martedì, Settembre 21

Un fantasma alla Biennale Intervista a Simone Capra sul progetto di ricerca dello stARTT per l’ospedale San Giacomo

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Biennale Venezia

Il progetto di ricerca-istallazione ‘Il fantasma del Nolli’ dello studio stARTT di Roma sarà presentato alla 14° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (4 giugno-23 novembre) nella sezione Monditalia che intende indagare lo stato attuale del Paese Italia, non come eccezione d’Europa, ma come caso rappresentativo delle tensioni e delle dinamiche che attraversano l’intero continente al tempo della globalizzazione.

StARTT (Studio di Architettura e Trasformazioni Territoriali) è il nome dello studio formato dagli architetti Simone Capra, Claudio CastaldoFrancesco Colangeli e Dario Scaravelli, che hanno anche firmato la riqualificazione degli ambienti monumentali dell’Istituto italiano di Cultura a Parigi e nel 2011 hanno curato l’allestimento estivo del MAXXI di Roma con il progetto ‘Whatami’, una collinetta verde con grandi papaveri rossi che davano ombra di giorno e luce di notte, con cui avevano vinto un concorso indetto dal Museo romano e dal Moma di New York.

Lo studio stARTT ha scelto, nel progetto che porterà alla Biennale, il caso di una delle più antiche istituzioni pubbliche romane: l’ospedale San Giacomo in Augusta. Il complesso, istituito nel 1339, è stato oggetto di interventi strutturali realizzati da celebri architetti e artisti, tra i quali Antonio da Sangallo il Giovane, Francesco da Volterra, Carlo Maderno, Antonio De Rossi, Antonio Canova e Pietro Camporese. Tra proteste e polemiche il 31 ottobre 2008 il nosocomio venne chiuso, sacrificato dal Piano di rientro del governo di allora, e inserito all’interno di un fondo immobiliare destinato alla cartolarizzazione, dopo quasi 670 anni di servizio nei riguardi degli infermi e dei diseredati. Nell’estate del 2009 venne ridisegnato, in tredici cartelle, il futuro dell’ospedale San Giacomo, che avrebbe potuto diventare una Casa della Salute, ossia un punto di cure primarie per tutti e di assistenza per anziani e disabili; tuttavia per vicende alterne esso versa ancora oggi in stato di abbandono.

Seppure rimasto sospeso in una struttura solida ma inutilizzata e quindi ridotto a fantasma nell’ambito urbanistico, il San Giacomo rappresenta una risorsa potente e latente, che viene ad essere interrogata in questa forma dal progetto di questi quattro architetti, per immaginarne un diverso futuro e ripensare l’architettura dei beni comuni (commonse del welfare, in particolare della sanità. Il progetto parla delle tensioni e dei conflitti che attraversano l’architettura e gli spazi pubblici, che sono la realizzazione in forma fisica dell’infrastruttura urbana della città europea. L’ospedale viene infatti registrato come spazio pubblico della collettività già nella carta di Roma del 1748, opera dell’incisore Giambattista Nolli (donde la denominazione data al progetto), con il codice 476-480. Essa è una mappa iconica nella storia della cartografia occidentale che descrive la forma di una città: con gli spazi e le istituzioni pubbliche in bianco e le proprietà private in nero. La nostra attenzione è quindi spostata sulla linea che ridefinisce il concetto di bene pubblico/privato/ comune, nella quale questa architettura si pone ora come qualcosa di sospeso e diventa il corpo fisico su cui le tensioni tra questi significati vengono a precipitare. Tale complesso fantasma interroga l’idea del patrimonio come stratificazione fisica di saperi e di rapporti di forza tra stati sociali. Diventa una sorta di sapere resistente, depositato nelle forme del diritto e del corpo architettonico proprio delle istituzioni pubbliche, che sono state i centri intorno ai quali si è sviluppato il modello urbano europeo e che oggi sono in profonda trasformazione.

Con questo progetto si vuole riaprire il dibattito sul caso San Giacomo per coinvolgere le istituzioni pubbliche, i cittadini e le associazioni di settore ad una riflessione sul concetto di bene comune che darà l’opportunità per elaborare suggerimenti, idee e proposte anche sul futuro della struttura sanitaria in se stessa. Dopo mesi di studio lo studio stARTT porterà questo progetto alla Biennale di Venezia, forte anche di testimonial d’eccezione, come l’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing, il critico d’arte Bonito Oliva, il giurista Stefano Rodotà, gli storici dell’arte Salvatore Settis e Claudio Strinati, i pittori Claudia Canali, Giosetta Fioroni, Marco Tirelli, Pietro Ruffo, Oliviero Rainaldi, il fotografo Claudio Abate, l’attrice Sabina Guzzanti, la scrittrice Dacia Maraini e molti altri ancora.

Il progetto dei quattro architetti resta comunque per ora top-secret fino all’inaugurazione della Biennale di Venezia, ma abbiamo intervistato Simone Capra sull’argomento.

