domenica, Settembre 19

Un Green New Deal per l’Italia field_506ffb1d3dbe2

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La crisi economica che l’Italia sta affrontando negli ultimi cinque anni ha radici molto profonde che non sono legate esclusivamente alla gestione dei mercati, al’entrata della moneta unica o da altre cause manifestatesi nel breve periodo. Secondo il Rapporto sulla Green Economy 2013, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e dall’Enea, «la crisi italiana è segnata da mali antichi, come lo scarso senso civico e la scarsa attenzione per i beni comuni, la diffusa corruzione e le vaste aree di illegalità, la sfiducia e la bassa autorevolezza delle istituzioni che si alimentano a vicenda e che hanno abbattuto la credibilità, le idee innovative e il potenziale». L’Italia, però, non è totalmente da buttare. Ci sono risorse importanti come la bellezza, la storia, la cultura e la qualità del vivere che possono essere valorizzate e rese partecipi del rilancio economico di cui oggi ha bisogno il Paese.

Il Rapporto, più che riportare dati sulla condizione attuale della green economy in Italia, lancia alcuni spunti a un panorama politico che per molto tempo non è stato in grado di riconoscere il potenziale che potrebbe avere per il rilancio economico del Paese. La prima parte del Rapporto affronta il panorama internazionale, partendo da un excursus storico-economico che, dalla crisi del ’29 arriva ai giorni nostri e fornisce un’ampia illustrazione delle proposte per un Green New Deal formulate dall’Unep e dall’Ocse, le prospettive per l’affermazione della green economy in Europa, gli effetti sull’occupazione e le riforme indispensabili. Dall’ambito internazionale il discorso si trasferisce poi all’ambito nazionale, analizzando il contesto italiano e il nuovo ruolo che le città possono avere come volano per uno sviluppo sostenibile. La condizione italiana, infatti, è aggravata dalla presenza di idee vecchie che ostacolano lo svilupparsi di un’economia basata sull’innovazione.

Secondo quanto riportato nel Rapporto «l’alto debito pubblico, in un contesto di politiche europee restrittive e di austerità rende particolarmente complesso affrontare, con le vecchie idee di benessere orientate al consumismo e le vecchie politiche di sviluppo, una recessione economica prolungata con elevati tassi di disoccupazione e con una condizione diffusa di disagio e sofferenza sociale». Idee vecchie che non consentono di trovare risposte concrete per affrontare una crisi nuova, con caratteristiche e dimensioni diverse rispetto al passato. Il Rapporto riporta, tra le dimensioni più gravi di questo contesto «giovani che non trovano più nemmeno un lavoro precario, anziani in numero consistente in condizioni di crescente difficoltà, lavoratori disoccupati o che temono di perdere il lavoro, un ceto medio che sta peggiorando le proprie condizioni di vita, numerose imprese che chiudono o sono in forte difficoltà». Una crisi di grande portata, che potrebbe comportare gravi rischi e pericoli, come «la prospettiva di un vero declino del Paese, di un suo strutturale impoverimento economico e sociale e di un suo decadimento civile, un peggioramento della qualità ambientale, un progressivo degrado del patrimonio culturale e naturale alimentati dal definanziamento e dalla marginalizzazione delle politiche pubbliche di tutela e dalla scelta di scorciatoie illusorie, percorse in nome dell’emergenza economica, un grave deterioramento delle sue istituzioni democratiche, della loro credibilità e capacità di praticare reali soluzioni, così come palese è l’inadeguatezza delle proposte che si presentano come alternative, la messa in crisi di una prospettiva europea e la marginalizzazione del nostro ruolo internazionale».

