sabato, Aprile 10

Un insolito coordinamento di sicurezza

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Dopo la morte del ministro Ziad Abou Ein, avvenuta in piena manifestazione pacifica contro la confisca dei nuovi territori degenerata in conflitto, diversi responsabili palestinesi, poggiando la loro decisione su quella della direzione, hanno annunciato che l’Autorità Palestinese terminerà ogni forma di cordinamento di sicurezza con Israele, e questo è stato causa di ulteriore tensione. Se da un lato, sul fronte palestinese, questo annuncio è stato ben accolto, lo stesso non è stato in Israele, dove ha suscitato invece molti interrogativi riguardo al risultato raggiunto. E non ha sbagliato chi non ci ha creduto, visto che alla fine di un consiglio della direzione palestinese, il presidente Mahmoud Abbas ha reputato inesistente una simile minaccia, contando invece sulla cooperazione continua tra i servizi di sicurezza delle due parti. Son seguiti fiumi di condanne per Hamas e la jihad islamica ma anche, nell’ambito del campo presidenziale, per il Fatah, il partito sotto la sua direzione. Le Brigate dei Martiri di El Aqsa – ala armata del Fatah nata con Marouane Barghouthi, punta del movimento nazionale palestinese oggi detenuto nel carcere israeliano – hanno reso pubblico un comunicato in cui condannavano il presidente Abbas dandogli del dittatore e invocando la sua destituzione.

Questo fa sì che un clima di tensione non indifferente sia di casa a Ramallah, sede dell’AP dove Abbas è sempre più criticato e attaccato non solo dalle grandi penne della stampa internazionale, e dalla gente comune, in primis dai giovani sui social network, che lo ridicolizzano per la sua politica cosiddetta di concessione, ma anche dai suoi stessi sostenitori. Secondo l’agenzia stampa Safa di Gaza, anche uno dei suoi collaboratori più vicini, Yasser Abed Rabbo avrebbe dato del ‘dittatore’ al presidente, raccontando che durante un incontro segreto con il capo del Shin Bet, Yoram Cohen, Abbas avrebbe accettato di mettere in sordina la situazione sulla sicurezza a Gerusalemme Est in cambio della fiducia israeliana. L’agenzia Safa aggiunge inoltre che anche Abed Rabbo ha accusato Abbas di doppio gioco nel suo ricorso alla Corte penale internazionale: « Impossibile per lui voltarsi verso la CPI , non intraprenderà mai un simile percorso» ha dichiarato il responsabile dell’OLP, in base a una promessa di Abbas al segretario di Stato americano John Kerry.

Yasser Abed Rabbo accusa, prima di altri, il presidente dell’AP, di nuocere alla risoluzione palestinese presentando all’ONU troppo velocemente la richiesta di riconoscimento di uno stato indipendente. Secondo il presidente, Abbas ha fretta di proporre il progetto di risuoluzione palestinese al Consiglio di sicurezza, senza neanche ottenere i nove voti necessari per la sua adozione, rendendo quindi il veto americano un’inutilità: « Non vuole mettere l’America in imbarazzo», avrebbe affermato Abed Rabbo che – ricordiamo – era stato silurato il mese scorso proprio per mano di Abbas, che lo accusava di aver fatto un patto col nemico giurato Mohamed Dahlane, membro del comitato centrale del Fatah e del consiglio legislativo, e oggi esiliato negli Emirati Arabi.

Stessa storia a Gaza durante una riunione di lavoratori e simpatizzanti del Fatah, tenutosi questa settimana nella sala culturale di Rachad Shawa, dove gli attacchi contro Abbas e la sua politica si sono accesi su ogni fronte. Etichettato ‘Uomo di concessioni’, Mahmoud Abbas perde sempre più operatività agli occhi dell’opinione pubblica. Si tratta di concessioni per niente assecondate dalla popolazione, segnata da conflitti a catena, una sede enigmatica e punizioni a livello collettivo, senza che si intraveda la luce alla fine del tunnel. Gli affiliati del Fatah, e i responsabili gli rimproverano di aver contribuito a dare al partito l’immagine di un movimento sottomesso con a capo un vero disonesto. Una dura descrizione che arriva da un movimento in collera, che si crede ormai a capo della rivoluzione per la liberazione della Palestina, evento scatenato dal 1965 sotto Yasser Arafat.

