sabato, Ottobre 16

Un dente preistorico da Isernia field_506ffb1d3dbe2

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dente preistorico isernia

Un dente da latte umano, precisamente un primo incisivo superiore sinistro di homo heidelbergensisantenato dell’homo neanderthalesis, detto anche comunemente uomo di Neanderthal, appartenente ad un esemplare morto prematuramente all’età di 5 e il 6 anni, è stato ritrovato in uno dei livelli archeologici del sito ‘La Pineta’ di Isernia. Il reperto risale, in base alle recenti datazioni radiometriche, a circa 600 mila anni fa e rappresenta il più antico resto umano rinvenuto in Italia.

In questo sito paleolitico, scoperto casualmente nel 1978 a seguito degli scavi per la costruzione della superstrada Napoli-Vasto e dove si effettuano ricerche dal 1979, erano 35 anni che si aspettava questa scoperta, in quanto il giacimento era conosciuto fino ad oggi per la complessità delle sue archeosuperfici che hanno restituito una grande quantità di resti faunistici e litici (soprattutto felci) preistorici, recanti quindi tracce dell’attività dei nostri progenitori.

Non si era mai scoperto, però, fino ad ora, un resto umano che venisse ad apportare un ulteriore elemento alla già ricca e significativa documentazione archeologica. Il dente di Isernia è una delle pochissime testimonianze dell’homo heidelbergensis rinvenute in Europa e, per il fatto di essere un po’ più piccolo di dimensioni, se lo si confronta per esempio con gli incisivi a noi pervenuti e cronologicamente più recenti dell’uomo di Neaderthal, consente di far luce sulla variabilità morfologica di questo nostro progenitore, che presenta caratteristiche arcaiche se confrontate a quelli degli uomini del resto dell’Europa.

L’olotipo, ossia il reperto di riferimento per l’homo heidelbergensis, è rappresentato dalla mandibola rinvenuta a Mauer in Germania, ma ritrovamenti di tale genere non sono frequenti. Ve ne sono di più antichi, relativi all’homo antecessor, ad Atapuerca, vicino Burgos, in Spagna, compresi in un arco cronologico che va dai 1200 agli 800 anni fa.

La campagna di scavo che ha portato a questa scoperta, è stata svolta da un’équipe di ricerca sotto la direzione scientifica di Carlo Peretto (che abbiamo intervistato), titolare della concessione di scavo per questo sito archeologico rilasciata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), professore ordinario di Antropologia all’Università di Studi di Ferrara, che si è sempre occupato di Preistoria, coordinatore del Dottorato Internazionale Europeo in Quaternario e Preistoria e del Master Internazionale in Quartenario e Preistoria che riunisce Portogallo, Spagna, Francia, Italia e paesi extraeuropei come le Filippine e infine coordinatore del corso di laurea Triennale in Scienze e Tecnologie dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Ferrara.

Il suo gruppo di ricerca attivo a Isernia è composto da Marta Arzarello, Julie Arnaud, Ursula Thun Hohenstein, Benedetto Sala, Claudio Berto, Rosalia Gallotti, Carmela Vaccaro, Giuseppe Lembo e Brunella Muttillo, unitamente al contributo di professionalità afferenti a varie istituzioni e università italiane (Giorgio Manzi, Università di Roma La Sapienza; Jacopo Cecchi Moggi, Università degli Studi di Firenze; Mauro Coltorti, Università degli Studi di Siena) e straniere (Sébastien Nomade, Alison Pereira, Christophe Falguères, Jean-Jacques Bahain, Dominique Grimaud-Hervé) e lavorerà ancora per tutto il mese di luglio su questo sito paleoliticoGli scavi sono condotti in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise e la stessa Università di Studi di Ferrara.

Giovedì 24 luglio alle ore 17:00 nella sala polivalente del Museo del Paleolitico de ‘La Pineta’ di Isernia, verranno presentati gli ultimi risultati delle ricerche e le analisi, ancora in corso, del reperto umano, i futuri sviluppi della presentazione museale del giacimento paleolitico, le recenti pubblicazioni scientifiche e divulgative.

 

Carlo Peretto,il sito fu scoperto circa 30 anni fa. In che modo fu individuato e indagato?