 

In che consiste il vostro progetto di ricerca sull’ospedale San Giacomo a Roma che presentate alla Biennale di Venezia?

Questo non possiamo dirvelo perché la Biennale di Venezia si riserva l’esclusiva sull’inaugurazione e quindi non possiamo svelare prima il progetto: è top secret, però intanto possiamo affermare che il progetto si chiamerà ‘Il fantasma del Nolli’ perché parla di questo blocco-fantasma che da sette anni galleggia su questo pezzo di mappa storica di Roma e bisogna capire che cosa farne, anche per immaginare insieme una parte importante della nostra città.

Come mai avete deciso di portare il progetto alla Biennale di Venezia di quest’anno?

Come stARTT siamo stati invitati nella sezione Monditalia che racconterà, nelle intenzioni dell’architetto Rem Koolhaas, che ne è il curatore, il Paese attraverso 40 architetture altamente rappresentative dello stato corrente dell’Italia. Sarà una ricognizione da nord a sud di architetture simboliche e il San Giacomo rappresenta un caso eclatante, perché il suo abbandono ci parla insieme del tema della conservazione e dell’innovazione del nostro patrimonio, del destino delle istituzioni del welfare al tempo della crisi e dei centri storici. Se questi ultimi sono solo degli spazi a vocazione turistica o direzionale, oppure se attraverso questi grandi patrimoni pubblici possiamo immaginarne un altro futuro più ricco.

L’istallazione con cui sarà presentato il caso San Giacomo è intitolato ‘Il Fantasma del Nolli’. Ci spiega quale relazione c’è tra il noto incisore della pianta di Roma e l’ospedale San Giacomo?

‘Il Fantasma del Nolli’ è catalogato con i codici 476-480 della mappa del Nolli ed è registrato già nello spazio bianco che in essa raccontava gli spazi pubblici della città di Roma, intendendovi non solo le strade, le piazze, il Lungotevere, ma anche i piani terra delle istituzioni dello Stato, quello Pontificio, le chiese, gli ospedali e le università. Ci pone un po’ di fronte, come provavo a dire prima, alla questione della società che si organizza intorno alle grandi istituzioni pubbliche del welfare che dal Mille in poi, con gli ospedali piuttosto che con le università, diventano i fuochi intorno ai quali la città cresce e costruisce economia. Immaginiamo le botteghe dei commercianti, le pigioni di affitto, i servizi commerciali di vendita e di alimentazione annessi. La questione del fantasma pone la questione dell’identità della città europea, che è molto diversa da quella asiatica, da quella americana o sud americana. La relazione tra istituzione, centro storico e tessuto urbano è un po’ la questione che ‘Il Fantasma del Nolli’ pone.

Qual è l’importanza che rivestiva questo ospedale nel panorama romano quando era ancora in funzione?

Questa è una bella domanda, su cui ancora ci stiamo interrogando, perché il San Giacomo rappresentava una delle istituzioni del welfare più antiche di Roma, era il secondo ospedale dopo quello di Santo Spirito, rientrando nel circuito degli ‘Ospedali Riuniti’ del centro storico, come il Fatebenefratelli e quello di Santo Spirito in Sassia. Ovviamente poi gli ospedali hanno avuto diverse tipologie: ci sono quelli di estrazione medievale, tipo il San Giacomo, piuttosto che quelli costruiti invece dalla Rivoluzione Industriale in poi (il modello a padiglione alla francese), e poi quelli contemporanei di nuova realizzazione, come il Sant’Andrea. Il tema è proprio capire che cosa fare nel caso si volesse immaginare la continuazione di una struttura sanitaria e cosa può fare una struttura che è relativamente piccola, ma si trova al centro di tutti i flussi di una città importante, come Roma, che non solo è la capitale di questo Paese, ma sta anche al centro delle rotte turistiche, di relazioni politiche, di viaggi, insomma di un pezzo di mondo.

Voi avete testimonial di eccezione come l’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing, il critico d’arte Bonito Oliva, gli storici dell’arte Salvatore Settis e Claudio Strinati, il giurista Stefano Rodotà e alcuni pittori contemporanei. Come considerate tale attenzione da parte di uomini di cultura e legge come questi?

Noi siamo molto contenti e onorati del loro supporto che viene anche da un rapporto di stima e da anni di collaborazione e lavoro con molti di essi. Penso alla mostra ‘Ab Ovo’ di Claudio Abate che è stata allestita diversi anni fa, o alla collaborazione con altri artisti della Scuola Romana, ma credo che il collante di questa vicenda sia l’ospedale in sé, che da un lato è sentito dagli artisti romani come un luogo vicino, di casa, un luogo domestico, in quanto molti di loro hanno condiviso l’esperienza di via Margutta e sono quindi molto legati a quel patrimonio, dall’altro lato in quest’area vi è stato un avvicendarsi di pittori e artisti molto importanti dal Rinascimento in poi. È noto che gli studi e il poliambulatorio sorgono nell’ex studio dello scultore Antonio Canova: quindi c’è anche un legame affettivo che lega questo immobile a critici, artisti e storici dell’arte, che in qualche maniera sentono come un patrimonio condiviso dell’umanità quanto depositato nell’edificio attualmente abbandonato.  Lo stesso vale per l’ex presidente Giscard d’Estaing che è il presidente onorario del comitato Tebe che difende il patrimonio pubblico proveniente dalle donazioni storiche, come è appunto il caso dell’ospedale San Giacomo.

