lunedì, Ottobre 25

Un film su Tiziano Terzani true

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Tiziano Terzani

Il 28 luglio del 2004, a Orsigna, un piccolo centro dell’Appennino Pistoiese, primo e suo ultimo “rifugio”, ove il tempo scorre al ritmo dei ruscelli, moriva Tiziano Terzani, giornalista e scrittore che ha speso quasi tutta la sua vita viaggiando. Ma dopo tanto girovagare e tante avventure, particolarmente nel Sud Est Asiatico, aveva deciso di ritirarsi con la famiglia in questo luogo che aveva conosciuto da piccolo, ove il padre Gerardo lo aveva condotto per fargli respirare aria pura e curare le “ghiandoline” di cui soffriva. Orsigna era la sua piccola Himalaya e nella pace del luogo, tra faggi e castani e il canto degli uccellini che ogni mattina ascoltava incantato, aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua vita, segnati da una lunga malattia, affrontando, in pace e con serenità, l’ultimo viaggio. «Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi dispiace solo che non potrò scriverne» aveva detto al figlio Folco. «Mario ci siamo», aveva detto poche ore prima all’amico contadino che gli aveva costruito proprio a Orsigna la sua gompa tibetana ( tempio buddista). E tuttavia, pur consapevole dell’avvicinarsi dell’atteso momento, aveva gradito i lamponi che l’amico gli aveva portato.

In paese lo considerano “uno di noi”, che amava la natura e la terra. Il “Santone”, come lo chiamavano, era genuino e semplice, fuor da ogni etichetta, non amava i salotti, preferiva stare con la gente del luogo, condividere pensieri, confidenze, esperienze ma soprattutto l’amore per la natura ed il mangiar semplice. Vegeteriano sì, ma qualche bistecca l’avrebbe gradita….La sua passione i funghi, i “necci” un dolce tipico del luogo fatto di farina di castagne e ricotta, ed il vino. Ne sono ghiotti coloro che diretti all’Abetone, a sciare, si fermano a S.Marcello, per una immancabile degustazione. E, ovviamente, il riso. Ne comprava tantissimo. A Orsigna, Tiziani non esisteva, c’era solo Tiziano e per la gente del paese, quelli che lo avevano visto crescere e con i quali aveva giocato fin da piccolo, ogniqualvolta arrivava da Firenze, con la sua auto scassata, era una festa. E lo era soprattutto per i figli, Folco e Saskia, e i nipotini, che riempiva di regali portati dall’Asia, «forse per compensare le sue assenze». Eppure a loro ha dato tantissimo: «Mi hai fatto capire che la vita ha un grande senso, e tutto, anche la sua fine, si amalgama per creare un’unica fluida melodia», gli ha scritto la figlia in una toccante lettera.

Bastava poco per renderlo felice: una passeggiata tra i boschi, su per gli stretti sentieri, un tramonto, un albero, un ruscello, gli animali. Del profondo legame con questo piccolo centro ne ha parlato lui stesso. Nel libro ‘La fine è il mio inizio’, ricorda come «L’Orsigna l’ha trovata mio padre…si era iscritto a quella che chiamava l’università popolare, che non era un’università, era un club per fare gite. La domenica con un autobus andavano di qua e di là con una di quelle gite negli anni Venti, lui giovanissimo e operaio, arrivò per la prima volta in questa valle…io ero spesso malato» e «questo ragazzo ha bisogno d’aria buona, d’aria pulita» aveva detto il medico.

E a Orsigna, Tiziano ha voluto chiudere la sua esistenza terrena. E da lassù, da quello sperduto paesino nascosto tra i boschi dell’Appennino ha continuano a gettare, nonostante i dolori della malattia, il suo sguardo lontano, oltre l’orizzonte, non nascondendo le sue preoccupazioni per il destino del mondo. Quel mondo che aveva voluto conoscere in profondità, attraverso mille pericoli e perizie che ne avevano messo a rischio la vita – come nella cruenta guerra del Vietnam – e le cui straordinarie esperienze di vita ci ha trasmesso attraverso i suoi innumerevoli libri. Qualcuno ha detto che i suoi libri si dovrebbero studiare nelle scuole, ma si sa che fra i suoi numerosissimi lettori, molti sono i giovani. Ammirati non solo dai suoi racconti di viaggio, ma dal fatto che la sua è stata una ininterrotta ricerca delle diversità, a conoscere l’altro, popoli, tradizioni, religioni, storie, a dare un senso, anche filosofico, all’esistenza.