Dal Rapporto emerge quindi la necessità di adottare al più presto una strategia alternativa a quella portata avanti finora, un nuovo progetto di ripresa economica basato sull’innovazione e sulla sostenibilità ambientale. La proposta lanciata da Fondazione Sviluppo Sostenibile ed Enea segue la scia del New Deal roosveltiano del 1929, giudicando insufficienti le operazioni di austerità e di tagli e puntando maggiormente su un nuovo progetto di ripresa economica e di occupazione capace allo stesso tempo di mitigare la crisi climatica e mantenere il capitale naturale. «La crescita rapida e il modello dell’economia ‘grasso che cola’ appartengono al passato e la ricchezza prodotta comunque crescerà meno che in passato, l’equità non è più solo un valore etico positivo, ma una condizione essenziale per la prosperità economica e per la qualità della nostra società».

Il Green New Deal proposto nel Rapporto si basa su alcune idee forti, come «la consapevolezza delle possibilità di un nuovo sviluppo basato su una green economy, la necessità di un nuovo patto per il cambiamento che impegni la società civile, i cittadini, le imprese e le istituzioni; la consapevolezza della vastità della crisi attuale che richiede idee innovative e un vasto programma di riforme».

Come sostiene Giovanni Lelli, Commissario Enea, “la Green Economy può rappresentare la chiave di volta per avviare un nuovo ciclo di sviluppo all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione tecnologica, con ricadute di lungo periodo che vanno dalla salvaguardia dell’ambiente al rilancio dell’industria e dell’occupazione”. Questo nuovo sviluppo della Green Economy può venire, secondo Lelli “da una nuova pianificazione urbana che faccia dell’eco-innovazione tecnologica e sistemica il fulcro della trasformazione delle nostre città per offrire una migliore qualità ai cittadini e un più sostenibile utilizzo delle risorse energetiche e non energetiche. Con l’eco-innovazione si possono trasformare le aree urbane rendendole centri di risultati economici sostenibili e, al contempo, luoghi ideali per la crescita civile dei cittadini”.

Il programma italiano potrebbe basarsi, per partire, su tre elementi che al momento sono negativi per il Paese: rifiuti, mobilità urbana ed energia. L’Italia produce in media il 75% dei rifiuti, molti dei quali potrebbero essere riutilizzati e avere una seconda vita. Secondo l’Enea, circa il 48% dei rifiuti elettrici ed elettronici potrebbe essere riutilizzato con un valore di mercato di 45 milioni di euro. Le raccolte differenziate sono ancora a macchia di leopardo sul territorio, con punte del 51,1% a Verona e picchi del 6,4% a Messina. La strada della raccolta differenziata porterebbe non solo a un minor costo di gestione dei rifiuti per ciascun cittadino, ma anche a un incremento dei posti di lavoro (8,5 con un incremento di 1000 ton all’anno), quindi il raggiungimento dell’obiettivo di riciclaggio del 50% creerebbe un’occupazione di 11.000 unità.

Anche sul fronte della mobilità urbana l’Italia è ancora lontana dall’obiettivo della sostenibilità, pur essendoci alcune città, come Torino, Brescia, Parma e Milano che rappresentano esempi positivi. Buon trasporto pubblico, bike e car sharing, tecnologie Ict hanno permesso di raggiungere buoni risultati e Torino primeggia anche per un parco veicolare più ecologico della media italiana. Ci sono però ancora molte auto private in circolazione e una rete metropolitana poco sfruttata, che potrebbero consentire di avere una mobilità più conveniente sia in termini di rispetto per l’ambiente che in termini economici.

Sull’ambito delle emissioni di Co2 è stato particolarmente importante l’impegno dei 2481 comuni italiani che hanno aderito al Patto dei sindaci, permettendo un check up uniforme di consumi energetici ed emissioni di Co2. Nonostante ci siano state alcune iniziative interessanti, come i condomini intelligenti di Genova per diminuire i consumi e aumentare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, rimangono ancora aperti importanti capitoli come l’efficienza energetica e la ristrutturazione del patrimonio edilizio, attualmente solo al 20%. Tre aree su cui la riflessione può essere importante per approcciarsi a quel Green New Deal proposto da Enea e Fondazione Sviluppo Sostenibile.

Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, e in parte Roberto Morabito, responsabile dell’unità tecnologie ambientali dell’Enea, raccontano, sulla base dei dati raccolti nel Rapporto, la proposta di un nuovo corso per la green economy e per il rilancio economico dell’Italia.

 

Che cosa emerge dal Rapporto sulla Green Economy 2013?

Ronchi: Una prima parte del Rapporto è dedicata alla ricognizione internazionale delle cose fatte e alla possibilità di un’elaborazione europea di un Green New Deal, per creare una nuova prospettiva di sviluppo a partire dalla green economy e a partire dalle città. Nella seconda parte del Rapporto il discorso si declina in ambito nazionale, con prospettive diverse a seconda dei vari ambiti.

Morabito: Il Rapporto di quest’anno è focalizzato sulla possibilità di far decollare nel nostro Paese un Green New Deal che parta dal territorio e dalle città. È nelle città, infatti, dove vive la grande maggioranza della popolazione italiana. Qui si verificano i massimi impatti ambientali dei rifiuti, gli impatti sociali e gli impatti economici, basti pensare che il Pil e la crescita economica nelle maggiori città italiane sono più alti che nella media nazionale. Ripensare alle nostre città in chiave smart e green, puntando all’integrazione di infrastrutture verdi e tecnologie di eco-innovazione si possa arrivare a ottenere enormi vantaggi sugli impatti sociali, ma questo percorso può anche essere un importante volano di crescita economica in chiave sostenibile. La prima parte del Rapporto, invece, è dedicata all’analisi internazionale, cercando di individuare i presupposti per lanciare un Global Green New Deal, con un particolare focus sulla possibilità di lanciare strumenti di finanza ecologica.

Che cosa proponete con il termine Green New Deal?

Ronchi: Il richiamo al New Deal roosveltiano si riferisce a come, con sforzo innovatore dell’economia, si può superare una crisi che non è solo economica, ma anche ambientale e climatica. Un nuovo modello economico in chiave green, con una qualificazione dei consumi e degli stili di vita mantenendo un’elevata qualità ambientale. In questo modo si possono favorire gli investimenti in questo ambito.

Morabito: In questi anni si è parlato molto di grandi opere del nostro Paese, molte delle quali non sono state realizzate. Quello che è necessario adesso, però, è la realizzazione di opere di grandi infrastrutture nelle città, come ad esempio la riqualificazione ambientale del patrimonio edilizio esistente, con un consumo di suolo zero in centri storici e aree degradate, la riqualificazione delle aree contaminate (57 siti in aree urbane o interurbane) per restituire socialità alle aree dove è scomparsa e ripotenziare i servizi eco sistemici in aeree urbane che sono soggette a degrado. Ma anche sistemare il servizio idrico integrato, partendo dalla consapevolezza che il 15% della popolazione italiana non è agganciato in fogna. Gli investimenti stimati in questo ambito sono 66 miliardi nei prossimi 30 anni, di cui 25 miliardi nei prossimi cinque, il che significa creare circa 200 mila nuovi posti di lavoro. Ripensare queste opere potrebbe avere maggiori impatti positivi sociali, ambientali ed economici rispetto alle grandi opere. Sono solo pochi esempi di come partire dalle città possa rappresentare un’occasione per ripartire e rilanciare l’economia.

Quali sono gli elementi di eccellenza italiana su cui puntare per realizzare un Green New Deal?

Ronchi: Di elementi di eccellenza italiana ce ne sono molti, ma bisogna andare a cercarli nei vari settori.

Morabito: Sicuramente uno di questi elementi è la capacità di trasformazione delle materie prime, ovvero la manifattura. Il Made in Italy è un marchio e un valore esportato in tutto il mondo e associato a qualità e bellezza del territorio. Le bellezze naturali e paesaggistiche, poi, consentono di avere un’offerta di turismo di qualità, abbinata a un patrimonio culturale e artistico di cui sono evidenti gli impatti economici e sociali della sua valorizzazione. Poi dobbiamo considerare il fattore di competitività dell’industria dei beni culturali, che produce il 13% del Pil nazionale e il 15% dell’occupazione. E poi, ovviamente, la storia e le tradizioni delle nostre città.