Fu trovato casualmente, come conseguenza delle attività svolte per la costruzione della superstrada Napoli- Vasto, in prossimità della città di Isernia. Gli sbancamenti, che hanno raggiunto una profondità di circa 6 metri, hanno messo in evidenza dei livelli molto antichi e dalle sezioni esaminate in quell’epoca, soprattutto per rilevare la presenza di frammenti di ossa e di reperti litici, iniziarono poi le indagini e quindi gli scavi successivi. Ciò avvenne nel 1978, mentre i primi scavi si ebbero nel 1979. Sono quindi passati tantissimi anni.

Il sito de La pineta di Isernia è complesso sia dal punto di vista delle archeosuperfici esplorate che riportano una ricchezza dei reperti faunistici, sia per la grandissima produzione di reperti in selce. Ce ne parla meglio?

C’è un accumulo impressionante di materiali paleontologici e litici. L’uomo preistorico ha vissuto qui: portava le porzioni e le carcasse di animali che cacciava o che recuperava anche nel territorio. Egli soprattutto portava le porzioni più ricche di carne, poi qui le riduceva e recuperava quindi la carne a scopo alimentare, fratturando anche le ossa, soprattutto quelle più lunghe, le diafisi di vari animali, come ad esempio elefanti, rinoceronti e bisonti, per estrarre il midollo, sempre a scopo alimentare. Per fare questa attività lavorava la selce, scheggiandola (sto usando il termine corretto e un po’ difficile da comprendere) con percussori e con ciottoli in calcare: infatti egli riusciva a staccare dei frammenti dai nuclei dei blocchetti di selce. Questi frammenti erano molto affilati, la selce infatti quando viene lavorata produce delle schegge e dei frammenti che hanno dei bordi decisamente taglienti, con le quali riduceva le porzioni di carne a scopo alimentare. Noi abbiamo trovato tutti questi oggetti e tutte queste faune, con un’impressionate quantità di decine di migliaia di reperti su circa cento o duecento metri quadrati. C’è da pensare che il giacimento sia molto più esteso. Abbiamo quindi recuperato, scavato, raccolto, studiato e ora riusciamo ad avere un quadro abbastanza dettagliato dell’attività dell’uomo.

Che tipo di società o realtà antropologica risulta dagli scavi nel sito de La Pineta di Isernia?

Molto probabilmente erano gruppi umani piuttosto ridotti numericamente, non abbiamo comunque dei dati certi o definitivi. Si pensa che fossero gruppi numericamente ristretti di individui, qualche decina al massimo, un po’ come avviene per gli attuali nuclei umani che vivono ancora di caccia e raccolta. Essi erano quindi soggetti a movimenti, a nomadismo, all’interno di un determinato territorio. Molto probabilmente ritornavano in aree precedentemente utilizzate per le proprie attività: avevano quindi quello che si potrebbe chiamare un ‘nomadismo ricorrente’, forse anche stagionale. Si spostavano, a seconda delle risorse alimentari che i vari territori e le varie aree offrivano, in un percorso quasi ripetitivo. Erano gruppi limitati, in cui i rapporti umani dovevano già essere fortemente sviluppati e che già presuppongono una relazione tra individui in continuo sviluppo, ma prossimo a quello che abbiamo noi oggi.

In che punto del sito avete scoperto questo dente infantile?

Proprio sull’area dello scavo, in uno dei quadrati dei punti che sono stati esplorati. Fa parte proprio di quel contesto di faune ed oggetti ritrovati che sono associati con tutto il materiale che abbiamo già raccolto. L’oggetto è piccolino, come dimensione meno di un centimetro, ed è stato raccolto dopo che tutto il materiale che viene tolto dalla superficie del terriccio (per non perdere assolutamente nessun reperto, anche quello più microscopico) viene lavato e setacciato con dei setacci, con maglia di un millimetro, che servono normalmente a recuperare i frammenti di piccoli roditori, ad esempio denti, che hanno delle dimensioni di mezzo millimetro o un millimetro, in modo tale da riuscire a raccogliere ogni informazione che può emergere dallo scavo.

Quale è l’importanza di questa scoperta dal punto di vista archeologico e antropologico?