Si è detto di Orsigna, ma la sua città è Firenze. Che lui ha onorato portandosela nel cuore e nello spirito. Ribelle, indagatore, avventuroso, irriverente, un po’ anarchico. E in questi momenti di riflessione, mi tornano a mente alcuni ricordi personali, alcune immagini del giovane Terzani. Intanto, non so se qualcuno l’ha scritto, agli occhi di noi studenti, appariva bello da fare invidia: alto, folta chioma, intelligente. Talvolta ci si ritrovava sui campetti di calcio per le nostre cronache sportive. O ai Sabati dello studente del prof. Pieraccioni. Quella sua prima esperienza di cronista sportivo, l’ha ricordata in uno dei suoi libri. Le domeniche, invece che alle feste da ballo, andai in giro per i passai andando in giro per i paesi della Toscana con una vecchia Vespa 98. Ero un ragazzino e di sport me ne intendevo poco o nulla, ma quella qualifica mi dava lì per lì il diritto a un buon posto d’osservazione e il giorno dopo il diritto alla mia firma in testa ad un articoletto…A quei due privilegi sono rimasto attaccato tutta la vita.

E in questi giorni un quotidiano ha riprodotto quella sua prima “tessera” ed altri documenti (visti e passaporti) che sono entrati a far parte, presso la Fondazione Cini di Venezia, dell’Archivio Terzani, compresi i seimila volumi della sua biblioteca, vecchie macchine fotografiche e lettere 22, , nonché blocchetti con gli appunti di viaggio. Poi, le nostre strade si separarono, lui se ne andò a studiare alla Normale a Pisa, poi trovò un posto all’Olivetti, iniziando una nuova esperienza che lo portò negli Stati Uniti, dove imparò il cinese a testimonianza di una forte attrazione già allora verso quel paese. Sì, Firenze gli stava stretta. Si sentiva cittadino del mondo. «Fin da piccolo sentivo che non c’entravo con Monticelli (il quartiere in cui è nato e cresciuto), che non era quello il mio mondo. Con tutto il rispetto che ho avuto per i miei genitori – perché sono stati meravigliosi, hanno fatto di tutto per me – ma insomma, non erano la mia famiglia». Lui, poi, la sua famiglia se l’è costruita sposando una ragazza di origini tedesche, Angela Staude, nata a Firenze, figlia del pittore Hans Joachim e di Renate, architetto. E insieme hanno viaggiato intorno al mondo. Con Tiziano ci rivedemmo molti anni dopo.

Nei primi Anni Ottanta. Il Vietnam, che gli aveva fatto incrociare la storia, era ormai alle spalle. Fu tra i pochi giornalisti non solo ad assistere alla caduta di Saigon, ma a rimanervi per tre mesi dopo la presa del potere da parte del regime comunista. Sempre ne La fine è il mio inizio, così descrive quel momento: «E quando vidi i primi carri armati entrare nella città, e la prima camionetta carica di ribelli, di vietcong, venire giù per rue Catinat con loro che urlavano Giai Phong, Liberazione! Per me era la Storia. Piansi. Non soltanto perché la guerra era finita, ma perché sentivo la Storia». Dal 1975 si era trasferito con la famiglia ad Hong Kong. Così dalle porte della Cina poteva seguirne gli eventi interni e trasferirsi sul territorio cinese. Allora era non solo corrispondente per il tedesco Der Spiegel, ma scriveva anche su importanti quotidiani e settimanali italiani. Insomma, era uno dei più esperti conoscitori delle vicende politiche, a volte drammatiche, nel Sud Est Asiatico.

