Un anniversario dimenticato: la nascita di Enzo Tortora E’ importante non dimenticare, continuare a ricordare che il ‘caso’ Tortora non è solo il ‘caso’ Tortora, ma è il ‘caso’ Italia: il caso della giustizia negata, del diritto calpestato, della conoscenza che non abbiamo, che ci viene impedita

30 novembre 1928. A Genova nasce Enzo Claudio Marcello Tortora: giornalista, scrittore, uno dei padri fondatori della televisione italiana: storica, la sua conduzione della ‘Domenica Sportiva’, e l‘ideazione e conduzione di ‘Portobello’. L’occasione per ricordarlo, e soprattutto ricordare il suo terribile calvario, quando viene coinvolto in un clamoroso caso di malagiustizia: accusato, su richiesta dei procuratori Francesco Cedrangolo e Diego Marmo, dal giudice istruttore, il magistrato Giorgio Fontana, di gravissimi, infamanti reati, ai quali in seguito risulta totalmente estraneo. Invece no, nessuno ha ricordato questa vicenda oscura, inquietante; e che poco o nulla sembra aver insegnato.

  La notte tra il 17 e il 18 giugno 1983 Tortora viene arrestato, imputato diassociazione camorristica e traffico di droga. Affiliato al clan di Raffaele Cutolo e ‘cinico mercante di morte’, lo bollano i magistrati. Nel corso della requisitoria del primo processo, il Pubblico Ministero sillaba: “Ma lo sapete voi che più si cercavano le prove della sua innocenza, più si trovavano quelle della sua colpevolezza?”. Chissà quali ricerche. Lo stesso Pubblico Ministero, tanti anni dopo, ammette l’errore. Che non può essere liquidato come ‘errore’, come ‘abbaglio’. Troppo semplice, troppo facile; perfino consolatorio definirlo ‘errore’, ‘abbaglio’. In realtà, fin da subito, contro Tortora non c’è nulla; e quel nulla talmente visibile che anche un cieco lo avrebbe potuto vedere. Non si si volle vedere. Non si volle capire.

  L’architrave dell’ipotesi accusatoria si regge sulla parola di due falsi pentiti: uno psicopatico, Giovanni Pandico; e Pasquale Barra detto, a ragione, ‘o animale: in carcere uccide il gangster milanese Francis Turatello, lo sventra, ne addenta le viscere. Poi, a ruota, vengono un’altra ventina di sedicenti ‘pentiti’: tutti a raccontare balle, una più grande dell’altra, per poter beneficiare dei vantaggi concessi ai ‘pentiti’.

  Accuse che con fatica e infinita pazienza vengono smontate: la difesa di Tortora fa una vera e propria contro-inchiesta, che demoliscel’inchiesta della procura napoletana. Una vicenda che ha dell’incredibile per la quale nessuno poi paga: non i falsi ‘pentiti’: non i magistrati della pubblica accusa, che anzi, fanno carriera. Tortora invece patisce una lunga carcerazione. Al suo fianco il Partito Radicale di Marco Pannella che lo elegge al Parlamento Europeo (poi si dimette, rinunciando all’immunità); Leonardo Sciascia, Piero Angela, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Rossana Rossanda, Vittorio Feltri, Massimo Fini, chi scrive; davvero in pochi. Tanti, al contrario, si producono nel crucifige. Se è stata una pagina nera per la magistratura napoletana, ancora più nera lo è stata per il giornalismo, che acriticamente ha pubblicato pagine e pagine di falsità infamanti, senza controllare, senza verificare.

  Eppure nulla giustifica quello spettacolare arresto. Per il ‘Tg2’ intervisto la figlia Silvia. Quando Tortora viene arrestato, cosa c’è oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra? “Nulla”. E’ stato pedinato, controllato? “No”. Intercettazioni telefoniche? “Nessuna”. Ispezioni bancarie? “Nessuna”. Definito “cinico mercante di morte”, su quali prove? “Nessuna”.Qualcuno ha chiesto scusa a suo padre? “Nessuno”. Gli accusatori hanno pagato per le loro false accuse? “No”.