Lei afferma che il San Giacomo, caso esemplare di devastazione, può diventare il punto di riavvio per pensare insieme al nostro futuro. Ci spiega meglio questa sua affermazione?

Questo non lo penso soltanto io, ma tutto lo studio: il San Giacomo è un grosso immobile pubblico con un ingente patrimonio, al centro di Roma, in una zona connessa con le metropolitane (la linea A, una delle due della città), con le ferrovie (la Roma-Viterbo), insomma uno di quei tasselli che per grandezza e dimensione (pensiamo alla sua estensione in m2) può, se utilizzato con una visione strategica del futuro, diventare un motore di trasformazione di un pezzo importantissimo del centro di Roma.

Come farà a mantenere la sua ‘vocazione sanitaria’?

Bella domanda. C’è da un lato un legame affettivo, nell’immaginare il funzionamento delle grandi città europee, nella permanenza delle istituzioni pubbliche che nei secoli si sono stratificate e si sono sovrapposte. E questo mantenerle vuol dire conservare la ricchezza della nostra società. Da un altro punto di vista c’è bisogno –e per questo abbiamo voluto lanciare l’incontro pubblico- di un pensiero che non sia limitato ai tecnici, o peggio soltanto a valutazioni di carattere economico per rientrare dentro i patti di bilancio, piuttosto che per sostenere il disavanzo delle nostre istituzioni pubbliche, ma sia pensato di concerto con le istituzioni e la società civile, con tutte le persone che possano dare un contributo. E questo per cercare di capire quali possano essere i suggerimenti per cui un pezzo importante della città di Roma, attraverso le formule del dibattito e della pianificazione amministrativa possa rinascere da qui ai prossimi anni.

Nell’estate 2009 fu ridisegnato il futuro del San Giacomo come ‘Casa della salute’ con assistenza ad anziani e disabili. Come si rapporta questo con il vostro progetto?

Ovviamente, come dicevo prima, il nostro è un progetto di ricerca, ma questa riflessione potrebbe essere pertinente; pensiamo ad esempio al progetto regionale delle Case della salute, che riteniamo sia molto interessante e il San Giacomo è baricentrico rispetto ad esso e in prima battuta potrebbe rappresentare un potenziale centro di orientamento per i percorsi di cura. Tali considerazioni andrebbero tuttavia fatte con una maggiore conoscenza ad esempio dei flussi della popolazione romana e internazionale, che attraversano quel settore della città e cercare di capire che cosa significa avere quel centro sanitario così grande per il tessuto edilizio di quel quartiere urbano, ma nel contempo abbastanza piccolo a confronto con gli altri ospedali romani.

Pensa che il Comune di Roma sia interessato al vostro progetto di recupero dell’ospedale?

Penso di sì; l’assessore all’Urbanistica del Comune parteciperà al dibattito pubblico e ne deduco quindi di sì.

Come l’edificio può entrare nella linea di ridefinizione di proprietà pubblica/privata/comune?

Questo è la questione vera, e lo svilupperemo nel corso dell’installazione alla Biennale di Venezia e rimandiamo ai contenuti che presenteremo in quella sede; ma su questo coinvolgeremo studiosi che potranno offrirci delle chiavi di lettura per cercare di ragionare insieme su questo aspetto. Ma questo rientra nel risvolto top secret del progetto.

Ci spiega perché secondo voi il complesso fantasma dell’ospedale richiama l’idea di patrimonio pubblico come stratificazione fisica, di saperi e di rapporti di forza tra stati sociali?

La città è fatta da uomini che nel corso del tempo, si danno un’organizzazione, delle leggi e degli statuti, utili per regolamentare la vita associata e la forma fisica della città li rappresenta e li esprime. Una cosa molto interessante, che è emersa nel 2008, riguarda il patrimonio del San Giacomo che non è solo fisico, ma comprende anche un insieme di codici e lasciti testamentari, che lega ad un sistema di vincoli e di proprietà il bene immobiliare dell’ospedale. Da questo dato, da cui è nato in realtà il ‘caso San Giacomo’, discende uno dei motivi per cui l’ospedale è rimasto vuoto e non è mai diventato bene privato, e da esso bisogna ora partire per ragionare sul suo futuro e cercare di capire se il suo patrimonio è davvero costituito soltanto dalle mura con le opere d’arte contenute al suo interno, oppure se è qualcosa di più ampio, che ci porta a riflettere sulla nostra società.

 

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