E fu proprio ad Hong Kong che lo incontrai dopo tanti anni. In quel mio secondo viaggio in Cina, accompagnavo l’allora Sindaco di Firenze, Elio Gabbuggiani e sua moglie Manola. Eravamo ospiti a cena del console italiano, il quale ci disse che di lì a poco avremmo avuto una gradita sorpresa. E davvero restammo sorpresi nel vedere arrivare a casa Tiziano e la moglie Angela. Lui era avvolto in un elegante abito bianco. Loro non si conoscevano. E così, conversando, scoprirono che erano nati nello stesso quartiere fiorentino di Monticelli ( dove anch’io mi ero trasferito da poco). Poi, ricordo, Tiziano ebbe un momento di commozione: chissà come sarebbe stato felice mio padre – disse – sapere che sono a cena con il Sindaco della mia città, il babbo aveva una grande ammirazione per il primo Sindaco eletto dopo la Liberazione: Mario Fabiani, il Sindaco della Ricostruzione, di una città ferita a morte dai bombardamenti e dalle mine tedesche. Un innovatore, capace di gesti clamorosi come quando, in morte di Stalin,  ebbe a dire pubblicamente che “era morto un tiranno!”  O quando il il prof.La Pira, il Sindaco Santo, fu costretto alle dimissioni di ritorno dlala sua missione di pace in Vietnam: allora Fabiani, si ferì una mano sbattendola contro il microfono mentre gridava la sua indignazione per tale atto politico.  Un  comunista come lui. Gerardo. La mamma  di Tiziano, invece era cattolica.  Altri  tempi, altri uomini, altro senso della politica e dei rapporti  umani. Frammenti di storie fiorentine che a tratti emergevano in questo comune  “amarcord”.  Allora Tiziano raccontò poi dell’Officina meccanica che suo padre gestiva e di com’era allora Firenze. Poi  venendo al recente passato accennò, all’olocausto cambogiano ai crimini di Pol Pot, nonché al rischio che la sua vita corse dopo l’arresto da parte dei Khmer rossi. La conoscenza della lingua e dei vari dialetti, gli fu certamente d’aiuto.

Ma volle informarci anche che durante il suo viaggio in Cina, poco tempo prima, Enrico Berlinguer lo aveva voluto incontrare per conoscere il suo punto di vista sulla situazione in quell’area. Lo considerava un esperto e anche a noi parve padrone della situazione.  Noi eravamo  invece reduci da un incontro  poche ore prima con Cossiga, anche lui ad Hong Kong. In un paio d’ore l’allora Presidente del Senato ci aveva raccontato la  “sua” Cina… Ne sorridemmo. Non so se Tiziano risiedesse ancora ad Hong Kong o già a Pechino.

Rimane vivo il ricordo di una serata particolare, affacciati sulla baia di Hong Kong, cena deliziosa e anche un po’ di  nostalgia. Lo rividi, anni dopo a Firenze, in occasione di uno dei suoi ritorni a casa, in occasione del quale il suo caro amico detto il Garga, titolare di una delle più note trattorie fiorentine ( anche’egli scomparso) aveva organizzato un percorso in barca attraverso l’Arno. Noi tutti lo attendevamo sull’altra parte della riva. E così quando sbarcò, sempre nel suo abito bianco, lo intervistai per la Rai. E’ stata l’ultima volta che ci siamo visti. Dopo, come tanti altri, ne ho seguito le vicende attraverso i suoi scritti. Che ne hanno fatto un punto di riferimento per il movimento pacifista e per quanti si battono per il dialogo tra i popoli e le religioni. Per questo, forse, la sua figura è venuta contrapponendosi a quella di un’altra grande giornalista e scrittrice anch’essa fiorentina: Oriana Fallaci. La quale volle tornare a morire nella sua città, ove aveva iniziato la sua avventura umana ancora ragazza, come staffetta partigiana. Ma i loro percorsi di vita e professionali  con approdi così diversi, saranno ancora oggetto di studio e analisi.

E con l’immagine di Tiziano avvolto in un manto rosso assorto nella sua meditazione tibetana, proiettato sullo schermo, si è aperta la serata-tributo a Terzani, nella cavea del Teatro dell’Opera di Firenze, organizzata proprio nel giorno della sua scomparsa, per ricordarne la figura e l’opera e raccogliere fondi allo scopo di realizzare un film tratto dal libro Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. L’idea è del regista Mario Zanot, autore di Anam il senzanome, l’ultima intervista allo scrittore. Una parte degli incassi del film verrà devoluta a Emergency per l’ospedale afghano di Lashkar-gah, intolato al giornalista e scrittore fiorentino. Sono già state organizzate più di sessanta serate in città piccole e grandi. Hanno fatto gli onori di casa la moglie e i figli, tanti gli ospiti tra cui Irene Grandi e Simone Cristicchi mentre Monica Guerritore e Alessandro Benevenuti hanno letto pagine scelte dai suoi libri. Insomma, per dirla con gli abitanti di Orsigna, presenti in gran numero, Tiziano è ancora vivo, tra noi

 

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