Dal punto di vista archeologico in questo momento non si conoscono molte testimonianze di quel periodo per quel che riguarda l’intera Europa. In Italia esso è, allo stato attuale, il più antico reperto umano finora rinvenuto, datato con sistemi radiometrici (quelli dell’Argo-Argo, su cui ha lavorato un gruppo di francesi), che lo data ad un’età di quasi 600 mila anni o poco meno. Dal punto di vista cronologico, in epoche recenti si era scoperto anche il cranio di Ceprano, attribuito ad un’età intorno agli 800 mila anni fa, ma questa cronologia è stata rivista e ora viene datato attorno ai 350 o 400 mila. Dal punto di vista archeologico il dente di Isernia è un ritrovamento molto importante. In Europa poi non ci sono molte testimonianze di questo periodo preistorico: ci sono cose più vecchie cronologicamente, come quelle Atapuerca, che partono da 1200 e arrivano fino a 800 mila anni fa e poi altre cose, ma per quelle più rilevanti dobbiamo arrivare a epoche più recenti, meno antiche di 500 mila anni da oggi. Dal punto di vista antropologico, invece, il dente viene attribuito probabilmente all’homo heidelbergensis, con dimensioni, rispetto a ciò che si poteva aspettare, un po’ più piccole, il che potrebbe andare verso l’ipotesi che questo nostro progenitore avesse una variabilità morfologica più ampia di quello che si poteva pensare, ma siamo ancora nelle fasi iniziali di un discorso che si potrà ampliare successivamente con la ricerca e lo studio del reperto.

Si dice che osservando il dente ritrovato esso faccia credere ad una alimentazione coriacea del suo proprietario. Cosa ve lo fa pensare e come si alimentava l’homo heidelbergensis?

Io direi che il dente è abbastanza usurato nella sua estremità distale. Questo si potrà verificare ulteriormente con delle analisi al microscopio a scansione. In genere sulle superfici dei denti rimangono sempre tracce o strie di quelle che sono le modalità di masticazione, e soprattutto legate a cosa viene masticato, quindi anche dell’alimentazione. Più duro è il materiale, più queste strie sono ampie e possenti e si vedono bene al microscopio. L’ipotesi che questo dente sia abbastanza usurato, perché in fondo è appartenuto a un bambino, fa pensare che si nutrisse anche di alimenti piuttosto coriacei e resistenti, come per esempio tuberi, anche se noi non abbiamo testimonianze di un’alimentazione legata, oltre che alla carne, anche ai vegetali. È possibile che in questo tipo di dieta ci fossero anche delle cose piuttosto dure: pensiamo a frutti secchi, o altre di questo genere.

Questo dente presenta delle caratteristiche particolari che non si ritrovano negli altri reperti coevi in Europa. Ce le illustra brevemente?

Questo è ancora tutto da vedere, perché di materiale coevo in Europa c’è poco o nulla. Tutto il gruppo degli antropologi sta valutando queste osservazioni. Fra l’altro abbiamo anche un lavoro in stampa e si sta aspettando cosa emergerà da questi studi in futuro. Non è che ci siano per ora caratteristiche particolari: diciamo che è un po’ più piccolo, rispetto alle dimensioni che ci si aspettava, se raffrontato con i denti incisivi che troviamo in epoche cronologicamente più recenti a questo reperto, per esempio con quella dell’uomo di Neanderthal.

Il dente è stato ritrovato con la radice ancora attaccata, segno che quindi non era caduto da solo, ma si era staccato in epoche successive, dopo la morte del bambino. Secondo Lei come è avvenuto il decesso del piccolo?

Per rispondere bisognerebbe avere la bacchetta magica. L’unico commento che si può fare è che le cause di morte sono sempre difficili da individuare, o determinare, perché qualsiasi decesso legato a malattie virali non lascerebbe tracce. In questo caso abbiamo solo il dente e sappiamo che questo bambino è morto in tenera età. Nella Preistoria la mortalità infantile doveva essere decisamente molto alta. Noi abbiamo dei dati per altri siti più recenti, o più vecchi cronologicamente, in tutto il mondo che ci dicono che le aspettative di vita erano assai ridotte. Tutto quello che noi nelle epoche più recenti siamo riusciti a superare, tramite ad esempio i vaccini, le cure e l’igiene, diminuendo o eliminando la mortalità infantile, nella Preistoria rimaneva altissima fino alle epoche vicine a noi cronologicamente: basti ricordare che ci sono studi del Settecento e Ottocento in cui il 50% dei ragazzini moriva entro gli otto o dieci anni di vita. Anche oggi sarebbe terribile se non avessimo la medicina: in questi giorni ci sono stati allarmi lanciati a livello europeo perché esiste un calo dell’utilizzo dei vaccini, che non si capisce quale ragione abbia, ma in corrispondenza di questa diminuzione c’è un aumento di tutte quelle malattie che possono provocare danni seri alla salute.

