martedì, Settembre 28

Un falso storico

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Nell’estate del 1975 era chiaro a tutti che sarebbero arrivati i comunisti. Sarebbero sbarcati a Civitavecchia? Un’invasione coordinata dal Patto di Varsavia o piuttosto un raid aereo? Le dinamiche dell’avvenimento restavano incerte, ma era solo questione di tempo.

I comunisti erano di fatto al potere, «perché hanno vinto le comunali», o meglio si erano di molto avvicinati ai primi in classifica della Democrazia Cristiana. Il testa a testa tra Amintore Fanfani ed Enrico Berlinguer si era risolto con un 34% a 32% in favore del primo. Una vittoria striminzita. Fanfani era un personaggio da operetta. Basso da non credere, rotondetto, due occhietti di brace per riscaldar la platea dei suoi congressi con buffoneschi appelli all’unità della Dc. L’anno prima s’era gettato anima e corpicino nella grottesca crociata anti-divorzista, anticipando l’intuito politico di un Bersani qualsiasi. Il popolo gli rispose: «Vattene Fanfani!» Ma lui niente, al suo posticino. Non che Berlinguer si fosse accanito in quella disfida medievale. Trattandosi di un problema di rilevanza borghese (orrore!), si era comportato come colui che ritiri la sua cartellina aggratis e a un certo punto sibili «Tombola…» tra il dispetto generale.

Nel 1975 avevano votato per Fanfani: i bassi, i preti, gli sposati invidiosi, i triveneti, i mafiosi conclamati, i pittori naïf, le correnti del partito, Indro Montanelli, la Finanza italiana, gli imprenditori meridionali e il ‘Tg1‘.
Avevano votato per Berlinguer: gli ex, gli stalinisti, i diciottenni, le donne “io ero mia”, gli intellettuali organici, Renato Guttuso, gli analfabeti, i salsicciari dei festival dell’Unità, Ciccio Cordova regista della Roma, gli eterosessuali perplessi e lo zio Filippo.

All’epoca mio zio Filippo viveva a Rimini, anzi era uno dei più eminenti personaggi della città. In famiglia c’era chi si domandava: «Com’è possibile che lo zio Filippo – uomo d’un certo potere – voti per i comunisti?» Le ipotesi erano due: o è uno stravagante che non sa quello che fa, o è uno in malafede d’accordo con i comunisti i quali, arrivati al governo, gli consentiranno una carriera esplosiva. Non era vero né l’uno né l’altro: zio Filippo era un illuminista che spendeva intere notti in vestaglia leggendo Leonardo Sciascia, Tommaso Landolfi e Voltaire. Sua moglie, invece, rispettava orari degni di una professoressa con la testa sulle spalle, sicché i coniugi s’incrociavano alle sei del mattino in sala da bagno, intenti alla medesima toletta per fini diametralmente opposti. Si può dire che un libro vegliasse sul sonno di Marina, nel mentre un sogno da poco concluso accogliesse la tardissima notte di Filippo. Stupisce semmai che una coppia similmente diacronica fosse riuscita per ben due volte a organizzare il concepimento di altrettante creature, Fernanda e Donatella, corteggiate da uno stuolo di amici di cugini che vedevano in loro l’opportunità di una straordinaria vita notturna, favorita da un futuro suocero che, alle tre del mattino, proponeva spaghetti aglio olio e peperoncino a chiunque gli si palesasse davanti. Insomma, lo zio Filippo era un mito, un aneddoto vivente, e Marina il suo giusto contrappeso, talvolta nel felice ruolo della moglie di un uomo sorprendente, talaltra nella preoccupata funzione di un’operatrice sociale a cui avessero dato un parente in affidamento.

E comunque Filippo non era un bolscevico, piuttosto un divinatore del progresso che formulava auspici e sacrificava il suo voto in nome di una prossima delenizzazione del partito. Ce n’erano come lui? Qualcuno sì, di stoffa superiore ai borghesucci snob che issavano bandiere del tempo nuovo pur di navigare a vista nel vecchio mare italiano.

Perché la questione centrale era: cosa mai potevano votare i non democristiani? Esclusi i missini di  Giorgio Almirante (eccellente attore ma politico retrò), c’erano i liberali di Giovanni Malagodi, un signore con cui, al massimo, si poteva condividere una battuta di caccia alla volpe; i repubblicani di Ugo La Malfa, secondo cui il Paese non aveva alternative alla catastrofe; i socialisti guidati da Francesco De Martino, uno che poteva esser rimpianto solo a condizione che lo defenestrasse Bettino Craxi; infine Marco Pannella, caso psichicamente meritevole di un aggiornamento del Laplanche-Pontalis alla voce ‘super-ego castrante’. Restava Enrico Berlinguer, dal cui sguardo trapelava un vissuto sofferto e maceroso, un’infelice partecipazione ai mali della terra e infine il ghigno del giusto implacabile. Il tutto ne faceva l’uomo forte e intelligente che era, al cospetto del quale ti s’imperlava di ghiaccio la fronte. La sensazione che hai quando i pensieri scivolano sul già detto.

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