Il voltafaccia del presidente per la questione del coordinamento di sicurezza che ha definito sacro a più riprese, è stata la goccia che ha fatto trabordare il vaso. Per la maggioranza palestinese, questo accordo avvilisce i capi che si lasciano sfruttare e sottomettere da chi occupa i loro territori. Secondo questa frangia, le forze di sicurezza dell’AP sono diventate «Gendarmi» dell’occupazione israeliana al servizio della sicurezza. Questa sensazione trova appoggio nel processo di pace interrotto e nell’azione di colonizzazione e occupazione. Ma cos’è il corrdinamento di sicurezza e perchè suscita così tante tensioni?

Secondo gli Accordi di Oslo del 1993, la gestione amministrativa delle aree AeB, rispettivamente con il 18% e il 21 % di territori occupati, richiede una cooperazione soprattutto per il passaggio dei beni e delle persone. Questa gestione è affidata all’AP, mentre il 61% delle restanti terre si trovano in Israele, dove sono state istituite le colonie. La zona A è in mano palestinese, le zone B e C in mano israeliana. Nel mentre, a seguito di un accordo firmato a Il Cairo nel maggio 1994, era stato deciso che le forze di sicurezza palestinesi agissero contro Israele e contro i coloni. Per operare in questa direzione, si tengono incontri regolari e scambi di’informazione tramite l’ufficio di sicurezza, e operazioni congiunte sono all’ordine del giorno.

Quest’azione di coordinamento così screditato, è stata sospesa durante la seconda Intifada dal presidente Yasser Arafat, e poi ripresa da Mahmoud Abbas nel 2005, che l’ha riformata, dandole più l’aspetto di un pegno alla comunità internazionale, soprattutto agli Stati Uniti. Un pegno preliminare all’accordo di pace da parte dello stato ebraico e dell’amministrazione Bush che ha incitato, dal marzo 2005, il luogo tenente generale William Ward a compiere una missione: controllare la sicurezza e riorganizzare i servizi di sicurezza che il presidente Arafat, quando era in vita, aveva sempre negato. A William Ward è poi seguito il generale Keith Dayton incaricato dell’assunzione, della formazione e di attrezzare le forze di sicurezza nell’ambito di un piano globale per la messa a punto di istituzioni per la creazione di uno stato. Alcuni non fanno fatica a sostenere che questo personaggio aveva le mani in pasta nella politica interna dell’AP e che imponeva il diktat della sua amministrazione al punto da essere definito dai partiti islamisti e dagli oppositori palestinesi in genere, «l’americano venuto a governare la Palestina».

E in questo contesto il movimento di Hamas si è impossessato del potere a Gaza a giugno 2007, proponendo questa operazione come una forma di prevenzione contro attacchi al suo potere, sulla scia di un piano americano di Dayton dal titolo: « come sommergere Hamas ».

«Il piano Dayton mette a punto un congegno di sicurezza non certo per difendere il nostro popolo, ma per impedire una resistenza… l’obiettivo è quello di destabilizzare il nostro governo legittimo eletto alle urne dalla voce del popolo, e di sostituirlo con un governo scelto da Dyton». Questa è stata la frase che i responsabili di Hamas non hanno mai smesso di ripetere per giustificare il colpo di stato.

