giovedì, Maggio 13

Un grande balzo in avanti contro le violenze domestiche

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Dal 1 novembre la città di Harbin, capoluogo della provincia settentrionale dello Heilongjiang, si avvarrà di una nuova normativa volta a proteggere le donne dalle violenze domestiche. Si chiama “Harbin Regulations on Women’s Rights and Interests Protection“, ha ricevuto il placet del braccio locale della governativa ACWF (All-China Women’s Federation) e arriva in coda ad iniziative analoghe intraprese nelle città di Guangzhou (Canton), Shenzhen, Changchun, Jinan e Qingdao. Definita dal South China Morning Post’ «una pietra miliare», il provvedimento andrebbe a coprire nello specifico le molestie sessuali impedendo ai mariti di perseguitare le ex mogli e le loro famiglie dopo la separazione. Maggior tutela verrebbe assicurata anche sul posto di lavoro, sempre più spesso scenario di violenze. Tra il 2007  e il 2012, il Beijing Zhongze Women’s Legal Counseling and Service Center ha ricevuto più di 183 richieste di consulenza  in materia di abusi sessuali; dei 47 casi portati avanti , il 34% era legato proprio all’ambiente professionale. 

Come stabilisce l’Art. 22, il coniuge, una volta interrotta la relazione, non dovrà molestare, insultare, minacciare o usare violenza verso la donna e i suoi parenti. Allo stesso tempo l’Art. 23 obbliga il datore di lavoro o il direttore ad assumere misure adeguate per prevenire o interrompere il verificarsi di comportamenti molesti ai danni delle donne nei luoghi pubblici e nell’ambito delle attività lavorative. Le vittime, da parte loro, sono invitate a contattare la polizia, i propri superiori e le autorità competenti. L’articolo sottolinea la responsabilità della Women’s Federation e degli agenti di pubblica sicurezza; troppo spesso casi di violenza vengono gestiti con scarso tempismo. Nel 2009 balzò alle cronache cinesi la storia di una donna che dopo aver chiamato la polizia otto volte invano è stata picchiata dal proprio marito fino a perdere la vita. Fino all’anno prima le violenze domestiche non rientravano nemmeno nei casi ufficialmente di competenza delle forze dell’ordine.

Inaspettatamente, per quanto lungamente attesa, la norma non ha suscitato soltanto commenti positivi. Nell’occhio del ciclone la definizione che ne deriva di ‘violenze domestiche‘: si parla di attacchi fisici, intimidazioni, torture, compresa la privazione del cibo e…«l’interruzione del sostegno finanziario». Concentrandosi sull’ultimo punto, alcuni internauti si sono chiesti cosa accadrebbe nel caso in cui il ‘sequestro del portafoglio’ fosse giustamente motivato. Si tenga presente che, in Cina, il management economico della famiglia è per tradizione compito femminile. E se la moglie spende troppo? «Se il controllo del budget di casa umilia il marito facendogli perdere la faccia? E’ una cosa che capita spesso. Che ne sarà dei diritti dei mariti?», si chiede un utente su Weibo, il Twitter cinese. E se è la donna a lasciare al verde il marito? Molti hanno fatto notare che la legge dovrebbe tutelare tutti i membri della famiglia al di là del sesso.

In risposta, l’agenzia di stampa statale Xinhua ha accusato il popolo del web di aver ‘male interpretato’ la nuova norma. Secondo quanto riporta ‘The Paper’ (ripreso dal portale in lingua cinese 163.com), la notizia è stata ripresa dai vari media in maniera non corretta dal ‘Xin wan bao’ che l’ha battuta per primo; nel testo originale l’espressione jingji fengsuo (‘blocco economico‘) non rientrava in nessuno dei 35 Articoli e la definizione di ‘violenza domestica’ continua ad essere valida così come viene riportata -in maniera vaga- nella Legge sul matrimonio, che in mancanza di un regolamento specifico copre anche i casi di molestie in famiglia.

Nel complesso, la normativa è stata salutata da molti come una svolta nel miglioramento della condizione femminile. Quando si tratta di introdurre un provvedimento, di solito, Pechino procede per progetti pilota: se i risultati a livello locale sono buoni, si tenta di replicare l’esperimento su scala nazionale. Non è escluso, quindi, che lo scossone dello Heilongjiang riesca prima o poi a smuovere tutta la Repubblica popolare. Come rimarca Gong Lixin, Capo della Commissione di Giustizia del Congresso del Popolo di Harbin, più del 90% delle vittime di soprusi tra le mura di casa è donna. I dati più completi, compilati da All-China Women’s Federation e risalenti al 2011, rivelano che, in Cina, una donna su quattro è oggetto di violenze familiari, dagli abusi verbali, alle restrizioni della libertà personale, fino al controllo economico e allo stupro coniugale. Ma, secondo quanto dichiarato dalla Corte Suprema del Popolo nell’ottobre 2013, in media meno del 20% dei casi viene approvato dai tribunali, in parte a causa delle difficoltà nella raccolta di prove e testimonianze. Questo per quanto riguarda la capitale; in province come il Guangdong e lo Shandong le statistiche si attestano su valori ancora più bassi, tra il 2 e il 15%.

Il termine ‘violenze domestiche’ ha fatto il suo debutto nella Repubblica popolare con l’emendamento della Legge sul matrimonio del 2001. Semplicemente un articolo le proibisce senza darne una definizione precisa. Dieci anni dopo, ACWF ha presentato all’Assemblea Nazionale del Popolo, il Parlamento cinese, una bozza di una vera e propria “Legge contro le violenze domestiche”, comparsa nell’agenda legislativa dello scorso anno per essere discussa in modo da valutarne l’attuabilità. Stando alle disposizioni vigenti, chi viene ritenuto responsabile di abusi su un membro della propria famiglia in ‘circostanze gravi’ viene condannato a due anni di carcere o posto sotto sorveglianza per un analogo periodo di tempo. Se si tratta di ferite gravi o in caso di morte, la pena si aggira tra i due e i sette anni. Tuttavia, come spiegava lo scorso febbraio al ‘China Daily’ Xue Shulan, alto funzionario della Corte Suprema del Popolo, al momento la legge non stabilisce chiaramente cosa s’intende per ‘circostanze gravi’. Xue ha assicurato nuovi sviluppi nel corso dell’anno, denunciando per il momento una totale dissonanza nella distribuzione delle pene detentive: «Alcuni tribunali danno tre anni, altri dieci, alcuni perfino l’ergastolo». Secondo quanto riferito dal portavoce della Corte, le violenze domestiche turbano la vita di circa il 24,7% delle famiglie cinesi e costituiscono il 10% dei casi di omicidi intenzionali.

Suo malgrado, la norma annunciata da Harbin ha finito per catalizzare l’attenzione su una fattispecie meno coperta dai notiziari locali: quella delle ‘violenze economiche’. Come spiega a ‘Want China Times Zhao Sile, esperta di diritti delle donne, questo tipo di abusi è causato dalla rampante discriminazione di genere nel mondo del lavoro. In città una donna guadagna in media due terzi lo stipendio di un uomo, nelle campagne il gap è ancora più netto; un sondaggio citato dal quotidiano taiwanese parla del 56%.

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