domenica, Giugno 13

Un calcio alla crisi: il miracolo islandese I ragazzi di Calcio Islandese e Faroese ci parlano del modello-Islanda

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Quello che credevamo essere un exploit casuale, si sta rivelando una realtà concreta: la Nazionale di calcio islandese, dopo l’ottima figura fatta agli Europei del 2016, conclusisi sorprendentemente ai quarti di finale, è riuscita nell’impresa di qualificarsi per la prima volta nella sua storia anche ai Mondiali, che si terranno in Russia nel 2018, rendendo l’Islanda con i suoi soli 320000 abitanti la Nazione meno popolosa di sempre ad aver mai partecipato a questa competizione. Questa misteriosa e affascinante isola vulcanica sperduta nel nord dell’Oceano Atlantico, ora famosa anche per i suoi eccellenti risultati sportivi, solo pochi anni fa era tristemente salita alle luci della ribalta delle cronache per una devastante crisi che ha messo in ginocchio la sua economia e il suo assetto politico. È possibile che i due eventi siano legati da un qualche nesso di causa-effetto? Proviamo a dare una risposta.

Ma prima, un po’ di contesto: siamo nel 2008. Qui, in Italia, iniziava l’ultimo Governo Berlusconi, Roberto Mancini vinceva il suo ultimo scudetto con l’Inter e per radio ascoltavamo Viva la Vida dei Coldplay. Tutto questo, mentre in Islanda si consumava la più grande crisi della sua storia, in quel contesto di crisi bancaria internazionale che è passata alla storia come Grande Recessione (per distinguerla dalla Grande Depressione del 1929) e che tutt’oggi fa sentire ancora i suoi postumi. Nella piccola isola nordica, le tre banche principali vennero nazionalizzate a causa delle difficoltà di rifinanziare il loro debito a breve-medio termine ed entrarono in liquidazione coatta amministrativa. Gran parte del debito estero islandese era in mano a queste banche e, nonostante i tentativi fatti dal governo per limitare i danni, la situazione divenne insostenibile: svalutazione della corona, inflazione al 14%, disoccupazione alle stelle. Vennero accordati 5,1 miliardi di euro di prestiti internazionali fino al 31 agosto 2011, data ufficiale di fine crisi.

Il malcontento popolare, inoltre, fu fortissimo: manifestazioni di piazza di oltre 3000 persone (l’1% dell’intera popolazione) misero in crisi l’assetto politico-istituzionale islandese. La volontà di segnare una netta discontinuità verso una classe politica fortemente squalificata agli occhi della popolazione confluì nell’avveniristico tentativo di scrivere una nuova Costituzione con il metodo del crowdsourcing: per la prima volta nella storia, si è tentato di scrivere una Costituzione coinvolgendo direttamente il popolo. Benché questa esperienza non si sia conclusa bene (il testo costituzionale si è arenato nel Parlamento e attualmente vige ancora la Costituzione del 1947), rimane affascinante questo tentativo e questo sforzo di scrittura collettiva. Esso è avvenuto in tre fasi: una prima fase di riunione per decidere i principi fondanti la Costituzione, coinvolgente 950 persone selezionate fra la popolazione islandese; una seconda fase di selezione di una Assemblea Costituente di 25 persone e una terza fase di scrittura coinvolgente i 25 membri in un rapporto continuo con chi volesse inviare suggerimenti, critiche e consigli attraverso gli spazi di Internet. La Costituzione è stata poi votata da un referendum, ma al momento non è ancora entrata in vigore.

Ma come tutto questo può aver influenzato il successo sportivo dell’Islanda? I ragazzi del blog e della pagina Facebook ‘Calcio Islandese e Faroese’, collettivo composto da Francesco Cositore, Mattia Giodice, Fabio Quartino, Giuseppe Emanuele Frisone e Cristiano Romanelli, vero e proprio punto di riferimento per chi volesse interessarsi del calcio praticato a quelle alte latitudini, hanno provato a darci una risposta. “Lo sport nella società e nella cultura nordica è molto radicato e l’Islanda non fa eccezione. Da quanto ci risulta, lo sport non ha avuto un ruolo particolare durante la crisi anche se i successi crescenti della nazionale sono incominciati proprio in quel periodo, diventando così un motivo di orgoglio nazionale. Fino a pochi anni prima era impensabile vedere il Laugardalsvöllur (lo stadio dove gioca la nazionale) costantemente pieno in ogni suo angolo. L’auspicio è che gli islandesi abbiano fatto propri i valori sportivi anche per quanto concerne le loro attività finanziarie: nel 2008 la crisi era deflagrata nell’isola in maniera così clamorosa per l’incredibile mole di debito, anche privato, che gli islandesi avevano accumulato”.

I ragazzi del blog ci spiegano infatti che i conti dell’Islanda erano stati gestiti in maniera poco legale e gli islandesi, per riprendersi, hanno accettato di rimettersi in riga: nonostante che si sia parlato di una presunta ‘rivoluzione islandese’ contro le banche, l’Islanda ha accettato un piano di risanamento dell’FMI molto duro, in cambio di un prestito consistente che sta ripagando ancora oggi. E aggiungono: “Nel 2008 molte persone si sono trovate disoccupate dall’oggi al domani. La necessità di avere allenatori e preparatori certificati, ha spinto molte persone a dedicarsi al calcio in maniera più professionale. Salvo pochissime eccezioni, tutte le squadre islandesi fanno parte di polisportive gestite in maniera abbastanza ‘casereccia’. Non avendo grandi budget a disposizione, questi ruoli, benché coperti in maniera professionale, non garantiscono un reddito completo, ma comunque sono stati una boccata d’ossigeno per molte persone. L’indotto intorno al campionato islandese sta crescendo anche se tutti i professionisti che vi militano, sia giocatori che staff, svolgono altri lavori fuori dal campo. L’esempio più eclatante è quello di Heimir Hallgrímsson, l’allenatore della nazionale: professione dentista!”.

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