domenica, Maggio 16

Un americano a Firenze field_506ffb1d3dbe2

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Alle 8.20 di ieri l’ex Rottamatore Matteo Renzi, ormai conquistato alla scuola di Obama e Berlusconi, ha così cinguettato su Twitter: “Il #jobsact è bozza che sarà definita il 16 gen e poi diverrà doc tecnico. Gradite idee, critiche, commenti. Email matteo@matteorenzi.it.

 

Ecco la bozza di cui parla Renzi:

L’obiettivo è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri (tra il 2008 e il 2012 l’Italia ha attratto 12 miliardi di euro all’anno di investimenti stranieri. Metà della Germania, 25 miliardi un terzo della Francia e della Spagna, 37 miliardi). Per la Banca Mondiale siamo al 73° posto al mondo per facilità di fare impresa (dopo la Romania, prima delle Seychelles). Per il World Economic Forum siamo al 42° posto per competitività (dopo la Polonia, prima della Turchia). Vi sembra possibile? No, ovviamente no. E allora basta ideologia e mettiamoci sotto.

Parte A – Il Sistema

1. Energia. Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più (Interventi dell’Autorità di Garanzia, riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili).

2. Tasse. Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe.

3. Revisione della spesa. Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro.

4. Azioni dell’agenda digitale. Fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete.

5. Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni. Funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici.

6. Eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali.

7. Burocrazia. Intervento di semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo.

8. Adozione dell’obbligo di trasparenza: amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati hanno il dovere di pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Parte B – I nuovi posti di lavoro

Per ognuno di questi sette settori, il JobsAct conterrà un singolo piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.

a) Cultura, turismo, agricoltura e cibo.

b) Made in Italy (dalla moda al design, passando per l’artigianato e per i makers).
c) ICT.

d) Green Economy.

e) Nuovo Welfare.

f) Edilizia.

g) Manifattura.

Parte C – Le regole

I. Semplificazione delle norme. Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero.

II. Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. Processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti.

III. Assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.

IV. Obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Ma presupposto dell’erogazione deve essere l’effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance.

V. Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali.

VI. Legge sulla rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende.

Su questi spunti, nei prossimi giorni, ci apriremo alla discussione. Con tutti. Ma con l’idea di fare. Certo ci saranno polemiche, resistenze. Ma pensiamo che un provvedimento del genere arricchito dalle singole azioni concrete e dalla certezza dei tempi della pubblica amministrazione possa dare una spinta agli investitori stranieri. E anche agli italiani. Oggi stimiamo in circa 3.800 miliardi di euro la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane. Insomma, ancora qualcuno ha disponibilità di denari. Ma non investe perché ha paura, perché è bloccato, perché non ha certezze.

Noi vogliamo dire che l’Italia può ripartire se abbandoniamo la rendita e scommettiamo sul lavoro. In questa settimana accoglieremo gli stimoli e le riflessioni di addetti ai lavori e cittadini (matteo@matteorenzi.it). Poi redigeremo il vero e proprio Jobs Act.

 

Belli anche i makers, ma rimaniamo sul jobs act. Ero a cena con un po’ di amici, due sere fa, quando l’espressione (che s’è avvicendata, in questi giorni, con job act) è risuonata improvvisa dal piccolo schermo: “Eh?”, ha detto uno dei commensali, mentre gli altri lo guardavano tra il sorpreso e il perplesso. È toccato a me svelare l’arcano, anche perché qualche ora prima avevo annotato l’ennesimo anglicismo snobistico fra le parole meritevoli di segnalazione per quest’avvio d’anno.

Le idee, le critiche, i commenti non si sono fatti attendere. Maurizio Landini ha dichiarato: «Leggerò il documento di Renzi. Meglio parlare italiano, però, perché io l’inglese non lo capisco». Renzusconi (o Renzama, a seconda dei gusti) è avvertito: piano per il lavoro, o piano per la riforma del lavoro, sarebbero state buone alternative a Job(s) Act anche per il microblogging di Twitter; un po’ generiche, forse, ma in ogni caso Job(s) Act è tutt’altro che trasparente (sull’argomento c’è un bel post di Licia CorbolanteGet your [Jobs] Act together).

Probabilmente Matteo Renzi, ignaro del fatto che gli studiosi italiani, a dispetto dell’esiguità dei fondi erogati alla ricerca, continuano a essere i migliori al mondo, è tutto preso dal suo progetto di chiusura della metà dei nostri atenei: che è anche un modo per cominciare ad affrontare seriamente il problema dell’ingombrante presenza di una lingua italiana che, in molte università (perlopiù da sopprimere, of course), osa ancora ostacolare l’avanzata dell’inglese. 

 

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