sera il Parlamento riunito in seduta congiunta si è dimostrato capace di eleggere i due giudici della Corte Costituzionale: Luciano Violante Donato Bruno sono rimasti al palo, con gli stessi voti raccolti ieri sera, rispettivamente 542 e 527; dunque lontani dal quorum di 570. 
Le nuove votazioni, la quattordicesima per la Corte Costituzionale e la nona per l’elezione dei due membri laici del CSM, si svolgeranno martedì 23 settembre a partire dalle ore 12.00. Per quanto riguarda la Consulta, i candidati della maggioranza rimarranno Violante e Bruno: lo ha confermato Roberto Speranza, capogruppo del PD alla Camera, lasciando la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Sullo stallo elettorale è intervenuto anche il presidente della Corte Costituzionale Giuseppe Tesauro, che ha dichiarato: «Un’istituzione come la Corte Costituzionale penso meriti ben altro trattamento»; aggiungendo «uno spettacolo che non meritano anche i cittadini italiani». «Il cittadino italiano»ha proseguito Tesauro «spesso e un po’ troppo bistrattato. È una cosa amara, molto amara». Dure critiche nei confronti della lunga serie di fumate nere vengono ostentate dal M5S, i cui capigruppo a Montecitorio e a Palazzo Madama hanno scritto una lettera ai Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso per chiedere che le elezioni per Consulta e CSM vengano tenute in seduta notturna del Parlamento, in maniera che l’attività legislativa delle due Camere non venga rallentata: «Da dieci giorni i parlamentari italiani trascorrono oltre sei ore al giorno a imbucare schede elettorali nelle urne con un nulla di fatto. Nel frattempo in Italia abbiamo sei milioni di poveri, cinquemila imprese storiche fallite e addirittura gli operatori del comparto sicurezza con lo stipendio bloccato da quattro anni. (…) Noi sentiamo l’esigenza di risolvere i problemi dell’Italia. Chi invece preferisce occuparsi di questi metodi spartitori anche per incarichi che dovrebbero essere invece assunti da persone di specchiata moralità e assoluta garanzia di imparzialità lo facciano in seduta notturna».

Recependo le integrazioni del Governo, la Commissione Lavorodel Senato ha approvato la legge delega sul lavoro e il testo dovrebbe già approdare in Aula la prossima settimana, per essere approvato in via definitiva entro il mese di ottobre. Il percorso, tuttavia, sia annuncia piuttosto complicato: il relatore Maurizio Sacconi (NCD), infatti, ritiene che il provvedimento comporterà, nei fatti, un superamento dell’art. 18; un’interpretazione antitetica rispetto a quella data dai senatori PD in Commissione e dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che sul tema del reintegro ha precisato: «solo con i decreti delegati si prenderà una decisione sull’art. 18». In verità, anche se nel testo non viene richiamato l’art. 18, l’emendamento del Governo sul ‘contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti’ sostituisce, per i nuovi assunti, il reintegro in caso di licenziamento illegittimo con un indennizzo economico commisurato all’anzianità di servizio; il reintegro rimarrebbe unicamente per i casi di licenziamento discriminatorio. Non si è fatta attendere la reazione dei sindacati. Il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, ha ricevuto mandato dal Direttivo di aprire un confronto con CISL e UIL per rinserrare le fila in vista di una mobilitazione unitaria.Ma al momento non sembra esserci un’identità di vedute tra i sindacati in merito alla lettura dei fatti. Raffaele Bonanni, segretario generale della CISL, sottolinea che il suo sindacato è d’accordo sul contratto a tutele crescenti, però «a condizione che serva a far fuori tutte le truffe in cui sono incappati i giovani», come ad esempio le false partite IVA. «Diversamente, il contratto a tutele crescenti sarebbe solo l’ennesimo contratto di lavoro e più di un milione di persone continueranno ad essere truffate».Quanto alla più volte ventilata ipotesi di abolizione dell’art. 18, Bonanni si limita a bollarla come una “ossessione” di alcuni esponenti della maggioranza. Il leader della UIL Luigi Angeletti, invece, ha minimizzato il voto in Commissione: «Ieri sembrava che si volesse eliminare l’articolo 18 per decreto. Una stupidaggine in sé. Ma Renzi non l’ha fatto, perché non ha la forza. E questo vale anche per la riforma della Pubblica Amministrazione, che finora si è limitata al taglio dei permessi sindacali. Tutto sembra urgente e intanto continuiamo a perdere posti di lavoro».

