mercoledì, Giugno 16

Un altro Islam, quello della Primavera "Sul corno del rinoceronte", romanzo di Francesca Bellino

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Siamo circondati da libri sull’Islam ormai da tempo: da ISIS, Lo stato del terrore di Loretta Napoleoni a Il grande califfato di Domenico Quirico, da Il califfato del terrore di Maurizio Molinari, passando per L’ascesa dello stato islamico di Patrick Cockburn e il Tahar Ben Jelloun di Questo è l’Islam che fa paura. Non manca titolo disposto a raccontare il terrore, ad assimilare alla deriva jihadista una delle più grandi culture dell’umanità. I più obiettivi raccontano di un terrore ‘restituito’ e di focolai che per primo l’Occidente ha contribuito ad accendere, ma è facile che l’informazione, nel rincorrere l’attualità e riportare fedelmente scene di terrore trascuri concause fondamentali. E se si provasse a parlare dell’islam che non fa paura?

Una di queste è l’integrazione, argomento sviscerato per l’ennesima volta dopo le vicende di Charlie Hebdo, e che infiamma il Paese a ogni sbarco.

Proprio di integrazione parla il romanzo di Francesca Bellino, giornalista, Sul corno del rinoceronte (L’Asino d’oro Edizioni), oltre che di un Islam vero, che accompagna la vita di Miriam, tunisina, in ogni suo momento.

Mary e Miriam, assolutamente diverse per quanto omonime, rappresentano lo sforzo di capirsi di due civiltà, una esuberante, suo malgrado influenzata da pregiudizi profondi, l’altra più dimessa, umile, fiduciosa in un dio che non abbandona. E si incontrano in uno dei quartieri più multiculturali di Roma, il Pigneto, popolato di una fauna umana talmente varia da non poter essere catalogata. È il terreno migliore su cui può crescere l’amicizia tra una ragazza tunisina trasferitasi in Italia per un amore cieco e una giovane antropologa romana dalle troppo rigide convinzioni. Mary riflette Miriam per negazione, con un occhio limpido e vivace sulle diversità, perché è così che ci si assimila senza danno, ponendo l’accento su ciò che altri hanno in più di noi. Nel caso di Miriam la fede, la pazienza, il senso del tempo.

La vicenda si svolge a Kairouan, città sacra per i tunisini. Qui Mary, imbottigliata nel traffico deve raggiungere il funerale della sua più cara amica: al senso di colpa, di fallimento, alla stanchezza, ai dubbi, al dolore si aggiunge lo spettacolo fumoso di una Tunisia sconvolta dalla rivoluzione. I finestrini di un taxi che vede chiuse al traffico tutte le strade della città diventano per Mary una lente di ingrandimento sul mondo. Per una giovane donna sola, immobilizzata dalla paura, l’auto claustrofobica diventa un micromondo dove regna l’incomprensione e l’incomunicabilità. Le reazioni non sono quelle di una studentessa curiosa, nemmeno quelle di un’antropologa, ma sono come dettate da un’ostinazione profonda e occidentale a chiudere gli occhi.

Come può allora aver vissuto con Miriam, aver condiviso il cibo, la casa, la cura di un animale domestico, le confidenze più intime, la spiritualità più accesa?
Con una forma di fede tutta particolare, che subentra superando l’istinto e accettando la conoscenza, in cui i passanti vengono in soccorso di una giovane italiana come angeli custodi, chiariscono il senso di «cose che un europeo non potrebbe capire» come sostiene il tassista.

Il giorno della cacciata di Ben Ali, del fermento di un intero Paese, preludio di quella che è stata considerata la più stabilizzante delle primavere arabe è per Mary una veglia funebre. Mancata, perché le donne non possono piangere la morte a Kairouan, nessuno può piangere un passaggio gioioso verso dio. È qui che l’occhio attento dell’antropologa si lascia sopraffare dal dolore più tragico, ma è sempre qui che scatta qualcosa di profondo: una forma di rassegnazione all’insegnamento dell’altro, all’ineffabilità, al valore del ricordo e, in fin dei conti, alla ricerca di una propria identità che annullino «il disagio dell’ibrido» di chi, nell’esaltare il potere del viaggio, non si sente parte di nulla.

Ricco di delicati aneddoti di amicizia e di un’antica saggezza coranica, ‘Sul corno del rinoceronte‘ racconta una fede e una politica che non si toccano mai: «qui la religione non si mischia con la politica. La religione è di Dio, la patria è di tutti» sostiene Hedi, uno degli angeli custodi di questa storia. E non è la religione che opprime, ma la politica, la totale privazione di ogni libertà personale, che non è appannaggio di nessun profeta.

Il romanzo ha un happy ending che commuove e che davvero fa dimenticare la provenienza tunisina dei foreign fighters, i recenti fatti del terrore, lo stato islamico che di islamico ha ben poco e che fa piuttosto pensare a una poesia, silenziosa, di Mohamed Ghozzi, nato proprio a Kairouan, che insegna a conoscere più con il cuore che con i passi: Che sorpresa ti aspetti? / Prima di te ci sono andati gli innamorati /e le tribù hanno giurato di arrivare lì prima di te, / ora guarda: / quei vascelli ne tornano senza echi / senza notizie ne ritornano le carrozze a cavalli /Invano dunque ci vai / le sorgenti sono chimere / e il paese che tu desideri non si rivelerà, / torna prima che si faccia notte.

 

*L’immagine proviene dal progetto Lost Walls dell’artista tunisino el Seed


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