  Il 18 maggio 1988 le agenzie di stampa e i notiziari annunciano che Tortora ha finito di soffrire, è morto; il tumore che lo tormenta e lo fa soffrire da mesi, alla fine ha vinto. Ha però fatto in tempo a vedersi riconosciuta l’innocenza da anni proclamata: un anno prima la Cassazione ha spazzato via ogni iniziale accusa, ritenendole infondate. Ha appena 59 anni Tortora: ucciso da quel tumore a cui non è estranea l’ingiusta persecuzione. Ora Tortora riposa al Monumentale di Milano, con accanto una copia de ‘La colonna infame’ di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe dettata da Sciascia: ‘Che non sia un’illusione’.

  Ieri si poteva ricordare tutto questo. E’ importante non dimenticare, continuare a ricordare che il ‘caso’ Tortora non è solo il ‘caso’ Tortora, ma è il ‘caso’ Italia: il caso della giustizia negata, del diritto calpestato, della conoscenza che non abbiamo, che ci viene impedita.

  Non si dovrebbe dimenticare, per esempio, che le carceri italiane sono ancora luogo, realtà, che ci umilia in Europa e ci condanna, per la sofferenza umana che patiscono detenuti, agenti di custodia, personale della comunità penitenziaria.

  I detenuti continuano a suicidarsi. L’ultimo nel carcere Torre del Gallo di Pavia. Un uomo di 46 anni condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, si è suicidato con un lenzuolo annodato.

  Il cinquantesimo suicidio su 124 detenuti deceduti. Unecatombe. Situazione resa ancora più grave dal cronico sovraffollamento carcerario; e da una realtà che si preferisce ignorare: un detenuto su tre si trova in carcere per spaccio. Quasi altrettanti, il 26 per cento, soffrono di dipendenza da stupefacenti.La vita del tossico in cella è doppiamente sofferente”, sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. “Bisogna cambiare la legge 309, che è incentrata su un meccanismo punitivo verso tutto ciò che non ci piace. Spero che con il referendum sulla cannabis si possa aprire un dialogo sulla questione della libertà di massa. Anche perché non mi pare che i narcotrafficanti abbiano trovato svantaggi dalla situazione legislativa attuale“.

  Prima di concludere, la segnalazione di un libro, che affronta i principali temi della giustizia avvalendosi delle riflessioni e delle considerazioni di Leonardo Sciascia: “Diritto, verità, giustizia”, curato da Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti (Cacuccieditore). Si affrontano i temi centrali della giustizia attraverso gli scritti sciasciani: un approccio che si colloca sul confine tra letteratura e diritto, un confine meno definito di quanto si creda“. Lo scopo dichiarato è scoprire e analizzare attraverso Sciascia i meandri, le luci, le ombre dei percorsi della giustizia. L’opera di Sciasciaruota attorno “al problema della giustizia“, che ingloba i valori della libertà, della dignità umana, e del contraltare, i numerosi casi di ingiustizia di cui sono piene le sue pagine. Magistrati e docenti universitari(Natalino Irti, Massimo Donini, Davide Galliani, Mario Serio, Giovanni Mammone, Nicolò Lipari, Gabriella Luccioli, Ernesto Lupo, Paolo Squillacioti), analizzano gli scritti più noti di Sciascia (Il giorno della civetta, Il consiglio d’Egitto, Morte dell’Inquisitore, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo, La strega e il capitano, Porte aperte) si interrogano su verità, diritto e giustizia, e sull'”immane problema concernente la possibilità, il modo e la misura in cui un ordinamento giuridico può riuscire ad essere garante della verità e della giustizia“. Le riflessioni di Sciascia affrontano tematiche di grande attualità: il rapporto reo-vittima, il rispetto della dignità del reo, presunta o accertata che sia, le inutili manette in tribunale, le gabbie, il diritto che dispensa giustizia e non vendetta. Si recupera un testo del 1986, “profetico: “Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente, è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto“.