venerdì, Ottobre 22

Un falso storico

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Un lunedì sera l’intero condominio sentì tuonare la voce dell’avvocato.

«Si va tutti in Canada!»

«In vacanza?»

«Ma quale vacanza! Ci trasferiamo tutti in Canada!»

In una famiglia composta da una quieta insegnante di lettere, da uno studente universitario e da un liceale, certi diktat alimentavano una dialettica convulsa.

«E che ciannamo affà in Canada?»

«Vuoi che i comunisti ci tolgano tutto? E’ questo che vuoi?»

«E che ce devono toje? ‘Sta casa?»

«Nazionalizzeranno l’energia elettrica!»

«E a noi che ce frega dell’energia elettrica!?!»

Il primo livello del dibattito si articolò più o meno così. Da un lato lo sragionare di un fobico psicotico, dall’altro l’opera di smantellamento di un parassita cronico. Dietro l’allarme rosso di un avvocato di successo si ergeva il profilo di Enrico Berlinguer. D’accordo, è morto e ogni anno si commemora d’imperio. Sandro Pertini se lo portò con sé in aereo «come un figlio». Walter Veltroni gli ha dedicato un film incomprensibile… Ma perché dimenticare il Berlinguer dei primi anni Settanta?
Innanzitutto il suo raccapricciante entourage: una steppa di burocrati trinariciuti e complottanti col capello all’indietro, via di mezzo tra Leonìd Breznev e Bobby Solo; gente la cui immagine più gaudente evocava uno scopone all’Arci di Brisighella o una settimanella in Bulgaria; discorsi di un’apertura mentale rievocante l’atmosfera di un kolkhoz accerchiato dai nazisti; una visione del passato che pareva una rivisitazione del caso Bruneri-Canella; orizzonti sociali perfettamente a imbuto; grado di tolleranza verso il diverso e l’agnostico: zero. Al di sopra di tutto ciò il Segretario Generale in persona: Enrico Berlinguer. Boh, sarà stato un liberal ante-litteram come tutti ce lo raccontano (e che non era), sarà stato uomo di lieve gentilezza come tutti ricordano (e che era)… Messa così, pace all’anima sua. La verità era che il moulin-rouge del Comitato Centrale prendeva vento (e non solo quello) dall’est e produceva più o meno l’energia di sempre, quella del ‘Migliore’. Anche Berlinguer era un ‘Migliore’, come lo era stato il suo predecessore, come lo sarebbe stato il suo successore, e questi ‘Migliori’, negli anni Settanta, i non-comunisti se li ritrovavano di fronte in rare occasioni. Una di esse era particolarmente agghiacciante: l’appello elettorale.

Milioni di italiani erano appiccicati al teleschermo. L’appello era il redde rationem di fesserie biascicate per mesi, una sorta di concorso nazionale della panzana. E per la gente era un sadico godimento smutandare certi condottieri da comizio, che stavolta non godevano più dell’assenso di platee in delirio. Perché la retorica politica era soprattutto grande teatro, non televisione. Nessuno regalava la battuta a quegli istrioni incantatori. La parola era roba loro e la gente li adorava. La gente loro, naturalmente. In Piazza del Popolo fiamme tricolori, a San Giovanni bandiere rosse. E per quegli istrioni incantatori l’appello elettorale era una gelida fatica. Almirante e Berlinguer dinanzi a un occhio, e dietro quell’occhio più nemici che amici. Perché l’esibizione dei colleghi laici poteva ben essere una recita stanca. La loro clientela aveva già firmato un contratto quinquennale, ma Almirante e Berlinguer no, non avevano clienti, ma votanti appassionati, alcuni in misura tale da finire a morte.