Perché questa scoperta apporta un notevole arricchimento sulla presenza umana nella preistoria in quel sito?

Perché non avevamo mai trovato l’uomo, né nessun reperto umano, ma solo tutte le tracce delle sue attività, i reperti lasciati e la raccolta di porzioni di carcasse animali. Abbiamo tutti i dati sulla ricostruzione del paesaggio: sappiamo infatti dallo studio dei pollini che c’era una prateria aperta con pochi alberi. L’interdisciplinarietà degli studi di questo giacimento è enorme, con decine e decine di ricercatori di tutto il mondo che ne hanno analizzato vari elementi. Fino ad ora non avevamo, però, trovato il ‘responsabile’ di queste attività. È un fatto per noi decisamente importante: questo dente, seppure piccolino, ha una grandezza in termini di informazione e di peso notevolissima e speriamo che sia di buon augurio per altri ritrovamenti. Trentaquattro anni sono passati in questo luogo senza avere un reperto direttamente riconducibile all’uomo, ora abbiamo anche questo e speriamo bene per il futuro.

La fase preistorica dell’homo heidelbergensis risale a 600.000 anni fa e se ne sa poco in Europa. Come mai?

Si sono trovati pochissimi reperti in Europa. L’olotipo, ossia il reperto di riferimento per l’homo heidelbergensis è la mandibola di Mauer in Germania. Abbiamo reperti più vecchi, come quelli ad Atapuerca datati all’homo antecessor e poi fasi successive, alle quali riconduciamo vari reperti pervenuti, per esempio in Francia e in Spagna, ma non si ha una ricchezza tale da avere un quadro completo. Pochi sono i ritrovamenti databili a 600 mila anni fa. Con questa scoperta si aggiunge una piccola luce, come nell’universo in cui si accende una stella, su questo periodo storico e passo dopo passo si vanno ad arricchire le informazioni per dare un quadro più completo del sistema della nostra evoluzione anche in ambito europeo.

Questo reperto rappresenta il più antico resto umano ritrovato in Italia. Come pensate di valorizzarlo?

Per valorizzarlo bisogna studiarlo e soprattutto riuscire a conservarlo. Molto probabilmente ci saranno già degli articoli che usciranno su riviste specialistiche, quindi più dedicate all’archeologia e alla preistoria. Si valorizzerà man mano anche a livello museale, perché qui ad Isernia esiste un museo, e il dente scoperto verrà ricompreso all’interno di queste collezioni. L’area degli scavi di Isernia è un padiglione aperto al pubblico, quindi le persone che vengono possono vedere coloro che stanno lavorando sul suolo del sito e questo sistema di visita si potenzierà ancora di più nel futuro.

È prevista una pubblicazione scientifica relativa a questa scoperta?

Sì, è già in corso, ma ne sono previste più di una. Molto probabilmente non ci sarà soltanto una pubblicazione con la sua descrizione, ma ci sarà poi l’applicazione di tecnologie molto sofisticate e l’analisi di questo reperto non soltanto per gli aspetti morfologici esterni, ma anche per capire gli aspetti della sua struttura interna e confrontarli con quanto è noto dagli studi sulla materia, o con quanto si trova in altri siti più antichi o più recenti, anche se non esiste molto, per trarne maggiori e più dettagliati confronti. In questo momento esiste una pubblicazione sull’età del giacimento, in cui sono state rifatte tutte le analisi radiometriche sui sedimenti, oltre a un lavoro in corso di stampa che riguarda anche gli aspetti morfologici e le prime considerazioni su questo reperto. Queste analisi sono in corso anche con docenti dell’Università La Sapienza di Roma, come per esempio Giorgio Manzi che ha scritto libri e ha una sua rubrica anche su ‘Le Scienze’, Jacopo Cecchi Moggi dell’Università degli Studi di Firenze, Dominique Grimaud Hervé di Parigi, Julie Arnauld che ha fatto il dottorato da noi a Ferrara e adesso ha questa borsa di ricerca post dottorato e altri ricercatori. Siamo già più di 10 o 12 persone, non vorrei sbagliare il numero, e questo gruppo si amplierà decisamente nel tempo.

 

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