martedì, Giugno 15

Un dilemma economico per Putin La Russia deve scegliere tra la liberalizzazione del proprio sistema produttivo e l’eventuale accentuazione del suo riavvicinamento al modello sovietico. Con l’aiuto, se possibile, dell’Occidente

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Nel suo messaggio alla nazione di fine d’anno Vladimir Putin si era mostrato ancora relativamente ottimista circa le prospettive dell’economia russa. Aveva sottolineato l’urgenza di moltiplicare gli sforzi per eliminare i suoi difetti e colmare le sue lacune, messi nuovamente a nudo dall’ennesima crisi degli ultimi due anni, e riconosciuto che la ripresa in corso doveva essere accelerata.

Sembrava dare però per scontato che l’accelerazione non sarebbe mancata e che la crescita sarebbe presto tornata a ritmi sostenuti, degni di un Paese ‘emergente’ qual’è dopotutto la grande Federazione postsovietica, come tanti altri appartenenti a quello che in passato si chiamava Terzo mondo. Tant’è vero che additava obiettivi parecchio ambiziosi da raggiungere in tempi per nulla biblici, ossia medi se non proprio brevi, come l’ascesa entro il quintetto delle maggiori economie del pianeta, superando tra gli altri persino la Germania campionessa europea.

Benché non privo di qualche difetto, il ‘nuovo zar’ non è per sua natura un trombone. Stavolta, tuttavia, si era sbilanciato un po’ troppo, per colpa fors’anche della malasorte, che per i politici vale poco come scusante. La cosa suona comunque strana, perché proprio alla vigilia di Natale, cioè pochi giorni prima, il ministro russo per lo Sviluppo economico, Maksim Oreshkin, aveva dichiarato in TV che l’inizio del 2019 sarà un periodo molto difficile a causa di una convergenza perversa di fattori tutti negativi agli effetti della crescita.

Si tratta soprattutto dell’improvviso rallentamento congiunturale dell’economia mondiale, che rappresenta la maggiore novità di queste ultime settimane e riduce automaticamente la domanda delle esportazioni russe con in testa quelle energetiche. Ma Oreshkin ha chiamato in causa, con intento apparentemente critico, anche l’aumento dell’IVA in Russia, che punisce la domanda interna dei consumatori, nonché l’effetto restrittivo dell’inflessibile lotta della Banca centrale di Mosca contro l’inflazione.

Il giovane ministro (36 anni), non è più un personaggio di secondo piano quale appariva all’inizio. Assunse la carica attuale nel novembre 2016, all’indomani della destituzione e arresto del predecessore, Aleksej Uljukaev, poi condannato per corruzione a otto anni di carcere. Colpevole, forse, solo di avere ostacolato i piani di Igor Secin, capo supremo di Rosneft, la più grande società petrolifera del mondo, e generalmente ritenuto l’uomo più potente in Russia dopo Putin, al quale risulta comunque strettamente legato e presumibilmente devoto.

Uscito non troppo pulito neppure lui dalla rocambolesca vicenda, Secin sembra avere dato una dimostrazione di intatto peso politico nello scorso dicembre ottenendo la promozione a vice ministro dello stesso dicastero di una sua dirigente che al processo aveva testimoniato contro Ulukjaev, giudicato infine reo di estorsione nei confronti del patron di Rosneft. Nel frattempo, tuttavia, Oreshkin ha conferito crescente smalto al proprio ministero e alla propria immagine personale, mettendosi in luce per una marcata vicinanza a Putin, in importanti missioni e convegni all’estero ma non solo.

Un uomo di fiducia, insomma, del number one, con l’incarico tra l’altro di elaborare proposte per le riforme economiche necessarie per rinvigorire il settore nel quale la Russia postsovietica si presenta particolarmente debole e vulnerabile, a tutto danno delle sue ambizioni di grande potenza che pretende rispetto da parte di qualsiasi altra, più o meno durevolmente avversaria, amica o concorrente.

La concorrenza non manca, tuttavia, neppure nella suddetta funzione, che Putin ha infatti affidato anche ad altri personaggi di spicco, come l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin e l’ombudsman degli imprenditori, Boris Titov. Tutti accomunati, questi tre, da un orientamento favorevole, pur con diverse gradazioni, alla libera economia di mercato e allo sviluppo preferenziale dell’impresa privata piuttosto che di quella pubblica o controllata in prevalenza dallo Stato.

Sulla stessa linea sono del resto attestati, tendenzialmente, la maggioranza dei membri del governo compreso lo stesso premier Dmitrij Medvedev, già presidente interinale della Federazione (per tenere calda la poltrona a Putin in attesa della modifica della Costituzione) e distintosi altresì, in tale veste, per una maggiore propensione ad intendersi con gli USA di Barack Obama e con l’Occidente in generale rispetto al suo (chiamiamolo pure così) superiore.    

Per non parlare, poi, di altri massimi responsabili dello specifico settore come la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina, cultrice di un esemplare rigorismo finanziario, e già ministra anch’essa dello Sviluppo economico. O come German Gref, c.e.o. di Sberbank, principale istituto bancario nazionale, e Igor Artemev, capo del FAS, il Servizio federale antimonopolio che conduce una lotta persino spietata, benchè spesso impari, contro le concentrazioni industriali e finanziarie, i cartelli e gli altri ostacoli pubblici e privati alla libera concorrenza.

