lunedì, Aprile 19

Un complotto petrolifero? La caduta del prezzo del greggio sembra comunque rispondere anche ad interessi politici americani e sauditi

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Il “generale inverno”, secondo una familiare versione ed immagine, ha più volte aiutato l’esercito russo a respingere gli invasori della patria e a vincere guerre che sembravano perdute. Adesso le guerre, almeno quelle grandi, si combattono soprattutto sul terreno economico, ma a Mosca si continua a contare sul soccorso di quel generale climatico per uscire indenni dal più ampio scontro politico-economico-finanziario provocato dalla crisi ucraina. La dirigenza russa confida infatti che gli incombenti rigori invernali (sempre che l’effetto serra non ci metta lo zampino) dissuadano l’Occidente dall’insistere ad infliggere o addirittura inasprire sanzioni la cui vittima, messa alle strette, potrebbe reagire interrompendo o decurtando forniture di gas vitali per i clienti europei e insostituibili almeno nel breve periodo.

In realtà, se il gas russo è così prezioso per gli acquirenti che devono riscaldare abitazioni, uffici, ecc., lo è altrettanto per un venditore il cui bilancio statale è sostenuto per metà dai proventi della produzione e della massiccia esportazione delle due grandi fonti di energia: gas, appunto, e petrolio. Cioè di altri due “generali”, se si vuole, le cui armate hanno finora, ben più che aiutato, mantenuto letteralmente in piedi il sistema economico e lo stesso Stato russo.

Comunque, mentre la fiducia russa (reale o affettata che sia) nel fattore inverno può valere in qualche misura per l’”oro blu”, difficilmente può estendersi a quanto riguarda l’”oro nero”, tanto più che in questo caso la stagione fredda vede solitamente ridursi piuttosto che intensificarsi i consumi del petrolio e dei suoi derivati. Ed è proprio il petrolio che da alcuni mesi sta subendo autentiche mazzate sui mercati mondiali, che colpiscono la Russia come pochi altri Paesi produttori ed esportatori.

Dopo avere raggiunto un picco assoluto di 115 dollari al barile nello scorso giugno, il prezzo del greggio è crollato fin quasi ad 80 dollari, mai toccati dal 2008, e non è affatto sicuro che la discesa si arresti nei prossimi mesi. Per assicurare la stabilità del proprio bilancio il governo di Mosca calcola da tempo che occorra un prezzo non inferiore a 100 dollari, contro 90 e 140 per, ad esempio, Arabia Saudita e Iran rispettivamente.

Le conseguenze sui conti russi non potevano che essere pesanti. Il deprezzamento del petrolio non è stato l’unica causa del contemporaneo collasso del rublo, ma vi ha sicuramente contribuito in larga misura, insieme con le sanzioni occidentali, la fuga di capitali e il pessimismo degli investitori stranieri. A sua volta, il rublo deprezzato alimenta l’inflazione già elevata, mette a repentaglio le sovvenzioni a sostegno dei consumi popolari e rischia di frustrare, come paventato dal Ministro delle finanze Anton Siluanov, l’ambizioso programma di rafforzamento e modernizzazione delle forze armate.

Quali le prospettive a breve-media scadenza? L’accademico Jakov Mirkin, per citare un eminente economista russo, non esclude che la tendenza in atto possa essere efficacemente contrastata dalla più o meno costante pressione inflazionistica su scala planetaria, che secondo i suoi calcoli ha già contribuito per l’85% alla moltiplicazione per 15 del prezzo medio del petrolio tra la fine degli anni ’50 e oggi.

Lo stesso esperto, che non azzarda pronostici per un periodo più lungo, ritiene prevedibile una stabilizzazione del prezzo tra 80 e 90 dollari entro un anno e mezzo, comunque insoddisfacente per Mosca per il motivo già detto. Ma afferma che, nel frattempo, basterebbe un semestre di prezzi troppo bassi del petrolio, del gas e dei metalli per dare luogo ad un “enorme rallentamento, se non una crisi, dell’economia russa”.