Ne mancano quattro: Almirante preambola, arringando il suo popolo col senso dell’onore, col pensiero che va alla nazione perduta… De Martino è ai box, sonnecchia, è stanco: tre minuti che non passano mai. Ma cos’è ‘sto partito socialista? I telespettatori sono esausti, eppure non si arrendono. Fino alla fine. Ancora due partiti. Il penultimo a parlare, eterno secondo, è proprio Berlinguer. Attacca con una manfrina in inquietante accento sassarese, appellandosi alle ragioni degli oppressi, dei diseredati, dei contadini, degli operai, dei disoccupati, insomma di tutta una congerie di ultimi di cui solo il Pci salvaguarda i diritti, o meglio rivendica i diritti violati. E gli si crede. «Se fossimo noi al potere» fa più o meno intendere «voi stareste che è una favola.» E sia! Poi dedica altri due minuti alla situazione generale del paese. Dice «‘Sto paese è messo male!» e chi lo nega? «Non funziona niente!» e chi gli dà torto? «Inflazione, recessione, terrorismo di marca fascista, malaffare, delinquenza organizzata…» Tutto vero dalla prima all’ultima parola, senza neanche affondare troppo il dito nella piaga. La piaga italiana. Seguono trenta secondi di lavaggio delle anime. ‘Siamo comunisti è vero, d’altra parte c’è anche scritto: Partito Comunista Italiano. Effettivamente ci chiamiamo comunisti. Purtroppo una coincidenza ci danneggia lievemente e sentiamo il dovere di riferirvela. Ci siamo accorti che esistono altri partiti sedicenti comunisti in Romania, in Albania, in Ungheria e in Russia… che non sono buoni partiti. O almeno non come il nostro. Fateci fede se vi diciamo che noi siamo l’unico vero buono democratico tollerante partito comunista del mondo. E che tutti gli altri sono l’eccezione. Noi rivendichiamo l’orgoglio di essere comunisti (forse). Insomma cari compagni e care compagne, per chiarezza mi preme sottolineare tre cosette. Primo: siamo comunisti ma pure socialisti e qualcuno di noi in cuor suo è socialdemocratico (maledetto!… shhhhh!); secondo: siamo un partito di protesta e di proposta; terzo: siamo un partito di massa e di governo.’

Forse il lavaggio delle anime non era letteralmente risciacquato così. Ne era la confusa sostanza. La sua retorica era molto più criptica, da equazione che sfiorava le tre incognite. Possibile pubblico ricettivo: un paio di intellettuali che si lanciavano occhiatine genere ‘compagni in viaggio verso l’ignoto’. Per i mortali, buio pesto. Ma attenzione, mancano venti secondi. Ormai la scelta degli elettori laici e progressisti è appesa a un filo. Forse è la volta buona che passano il guado. Persone perbene che pensano la storia, che tirano due somme, che giudicano Andreotti e Fanfani un duo nefasto, che sinora hanno votacchiato l’amico sicuro di amici integerrimi nelle liste del PRI. Forse è la tornata giusta- pensano- per votare Pci… Ed è a questo punto che Enrico Berlinguer si abbassa sotto la scrivania ed estrae un cartellone quadrato con il simbolone della falce e martello. Lo mostra alla telecamera. Qui la paura diventa istintiva. Ci si copre con il tovagliolo o ci si concentra su una polpetta. Il leader sfila dal taschino un pennarellone rosso da caccia al tesoro e dichiara (o fa intendere con discrezione) di rivolgersi agli elettori analfabeti. ‘State attenti, non fatevi fregare: se siete buoni giusti e incazzati, domenica, fate una croce (segna effettivamente una croce) sul Partito Comunista Italiano, quello con la falce (indica la falce) e con il martello (punta il pennarellone sul martello).’ A questo punto mettiamoci nei panni del borghese illuminato. Egli è attonito dinanzi al monoscopio. Una statua di sale. «L’ha rifatta daccapo! Berlinguer ha rifatto la scena col pennarellone!» Sostantivi e aggettivi d’ogni risma gli ronzano nella testa: demagogo populista paternalista cinico nobile illiberale poliziesco minaccioso ingannevole. Nel viso di Enrico Berlinguer confluiscono in quei venti secondi tutte ‘ste belle definizioni. La sua espressione si fa concupiscente e ammaliante. La sua storica eteronimia, sino ad allora repressa, esplode in una performance che conferma ogni prevenuto giudizio su questo capo-popolo da issabandiera. Ricorda un prosaico esponente clerico-comunista che vada arringando il Terzo Stato, premonendo la ghigliottina sul collo degli intellettuali appena disorganici. Ma anche degli avvocati onesti…

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