Artemev, che ha bollato l’economia russa nel suo insieme come «arretrata», «quasi feudale» e una forma di «capitalismo monopolistico di Stato», prende di mira i potentati statali e parastatali non meno dei famigerati ‘oligarchi’, che si arricchiscono smodatamente in patria per trasferire poi ingenti capitali all’estero. Ma non esita neppure a denunciare intrecci e collusioni tra politica e affari ad ogni livello, tanto che forse riesce a non figurare tra i critici più o meno aperti del clientelismo putiniano solo perché sostiene che tutti questi malanni si accentuano a causa delle sanzioni occidentali.

Il fatto è che il ‘nuovo zar’, che qualcuno in Russia chiama anche ‘zar buono’, pur non difettando di alcuni tratti tipici dell’autocrate, all’occorrenza neppure privo di scrupoli, nella sostanza politica funge piuttosto da supremo arbitro tra diversi e persino opposti gruppi di interesse, correnti di pensiero e al limite anche fazioni politicamente caratterizzate, al di là di un pluripartitismo ‘di sistema’ che adesso comincia forse ad assumere più concreta rilevanza ma finora era eminentemente di facciata anche perché contenuto, alquanto forzatamente, all’interno di un certo sistema, appunto.

Un arbitro, insomma, che di regola agisce mediando più che imponendo, benché naturalmente sia chiamato talvolta a decidere davvero arbitrariamente scontentando molto almeno una o più parti in causa. Un’occasione del genere sembra offerta proprio adesso dalla contesa più attuale e scottante, che vede lo schieramento di cui sopra più visibilmente proiettato all’offensiva ma contrastato da quanti difendono lo status quo ovvero premono in senso statalista per un verso e meno finanziariamente rigorista per un altro.  

In altri termini, a favore di un modello più somigliante a quello sovietico, trattandosi della Russia, che a quello recepito dall’Occidente. E ciò senza che sia facile dire, al momento, in quale misura questo schieramento alternativo, ammesso che sia relativamente omogeneo, punti ad estendere la somiglianza dal terreno puramente economico a quello politico. Ossia, a spese di quel tanto, o poco, di democratico riscontrabile nel modello oggi in vigore, talvolta descritto come ‘democratico alla russa’ e che ai russi, o ad una maggioranza di essi, appare in effetti tutt’altro che sgradito.

Sul versante opposto appare più probabile, benchè non scontata, l’inclinazione a condividere la convinzione, prevalente in Occidente, che il legame tra i due terreni sia per principio indiscutibile. Il che può aiutare a spiegare perché Putin, finora, non solo esiti a compiere una scelta oggettivamente indispensabile e urgente ma continui ad assestare un colpo al cerchio e uno alla botte. Pronunciandosi per lo più a favore, ad esempio, dello sviluppo delle piccole o medie imprese ma permettendo di fatto che il settore statale dell’economia torni ad espandersi ormai da tempo e riacquisti una preponderanza sia pure di dimensioni oltremodo controverse.    

Significativo della combattività e influenza degli avversari delle riforme sollecitate e in parte anche ufficialmente programmate, nonché difensori, come minimo, dello status quo, erano già lo scontro Secin-Uljukaev e i suoi sviluppi. Un successivo episodio altrettanto eloquente è stato il licenziamento di un collaboratore della Sberbank cui Gref si è visto costretto perché il suo dipendente aveva osato criticare Gazprom, altro colosso energetico russo (e mondiale) nonché baluardo del settore statale dell’economia nazionale.

Un sintomo recentissimo della lotta a coltello tra gli opposti schieramenti, inoltre, è stato il forzato rientro alle dipendenze del ministero di Oreshkin del Servizio federale di statistica, accusato di scorretta elaborazione di dati essenziali per la gestione economica del Paese, con annesso sospetto di averli in qualche misura truccati per fare comodo a qualcuno. Lo stesso ministro ha menzionato l’accaduto tra i motivi che lo hanno indotto a pronosticare per il corrente anno una crescita produttiva, già modesta, ora ulteriormente ridotta, e in misura persino maggiore di quanto ha fatto nei giorni scorsi la Banca mondiale, relativamente pessimista anche per quanto riguarda i prossimi anni.

Difficile dire se il peggioramento congiunturale, imprevisto fino a ieri e tale anzi da capovolgere le prospettive ufficiali, se non anche quelle degli esperti più o meno imparziali, giochi a vantaggio dei riformatori piuttosto che dei conservatori, o comunque loro avversari, o viceversa. Né è più facile capire quali potrebbero essere gli effetti a questo riguardo di un miglioramento del clima internazionale, anche se, oltre che auspicabile di per sé, esso sarebbe sicuramente vantaggioso per l’economia russa a prescindere dalla sempre controversa incidenza delle sanzioni occidentali.

Altrettanto sicuri sarebbero quindi, in ogni caso, i benefici di una distensione, mediante i necessari compromessi, tra Russia e Occidente, tanto più che il comportamento di varie grandi società russe, colpite direttamente o indirettamente dalle sanzioni, sta dimostrando che il Paese continua ad avere bisogno quanto meno della tecnologia straniera più avanzata per poter realizzare programmi di sviluppo a lungo termine e di ampio respiro. Senza mancare di offrire parecchio in cambio, oltre alla pace cara a tutti, come dimostrano le crescenti richieste in Occidente di revoca delle sanzioni, verosimilmente dannose anch’esse per tutti.

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