Il voto della Commissione Lavoro si è rivelato un rospo che molti all’interno del PD non intendono mandare giù. Nella schiera dei critici verso il provvedimento, accanto agli oppositori “tradizionali” come Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, c’è anche il presidente del PD Matteo Orfini, che ha espresso forti perplessità nei confronti del provvedimento e ha auspicato che vengano introdotti delle rettifiche: «I titoli del Job Act sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo». Ipotesi, questa, che è stata seccamente respinta dal ministro Poletti. Appelli a individuare un punto di sintesi unitaria all’interno del PD sono stati lanciati dai vice segretari Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini. «La delega sul lavoro» ha detto Guerini «è in corso di perfezionamento: è giusto che il Pd si ritrovi a discutere e definisca la propria posizione». «Confidiamo, e non a caso la direzione è convocata il 29 settembre» ha sottolineato Serracchiani «che si possa trovare il luogo della sintesi proprio all’interno del Partito Democratico, un partito che ha dimostrato maturità proprio quando si pensava si sciogliesse come neve al sole, come sulle riforme».

A complicare lo scacchiere all’interno del PD c’è anche lo scarso gradimento con cui alcune delle minoranze interne, quella cuperliana in particolare, hanno recepito le deleghe della segreteria. A riguardo, Fassina ha così commentat «Il Segretario del partito ha completato il suo staff dando incarichi a chi riteneva opportuno, ma per quanto mi riguarda rimane lo staff del segretario, non c’è stata discussione politica sui nodi di fondo». La segreteria appena nominata risulta così composta: Guerini organizzazione, Taddei economia e lavoro, Paris enti locali, Amendola esteri, Bonaccorsi cultura e turismo, Braga ambiente, Campana welfare, Carbone P.A. innovazione e made in Italy, Fiano riforme e sicurezza, Covello Mezzogiorno, Capozzolo politiche agricole, De Maria formazione, Ermini giustizia, Puglisi Scuola, Rotta comunicazione, Tonini federalismo.

Come se non bastasse, sul Governo di Matteo Renzi si addensano anche altre nubi. Le prime sono legate alla legge elettorale che, come ha annunciato il presidente della Commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama Anna Finocchiaro, potrebbe essere discussa a breve in Aula, anche se su questo ci sono voci discordanti provenienti sempre dal PD. Alfredo D’Attorre ha dichiarato che in questo momento, in presenza di forti tensioni sui temi economici,scaricare sul Parlamento e sui partiti «anche la legge elettorale non mi sembra la scelta giusta: aumenterebbe le tensioni». Sarebbe preferibile, a suo modo di vedere, che si esaminasse l’Italicum solo dopo la prima lettura della legge di stabilità. Difficile non vedere nelle parole di D’Attorre un avviso al Governo sulle difficoltà che potrebbe incontrare qualora volesse forzare le tappe come è accaduto in Senato.

Altro non trascurabile ostacolo con cui Renzi sarà chiamato a cimentarsi nei prossimi giorni è rappresentato dalle indagini aperte dalla Procura di Genova nei confronti di Tiziano Renzi, padre del premier, per bancarotta fraudolenta. L’indagine riguarderebbe il fallimento di una società di distribuzione di giornali e campagne pubblicitarie Chil Post, avvenuta nel maggio 2013. 

 

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