Che contributo darebbe il Green New Deal e la green economy in generale al rilancio dell’economia italiana?

Ronchi: Riuscire a lanciare nel modo giusto la green economy in Italia implica alimentare nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro in ambiti produttivi diversi, creando nuove interessanti attività in chiave green.

Morabito: Partiamo dal presupposto che questa crisi è una crisi multipla e combinata, e non possiamo pensare di affrontare la crisi economica senza considerare quella climatica e quella sociale. Pensiamo che queste crisi non possono essere affrontate con la lente di un modello economico che è anche all’origine di queste crisi, basato sulla valorizzazione di un solo tipo di capitale, ovvero quello economico. Serve un cambio di paradigma, per passare a un’economia basata su tre tipi di capitale: economico, sociale e naturale. A livello mondiale questo contributo è stato ben recepito, e in testa all’agenda politica di molti governi ci sono attività orientate alla green economy. La Cina, ad esempio, ha ai primi 7 posti del piano quinquennale elementi di green economy. Dobbiamo avviare subito la transizione da un modello economico lineare basato sull’usa e getta, a un economia circolare, in cui si usa il riciclo a tutti i livelli. Solo così l’Italia, seconda manifatturiera europea, può sopravvivere.

Di quali riforme ha bisogno la green economy italiana per poter decollare?

Ronchi: Sicuramente ha bisogno di una riforma fiscale che consenta di premiare le attività ad alto valore ambientale e che penalizzi maggiormente quelle che inquinano e che vanno contro lo sviluppo di un’economia circolare. Ci sono, poi, varie normative da adottare in vari settori per favorire lo sviluppo di attività green.

Quali sono i freni che incontra oggi la green economy in Italia?

Ronchi: La green economy in Italia incontra freni generali che pesano soprattutto sulle difficoltà di accesso al credito e sulla bassa diffusione di tecnologie eco-innovative, che attualmente sono ancora troppo poco sostenute finanziariamente.

Ci sono dei Paesi che possono essere presi come riferimento per i modelli di green economy che hanno adottato?

Ronchi: Non conosco Paesi modello, ma ci sono alcuni Paesi che hanno fatto delle scelte importanti orientate alla green economy, come quello tedesco che ha puntato molto sulle rinnovabili e si è dotato di un ente statale che raccoglie e cataloga le tecnologie della green economy. Anche il Governo coreano del sud ha fatto dei passi avanti, promuovendo una regia di governo per indirizzare e coordinare le attività di green economy.

Che cosa prevede il programma di Renzi e del nuovo governo in questo ambito?

Ronchi: Il Governo Renzi è appena iniziato ed è troppo presto per dare  un giudizio. Trovo che sia  promettente la scelta di Padoan come Ministro dell’economia. Un uomo OCSE, che ha seguito da vicino le potenzialità e i progetti di green economy e dal quale ci si aspetta una particolare attenzione in merito a questo ambito. Per ora, però, non ci sono progetti concreti da poter valutare.

Che cosa si potrebbe fare di più?

Ronchi: Come dicevo prima occorre ridimensionare la riforma fiscale, e meglio ancora ridurre il cuneo fiscale in chiave green e accompagnarlo da misure di green spending review.

In base alle ricerche e al monitoraggio che portate avanti sulla green economy, come vi immaginate la situazione italiana tra 10 anni?

Ronchi: Se fossero attuate le misure che abbiamo proposto potremmo avere, nell’arco di 10 anni, una forte ripresa economica, sociale e climatica dell’Italia, che potrebbe diventare indipendente sul lato delle risorse energetiche, creare nuovi posti di lavoro con i green jobs, e procedere a una qualificazione migliore del territorio e delle città nell’ottica di un maggior benessere economico e sociale.

 

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