Qualsiasi previsione minimamente fondata deve tuttavia tenere conto di come sia nata la situazione attuale, ovvero di che cosa esattamente, ed eventualmente chi, abbia provocato il tracollo del prezzo del petrolio. Capirlo, per la verità, non è facile, perché le opinioni al riguardo sono alquanto discordi, così come sono non univoci i precedenti ai quali ci si può rifare per motivarle.

Chi propende per l’attribuzione del fenomeno, che naturalmente non è nuovo, a disegni e manovre politiche piuttosto che a cause oggettive, ricorda ad esempio la crisi terminale dell’Unione Sovietica circa un quarto di secolo fa. Nella quale un deprezzamento analogo a quello attuale, architettato dai governi atlantici con in testa gli USA di Ronald Reagan, avrebbe svolto un ruolo determinante o comunque importante.

In realtà il petrolio, per quanto predominante anche allora nelle esportazioni sovietiche, non era così condizionante come adesso per la tenuta di un sistema economico largamente autosufficiente sia pure a livello molto basso di funzionalità. Altrettanto poco convincente suona una presunta ed analoga strumentalizzazione atlantica dell’”oro nero” per mettere nei guai Boris Elzin, primo presidente della Russia postcomunista, che dell’Occidente non era certo un nemico giurato.

Non vi è dubbio, invece, che la famosa crisi energetica degli anni ’70, così nociva benchè non letale per l’Occidente, fu opera degli sceicchi del Medio Oriente. I quali, con in testa quelli dell’Arabia Saudita, alzarono  repentinamente e drasticamente il prezzo del greggio per forzare la mano ai loro maggiori clienti a fini sia economici sia politici.

Non quest’ultimo, ma il precedente riguardante l’URSS è stato rievocato adesso da Nikolaj Patruscev, presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale che assiste Vladimir Putin. Lo ha fatto per accusare gli Stati Uniti, in particolare, di avere organizzato un complotto ai danni della Russia ricorrendo nuovamente all’arma del petrolio, in aggiunta alle sanzioni rilevatesi sinora insufficienti, per costringere Mosca a piegarsi riguardo all’Ucraina e ad altre pendenze.

Bisogna dire che mentre da parte americana, in assenza naturalmente di ammissioni ufficiali o ufficiose, non mancano voci che alludono, con toni anche semicompiaciuti, alla plausibilità di una simile versione, da parte russa si mostra per lo più cautela. Il già citato Mirkin, ad esempio, espressamente interrogato in proposito, si limita ad osservare che agli USA non convengono prezzi del greggio siano troppo alti perché favoriscono i loro nemici e rivali, effettivi o potenziali, come gli islamisti mediorientali, il Venezuela e altri Paesi latino-americani e la stessa Russia.

Un rilievo del genere, d’altra parte, si ricollega alle argomentazioni di quanti respingono esplicitamente o implicitamente la tesi o ipotesi del complotto. Lo fanno anche per una considerazione di ordine generale, ossia escludendo che quanto meno nel mondo attuale, così altamente globalizzato, le quotazioni del petrolio possano essere agevolmente sospinte verso l’alto o verso il basso da singoli Paesi, compresa quella che fino a ieri veniva dipinta come l’unica superpotenza residua.

Se ciò sia proprio vero resta da provare, mentre suona altresì pertinente l’obbiezione che da un punto di vista economico-commerciale esisterebbe semmai un interesse americano ad alzare anziché abbassare le suddette quotazioni per proteggere la competitività della produzione domestica di petrolio (come di gas) da scisto, il cui recente boom ha proiettato gli USA al primo posto nel mondo.

L’estrazione di petrolio e gas dalla roccia mediante fracking, oltre che contestata o contestabile per le sue controindicazioni ambientali, è infatti più costosa di quella effettuata con metodi tradizionali, per cui la relativa produzione e commercializzazione verrebbe scoraggiata da un ulteriore calo dei prezzi di mercato o anche solo da una loro prolungata permanenza agli attuali livelli.

