mercoledì, Settembre 29

Un esercito per il Giappone

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L’articolo 9 è probabilmente il punto della Costituzione più sensibile per il popolo Giapponese. Si tratta infatti dell’articolo che stabilisce il rapporto del Giappone con la guerra e recita così: «Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto».

Ci troviamo sicuramente di fronte alla più netta e decisa rinuncia alla guerra mai scritta in una Costituzione. Al pari del nostro articolo 11, nel primo comma troviamo un’esplicita rinuncia alla guerra. Ma l’articolo 9 va oltre. Il secondo comma infatti, quello più controverso, entra nei dettagli e spiega in maniera molto chiara che a tal fine nessun tipo di guerra sarà ammessa, comprese le varie missioni di pace, e addirittura che non verrà mantenuto nessun tipo di esercito.

La Costituzione Giapponese vede la luce nel 1946 e viene redatta insieme agli americani che, ansiosi di ridimensionare l’aggressività del paese appena sconfitto, imposero al Giappone non solo la rinuncia alla guerra ma anche un meccanismo di riforma costituzionale lungo e complesso che rendesse quasi impossibile qualsiasi tentativo di nuove escalation militari. Può apparire strano ma furono gli stessi americani che, con lo scoppio della guerra di Corea e della guerra Fredda pochi anni dopo, divennero i primi sostenitori di un deciso cambio di rotta nella politica militare del paese. Ancora oggi gli Usa sono tra i più decisi sostenitori di un riarmo giapponese e di un ruolo più attivo del paese nel mantenimento della pace e dell’equilibrio geo-strategico dello scacchiere asiatico.

Tuttavia almeno fino ai tempi recenti il Giappone si è sempre trovato a proprio agio con la propria Costituzione e con l’articolo 9. Questo infatti ha impedito una costosa corsa al riarmo negli anni del dopoguerra, lasciando più risorse disponibili per lo sviluppo economico. Nonostante tutto negli ultimi anni è emersa più forte l’esigenza di un cambiamento. Prima con il premier Koizumi e oggi con Abe, è forte il desiderio da parte del mondo politico di una normalizzazione del proprio apparato militare. Le dispute territoriali con i paesi vicini degli ultimi anni unito alla preoccupazione derivante dal forte riarmo cinese hanno messo in allarme il paese. Il Giappone infatti nonostante possieda delle Forze di Autodifesa, in realtà nonostante il divieto costituzionale si tratta di un vero e proprio esercito con una spesa annua che ha raggiunto i 50 miliardi di dollari, ha regole d’ingaggio molto stringenti e molti vincoli nell’esercizio delle proprie forze di difesa.

La riforma dell’articolo 9 è quindi entrata nel dibattito pubblico dividendo l’opinione pubblica e il mondo politico tra i sostenitori dello status quo pacifista, almeno sulla Carta, e chi invece aspira a vedere il Giappone al pari di ogni altra nazione sviluppata con un apparato difensivo regolare e dotato di pieni poteri senza più limitazioni anacronistiche. Abbiamo chiesto qual è ad oggi la situazione al professore Narushige Michishita, direttore del programma di Sicurezza e studi internazionali presso il GRIPS.

 

Qual è lo stato della riforma del dell’articolo 9, oggi? Se Abe dovesse vincere le prossime elezioni, quasi un referendum sul suo operato fino ad oggi, crede che accelererà sul processo di riforma costituzionale?

Il premier Abe ha già rinunciato ad una piena riforma della costituzione ed è per questo che si è limitato all’ennesima reinterpretazione nel Luglio di quest’anno. Reinterpretare la costituzione è infatti molto più facile. Una riforma vera e propria richiederebbe il parere positivo dei due terzi di entrambe le Camere e poi la maggioranza in un referendum popolare. Un iter lungo e probabilmente destinato a fallire visto che ancora oggi oltre il 60% della popolazione si dichiara contrario ad un cambiamento dell’articolo. Inoltre anche all’interno del partito non tutti sono d’accordo. Per questo Abe ha ripiegato sulla reinterpretazione.

L’interpretazione dell’articolo 9 è cambiata molto nel corso degli anni. Nonostante l’articolo reciti palesemente che il Giappone non avrà mai nessuna forza militare in suo possesso e non prenderà parte a nessuna guerra queste indicazioni sono state ampiamente smentite da reinterpretazioni precedenti. Nel 1954 sono state create le Forze di Autodifesa, allo stato attuale un vero e proprio esercito moderno. Ora, nel 2014, è stato concesso il diritto di difendere un alleato in caso di attacco. Non pensa che l’articolo 9 sia già stato nella pratica ampiamente snaturato?

Questo è molto vero. Quando il Giappone ha messo su un esercito nel 1950 e più ufficialmente nel 1954, la Costituzione è stata reinterpretata in modo drammatico. In questo senso, quella prima rivisitazione dell’articolo fu senza ombra di dubbio il più grande stravolgimento della Costituzione. La rilettura di oggi a confronto non è così profonda come fu quella di sessant’anni fa. Credo fermamente che il Giappone dovrebbe smettere di mentire al mondo e riconoscere che le sue forze di Autodifesa siano un esercito a tutti gli effetti.

Non pensa che una modifica dell’articolo 9, visto l’aggressivo passato imperialista, potrebbe rendere più tesi i rapporti con i suoi vicini e in particolare peggiorare irreversibilmente quelli già delicati con la Cina?

Dipende da come il Giappone si avvarrà del cambiamento. Se il Giappone utilizzasse in modo efficace questi cambiamenti riuscendo a mantenere un equilibrio di potere in Asia, potrebbe aiutare anche la Cina a svilupparsi pacificamente e in modo cooperativo. Se l’equilibrio di potere dovesse interrompersi, potrebbe incoraggiare la Cina ad essere più assertiva e aggressiva, cosa che contro l’interesse di tutti, Cina compresa.

L’articolo 9 è stato accettato come candidato per il Premio Nobel per la Pace nel 2014. Molte persone chiedono di sfruttare l’unicità del proprio pacifismo come punto di forza invece di rincorrere una ‘normalizzazione’ che finirebbe col rendere il Giappone solo come l’ennesimo paese militarista. Lei che ne pensa?

Non penso sia una buona idea. “Il pacifismo” del Giappone è in realtà isolazionismo. Certo, l’isolazionismo ha dei meriti. Il Giappone non ha rischiato la vita dei suoi uomini e delle sue donne in guerre e missioni di pace. Ma due dei più importanti vicini del Giappone – Cina e Corea – non hanno mai considerato il Giappone come una nazione pacifista nonostante l’articolo 9. L’isolazionismo ha impedito al paese di contribuire in modo pro-attivo per la pace e la stabilità nella regione. Il Giappone sta ora cercando di abbandonare l’isolazionismo verso un internazionalismo più a passo con i tempi. L’obiettivo è di contribuire alla pace e alla stabilità nella regione e per il mondo non più solo con le parole ma con l’azione.

Cosa pensi dobbiamo aspettarci dal futuro? Se Abe non vuole più riformare la costituzione perché troppo complicato, forse vorrà continuare a reinterpretarla?

Non credo che Abe cercherà di reinterpretare ulteriormente la Costituzione. Sarà già impegnato a trovare il modo migliore di fare un buon uso dell’ultima interpretazione del luglio 2014, cosa che non sarà affatto facile. Come ho detto, rimane un forte sentimento isolazionista nel nostro paese e Abe dovrà affrontare forti resistenze da parte di molti ambienti del paese per portare il Giappone fuori da questo guscio.

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