mercoledì, Settembre 22

Un incontro tra islam e cristianesimo è possibile

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Leggo nel Corano: «Quando incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente». Quanto è rischioso nel caso dell’islam agire in relazione a un’interpretazione letterale delle sacre scritture?

Molte persone non sanno che nell’islam non esiste una autorità magisteriale: manca totalmente una dottrina condivisa, vincolante, come per la Chiesa Cattolica è il magistero pontificio. In passato il Califfo rappresentava il punto di riferimento e l’unità: oggi assistiamo alla sua restaurazione attraverso l’Isis. Ecco perché l’interpretazione letterale più fondamentalista del Corano, da parte del gruppo più violento e radicale, rimane solo una delle possibili. Nel Corano ci si imbatte in espressioni contrastanti: un’esegesi letterale resta comunque un’interpretazione. Una delle tante. Posso essere un fondamentalista e non alzare mai la mano contro nessuno.

 

I musulmani e gli ebrei credono di condividere con i cristiani lo stesso Dio?

I musulmani non possono comprendere il Corano senza confrontarsi con la tradizione ebraica e cristiana: si riconoscono discendenti di Ismaele, figlio di Abramo; l’islam non ha mai preteso di costituirsi come una nuova religione, ma come la restaurazione della religione primigenia di Adamo.

Il cristianesimo e l’ebraismo hanno sempre cercato l’armonia tra fede e ragione: il cristiano sa che ci sono verità che il suo intelletto non riesce a raggiungere. Ecco la ragionevolezza del limite e il continuo bisogno di porsi domande. Tutto ciò non appartiene all’islam. Non potendo sapere nulla di Dio, i musulmani non possono neanche interrogarsi sulle sue parole, sulla sua volontà, sul suo messaggio.

 

Per i musulmani esiste una via teologica per affrontare i passaggi più violenti del Corano e per entrare in contatto con il cristianesimo?

L’unica via possibile è quella della ragione, della filosofia. Il problema del terrorismo è un problema dell’islam, della sua relazione conflittuale con il pensare filosofico: la ragione è l’unico spazio possibile in cui compiere questo incontro.

Non sto parlando di un pensiero analitico o giuridico, ma di un pensiero razionale, in grado di raggiungere le cause profonde. In questo senso Papa Francesco ha giustamente affermato con forza che usare il nome di Dio per uccidere è una bestemmia. Affermando questo si è collocato sulla stessa linea di Papa Benedetto XVI con il suo discorso di Ratisbona: una religione che si impone con la violenza va contro il logos, contro la ragione, quindi, contro Dio stesso.

 

Non la teologia, ma la filosofia come luogo di incontro?

Non solo: carità e misericordia potrebbero rappresentare un faro grazie al quale dirigere i rispettivi passi verso l’altro. Il Papa ha affidato il Giubileo Straordinario della Misericordia al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione: evangelizzare è possibile solo nella comprensione dell’altro; non posso imporre un pensiero con la spada. Questo fu l’errore compiuto in passato anche dal cristianesimo.

Chinarsi per conoscere da vicino la realtà, per ascoltare il prossimo con attenzione. Abbassarsi per svelarsi ed offrirsi al mondo disarmati, come un dono: questo è il Natale, così ci si innalza.

 

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