domenica, Settembre 26

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BruxellesNon c’è settimana, da un po’ di mesi, che in Europa non si abbatta un’alluvione o raffiche di vento degne dei peggiori incubi. Come questa estate, gli incendi hanno distrutti molti ettari di boschi, adesso buona parte del continente è alle prese con le alluvioni.

Questa settimana a Bruxelles, Il Consiglio e le attività delle istituzioni europee saranno dedicate al clima e ai cambiamenti climatici. Il Consiglio si occuperà in questi giorni soprattutto di questa tematica che è stata anche al centro della presidenza lituana, che a differenza di quella irlandese, ha posto spesso sul tavolo la questione energetica e climatica visto anche la sua posizione geografica. Oggi è stata presentata alla Missione norvegese presso l’Unione Europea, il rapporto annuale dell’EASAC (European Academies Science Advisor Council) sul cambiamento climatico e i costi che questo ha sulla struttura economica e sociale del continente europeo. Questo ente rappresenta le accademie di 24 paesi membri (per l’Italia, l’Accademia dei Lincei) con l’aggiunta di quelle della Svizzera e della Norvegia, che, insieme alla Commissione Europea, hanno dedicato buona parte dei loro studi, quest’anno, ai repentini cambiamenti climatici che affliggono il nostro pianeta. Questo è uno dei temi più controversi dal punto di vista internazionale: infatti i membri delle Nazioni Unite non riescono a trovare un vero punto in comune: firmato Kyoto senza l’appoggio degli Stati Uniti, il fallimento del vertice di Copenaghen e il ‘nulla di fatto’ delle scorse settimane a Varsavia rende la strada verso una formulazione di una politica seria e sostanziosa, ardua e incomprensibile non solo al mondo scientifico ma anche ai cittadini che i cambiamenti climatici ormai li subiscono.

«Non c’è bisogno di uno scienziato ormai per rendersi conto di quanto poco la comunità internazionale fa per evitare che il nostro clima finisca di impazzire» ha affermato la rappresentante per la Commissione Europea, DG Clima, Rosario Bento Pais. Il Professor Øystein Hov, membro norvegese dell’EASAC, ha spiegato che «In Europa si fa ancora poco per bilanciare i due problemi che caratterizzano le politiche sui cambiamenti climatici: da un lato adattarsi a questi cambiamenti, dall’altro cercare soluzioni per mitigarli». Secondo gli studi dell’EASAC, il fenomeno meteorologico che è aumentato in maniera preoccupante è quello dei temporali: l’acqua sembra la protagonista in negativo dei dati dell’ultimo anno. L’immagine rimanda immediatamente al disastro nelle Filippine, ma è proprio il continente europeo quello che soffre di più questo tipo di cambiamento meteorologico (come dimostrano anche i recenti avvenimenti in Sardegna e ieri a Pescara).

Il lavoro di ricerca, oltre a guardare agli altri continenti, focalizza l’attenzione soprattutto sul nostro, per spingere le istituzioni europee a porre i cambiamenti climatici come tema centrale anche delle politiche di budget, fa un quadro sorprendente di come il clima sia cambiato dagli anni ’80 ad oggi. In trent’anni ci sono stati più disastri naturali (ad esclusione dei terremoti) che in un secolo.  Sempre secondo Hov «sono aumentati i temporali e la quantità media di pioggia che cade annualmente. Ormai, l’innalzamento repentino delle temperature, la siccità, gli incendi boschivi causano la maggior parte dei disastri. Si è riscontrato che soprattutto a soffrire sono i paesi dell’Europa centrale e orientale, con particolare rilevanza per la regione anatolica (nello specifico, la Turchia), dove le temperature medie si sono innalzate. Altri dati significativi riguardano il bacino del Mediterraneo che soffre sempre di più del fenomeno della siccità anche se l’Italia che ne è al centro è diventata più calda nelle regioni del nord e più piovosa nel sud». Quindi, a detta degli esperti, i danni più evidenti sono nel settore agricolo, settore tra i più forti del sistema europeo ed è per questo che si chiede un maggior intervento della Commissione per spronare gli stati membri a fare di più, anche in sede internazionale. Secondo Peter Hoppe, capo del Geo Risk Research/Corporate Climate Centre del Munich Re, azienda nel settore assicurativo tedesca, «anche il settore industriale sta soffrendo. I costi assicurativi a causa delle calamità naturali aumentano di anno in anno, ed è proprio la Germania a guidare la classifica dei disastri. Dal 1980 al 2011 ne sono stati contati circa 700, per la maggior parte inondazioni». L’Italia, ad esempio ,è quasi ultima, ma fa più notizia perché è ancora troppo indietro nella legislazione in materia.

La Commissione Europea, coinvolta nella questione attraverso la DG Clima e DG Humanitarian Aid and Civil Protection, per difendersi circa una poca incisività della presidenza Barroso sul tema, ha chiamato in causa l’approvazione recente del budget: «Nel budget per il periodo 2014-2020 all’interno della percentuale destinata alla ricerca e al programma H2020 (Horizon 2020), ben il 35% è destinato alla ricerca sul cambiamento climatico» ha dichiarato Bento Pais.

Il costo di questi cambiamenti prodotti dall’uomo sono anche economici. I paesi sopra descritti dove sono più evidenti le calamità naturali non riescono ad adattarsi a questi e non riescono a trovare nemmeno una via legislativa: non sono pronti in nessun caso a contrastare immediatamente i disastri naturali. Come ha anche affermato Ian Clark della DG Humanitarian Aid and Civil Protection, «Anche se nel budget c’è un aumento di fondi destinati ai disastri ambientali, bisogna puntare tutto sulla ricerca perché l’Europa non è ancora preparata».

Infatti la Commissione Europea prevede per ora programmi di ricerca attraverso Horizon 2020 che mirino a incrementare programmi per la prevenzione di queste catastrofi, visto che dal punto di vista della comunità internazionale, il disaccordo è evidente e pesa sulla crisi economica. Un continente, ormai colpito ad ogni cambio di stagione da tempeste di vento o di acqua, o da innalzamento rapido delle temperature, si trova costretto a fare i conti con i costi sempre più alti di queste calamità, che colpiscono tutti i settori dell’economia.

Nelle raccomandazioni che L’EASAC dà alle istituzioni europee c’è proprio quella di non fermarsi alla sola ricerca perché la politica che in questo momento serve all’ Unione Europea è quella di limitare i danni che il cambiamento climatico sta producendo. In settori come l’agricoltura e la pesca le politiche messe in atto non virano ancora su questo tema. La conservazione dei posti di lavoro in questi settori specifici (ma anche l’industria non ne è più immune) passa attraverso la messa in campo di regole serie che facciano da ‘effetto placebo’ verso manifestazioni di un clima che l’uomo ha fatto impazzire.

 

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