Resta comunque di fatto che la massiccia irruzione sui mercati mondiali delle nuove fonti di energia americane ha contribuito a deprimere i prezzi non meno del calo generale della domanda in seguito alla crisi planetaria, che ha invertito, arrestato o rallentato la crescita produttiva quasi dovunque, comprese le grandi potenze economiche emergenti.

Il dato oggettivo potrebbe subire modifiche nei prossimi mesi. Se ciò non avvenisse se ne potrebbe anche dedurre che Washington persiste in una scelta strategica compiuta per prevalenti motivi di politica estera, di peso superiore ad interessi economici temporaneamente coincidenti. In attesa di ulteriori sviluppi, merita intanto qualche credito l’ipotesi di quanti suggeriscono che, se esiste davvero un complotto americano, esso non mira a rovinare l’economia russa ma solo ad indebolirla per indurre Putin a cambiare rotta.

Gli interrogativi non riguardano però soltanto gli Stati Uniti. In campo petrolifero spicca sempre l’Arabia Saudita, oggi relegata al terzo posto tra i produttori dietro la Russia ma ancora proprietaria delle maggiori riserve mondiali di “oro nero”. Delle quali, poi, può disporre più liberamente di altri dato che i suoi governanti non devono fare i conti con opposizioni e opinioni pubbliche troppo indocili.

Si presume perciò che il governo di Riad abbia optato stavolta, con relativo agio, per un alquanto sorprendente aumento della produzione con conseguente riduzione dei prezzi, rinunciando ad una porzione dei lauti proventi delle esportazioni per perseguire un duplice scopo. Difendere, cioè, la propria quota calante dell’ambito mercato cinese dalla concorrenza dell’Iran, le cui vendite di petrolio alla Cina sono invece aumentate, e con ciò stesso ostacolare il rafforzamento della vicina Repubblica islamica che gli contende l’egemonia nel Medio Oriente.

Uno scopo, quindi, anche decisamente politico oltre che economico, tanto più credibile in quanto un complesso di sviluppi e circostanze hanno consentito una pur incerta e problematica distensione tra Iran e USA che i sauditi vedono come il fumo negli occhi. Il tutto, d’altra parte, a temuto coronamento di una lunga fase di raffreddamento dei rapporti tradizionalmente stretti tra Riad e Washington, grazie al petrolio ma non solo.

La svolta in materia di produzione e prezzi (che si prevede sarà confermata in occasione della prossima sessione dell’OPEC, il grande cartello dei petrolieri, a fine novembre) potrebbe segnalare e propiziare un incipiente riavvicinamento tra la monarchia saudita e la Casa Bianca, con Riad disposta ad assecondare Washington anche riguardo alla componente antirussa dell’intera manovra.

C’è chi non esita ad accreditare in proposito uno scenario ancora più nettamente articolato. Lo ha fatto nei giorni scorsi sulla rete il blog economico del ‘Guardian’ in un’analisi a firma di Larry Elliott. A suo avviso una convergenza politica tra i due governi c’è sicuramente stata, sulla base anche dell’interesse americano a premere su Teheran per giungere finalmente ad un compromesso accettabile sul nucleare iraniano e di quello saudita a premere su Mosca affinché desista dall’appoggio ad oltranza al regime siriano sostenuto altresì dall’Iran.

Lo stesso autore non si spinge fino a dare per certo che la convergenza sarebbe stata suggellata, come corre voce, da un apposito accordo stipulato dal segretario di Stato americano, John Kerry, con re Abdullah nello scorso settembre, e nel quale sarebbe stata prevista proprio la vendita di greggio saudita a prezzi inferiori a quelli di mercato. Ma il dettaglio conta relativamente poco difronte ai riscontri già acquisibili e alle probabili conferme di quello che, volendo, non è vietato definire anche come un complotto, termine che designa più o meno esattamente qualcosa di tutt’altro che infrequente in politica, internazionale ed interna.

Restano piuttosto da vedere gli effetti che esso avrà, le reazioni e i contraccolpi che solleverà, insomma i suoi seguiti in generale, che nel Medio Oriente sono proverbialmente imprevedibili, oggi più che mai, ma anche altrove possono sempre riservare qualsiasi sorpresa e persino clamorose smentite.

 

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