Proposta come una questione legislativa, e principalmente di ordine con l’obiettivo di arrestare le bande di criminali, rafforzare i servizi di sicurezza, vietare l’utilizzo pubblico di armi, e localizzare le automobili rubate, sul piano pratico questa riforma si è tradotta nello smantellamento delle truppe armate in Cisgiordania e nella riorganizzazione delle forze di sicurezza con 30.000 uomini. Sono state create unità speciali, contro il terrorismo prima di tutto, oltre a diversi « battaglioni speciali » delle Forze Nazionali di Sicurezza, e un esercito di 8000 membri che rappresenta la più grande unità militare palestinese in Cisgiordania. Una forza sempre accusata di riscossa, ma che è riuscita a ristabilire l’ordine soprattutto a Naplouse, Jenine e Hébron, luoghi protagonisti di terrificanti scontri, a causa dell’indebolimento dopo i colpi inflitti dall’esercito israeliano che ha occupato le città durante la seconda Intifada nel 2002. Operazioni spettacolari portate avanti e che moltiplicano gli arresti, da parte dei membri del gruppo o dei simpatizzanti di Hamas, e, in minor misura, da organizzazioni di sinistra e da comitati popolari in Cisgiordania. L’insieme dei gruppi armati della resistenza sono stati costretti a capitolare e deporre le armi, incitando così molti palestinesi a considerare questa fase una collaborazione casta e semplice col « nemico israeliano ». Le forze palestinesi, per loro, sono diventate un suppletivo dell’esercito d’occupazione.

Il più grande colpo messo a segno sull’Autorità Palestinese è stato avanzato durante la guerra d’Israele a Gaza a dicembre 2008, quando le forze di sicurezza hanno represso manifestazioni in Cisgiordania per solidarietà con Gaza. Gli agenti civili, o in uniforme hanno accerchiato le moschee impedendo ai giovani di avvicinarsi ai check-point israeliani, hanno fermato i manifestanti a suon di bastonate e gas lacrimogeni. Stessa storia la scorsa estate, ma un po’ più in sordina.

Abbas e l’AP sono accusati dall’opinione pubblica di essersi sbarazzati dei nazionalisti palestinesi dall’epoca di Arafat, obbligandoli a ritirarsi per lasciare spazio a nuovi militanti e combattenti senza storia. « Professionisti della sicurezza » zelanti sembrerebbe, che si infischiano delle riflessioni politiche e che non smettono di fermare « gli eroi della resistenza». Molte operazioni si sono concluse proprio con quegli stessi militanti, morti o feriti.

E così, il declino dell’Intifada 2000 e della resistenza armata in Cisgiordania ha iniziato a essere soffocata dagli scontri tra forze di sicurezza dell’AP e i gruppi armati. Un braccio di ferro che ha rappresentato, infatti, l’ultimo segno di rifiuto degli stessi combattenti per la politica di disarmo iniziata dall’AP, che ha condotto centinaia di membri delle Brigate di Al Aqsa a rinunciare pubblicamente alla lotta armata in cambio di un’amnistia di Israele, e centinai di uomini di Hamas a deporre le armi sotto la pressione delle forze di sicurezza.

Questo iter, alquanto impopolare, è contestato dalla maggioranza dell’opinione pubblica che vede la resistenza armata come legittimo diritto degli occupati.

Senza una simile cooperazione, Israele, che vede in questo processo un elemento-chiave nella lotta alle operazioni di resistenza palestinese, posizionando i suoi uomini e coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, farebbe più fatica a trovare le mosse giuste per impedirle. Anche l’AP ha i suoi interessi nella sorveglianza di Hamas e dei gruppi radicali o jihadisti, i suoi più grandi oppositori. La cooperazione ha fatto fallire diversi tentativi di stabilizzazione dell’AP con Hamas. Ha permesso di prevenire ogni rivolta in Cisgiordania, che gli si potrebbe ritorcere contro.

L’Autorità Palestinese, tra l’incudine degli Stati Uniti e il martello dell’opinione pubblica si ritrova spiazzata davanti a un dilemma, con tanto di contraddizioni: deve rispettare gli accordi di sicurezza, impedire ogni manifestazione armata, e sostenere, al contempo, la causa palestinese, incluso il diritto alla resistenza. Un dilemma che rischia di complicarsi sempre più se le concessioni non troveranno un giusto accordo, vale a dire la fine dell’occupazione e la creazione di uno stato palestinese vitale e indipendente.

 

Traduzione a cura di Silvia Velardi

 

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