lunedì, dicembre 17

Un crollo catastrofico di Wall Street è alle porte? Uno studio prevede una pesante correzione del mercato azionario

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Recentemente, il prestigioso Centre for the Study of Financial Innovation (Csfi) ha pubblicato un documento in cui si prevede un crollo catastrofico delle mercato azionario statunitense e una conseguente recessione globale. Si parla di una caduta compresa tra il 40 e il 50% della capitalizzazione totale del New York Stock Exchange, che a detta del centro studi rappresenterebbe una naturale correzione di un mercato azionario gonfiatosi a dismisura per effetto della politica di bassi tassi di interesse portata avanti dalla Federal Reserve dal crack di Lehman Brothers in poi. L’euforia speculativa scatenata dalla linea accomodante della Fed ha indotto un numero crescente  di operatori ad acquistare azioni con margine, cioè a indebitarsi per avere accesso ai listini impegnando come garanzia le azioni stesse. Come conseguenza, il margin debt, l’ammontare complessivo dei debiti contratti per acquistare azioni, è salito alla spaventosa cifra di 580 miliardi di dollari. Una parte ragguardevole del totale è data dalle aziende che si indebitano per sostenere operazioni di buyback.

La diffusione dei buyback è molto indicativa, dal momento che comporta il semplice rastrellamento delle azioni sul mercato da parte della stessa società emittente, che le riacquista per ridurne i volumi in circolazione e aumentarne così il prezzo, assieme ai dividendi e ai bonus dei dirigenti di punta. Esattamente ciò che fece la Enron – con denaro preso in prestito – prima di finire in bancarotta. Nel 2014, si stimava che le società indicizzate allo Standard & Poor’s 500 (S&P 500) avessero investito in riacquisti azionari qualcosa come 1.000 miliardi di dollari, pari al 95% dei loro profitti. Morgan Stanley, dal canto suo, ha invece calcolato che i buyback siano responsabili di oltre il 50% dell’aumento degli utili per ciascuna azione realizzato delle aziende dello S&P 500 tra il 2012 e il 2015. I riacquisti azionari non solo denotano la totale incapacità delle aziende di impiegare i profitti in maniera produttiva, ma presentano alcuni aspetti problematici che vanno ben oltre l’incremento elefantiaco del margin debt. Come rileva un manager della società finanziaria Kairos, facendo incetta di buyback «le società ammettono, usando il cash per acquistare azioni proprie, di non avere molte idee per un uso produttivo della liquidità o, peggio ancora, di non avere fiducia nel futuro del loro settore […]. [Nell’eventualità di una crisi, ci roveremo dinnanzi a un mercato gonfiato] che cadrà da un livello gonfiato dai buyback e con società con uno stato patrimoniale meno solido di quello che avrebbero avuto restando ferme». Che le aziende non abbiano grandi progetti in serbo (fatta eccezione per poche società come Tesla di Elon Musk) è dimostrato dal portafoglio di investimenti dei giganti della Silicon Valley, che tendono sempre più ad assomigliare a vere e proprie banche d’investimento; alla fine del 2017, Microsoft ed Apple detenevano più Treasury Bond di Bank of America e Jp Morgan Chase, Google e Cisco più di Bank of New York Mellon e State Street. Se l’obiettivo è il profitto a breve termine, le imprese non hanno problemi a ridurre il personale e a tagliare i fondi al settore cruciale di ricerca e sviluppo per impiegare il tesoretto in riacquisti azionari. Non a caso, nel 1980 gli Stati Uniti spendevano il doppio per ricerca e sviluppo applicati al settore dell’innovazione energetica rispetto al 2016.

Ciò concorre a dimostrare che l’andamento azionario delle aziende non rispecchia ormai da tempo il loro valore intrinseco, e in tali condizioni un ‘ritorno alla realtà’ è in genere soltanto questione di tempo. Secondo il documento del Csfi, i crolli di Borsa verificatisi a cavallo tra febbraio e marzo non appena cominciarono a circolare voci circa un imminente rialzo dei tassi da parte della Fed rappresenterebbero un timido ‘assaggio’ di ciò a cui gli Usa andranno incontro in tempi relativamente brevi. Lo studio cita diverse volte il professor Robert Aliber, stimato economista e profondo conoscitore delle debolezze del sistema finanziario statunitense che pone l’accento sugli «squilibri nei pagamenti internazionali, squilibri fiscali, disallineamento dei prezzi dei titoli e degli immobili in relazione ai loro redditi […] Queste patologia non sostenibili di cui soffre il sistema economico sono state esasperate da una massiccia espansione del credito, all’origine di un crescente sbalzo del debito che oggi è in condizioni peggiori rispetto ai livelli del pre-2008 […]. La prospettiva è che la diminuzione della domanda di titoli in dollari Usa porterà a un calo dei prezzi delle azioni negli Stati Uniti, molto simile a quello che successe nel 1987, nel 2000 e nel 2006/7. Fino a che punto i prezzi delle azioni diminuiranno? I tre casi precedenti suggeriscono che si tratterà del 40-50%. Ciascuna di queste ondate è stata preceduta da un’impennata del flusso di investimenti esteri e da un forte incremento dell’offerta interna di credito […]. Tutte le crisi bancarie verificatesi dai primi anni ’80 sono state il risultato di un rallentamento della crescita del credito, spesso spinto dal passaggio verso un politica monetaria più rigorosa – una correzione di uno squilibrio non sostenibile. I mutuatari sono diventati dipendenti dalla piena disponibilità di credito e non hanno potuto adeguarsi per tempo al calo dell’offerta […]. La crescita del valore delle azioni realizzatasi in ogni ciclo preso in esame ha comportato un adeguamento interno all’aumento del flusso di investimenti esteri; quando il flusso rallenta significativamente, i prezzi delle azioni diminuiscono. Le flessioni del primo e del secondo ciclo sono state seguite da modeste recessioni, una massiccia recessione ha seguito il declino alla fine del terzo ciclo».

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