sabato, Settembre 25

Un allerta agli amici ‘Self Publisher’ field_506ffb1d3dbe2

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Self Publisher
Self Publisher‘ ovvero autrici e autori che pubblicano da soli i loro scritti, ma in alcuni casi può trattarsi di musica, opere di pittura o plastiche. Complice il Web che ormai consente a, quasi, tutti di diffondere ovunque il proprio lavoro, la schiera dei Self cresce di giorno in giorno.

Così non è un caso se, sempre più spesso, le ore che dedico alla lettura abbiano protagonisti gli scritti di autori-fai-da-te. Li cerco o mi cercano, non fa differenza. Anzi, visto che io scrivo le mie recensioni per una testata storica della Rete sì (nata nel 2003 e registrata l’anno successivo), ma che non porta addosso gli allori del finanziamento pubblico, quando qualcuno viene a cercarmi proponendomi un suo lavoro in lettura, io faccio sempre ‘chapeau!’ visto che non è da tutti rischiare senza tornaconto con una che non è particolarmente dolce, che di rado (leggi: mai) si accontenta e, soprattutto, che di fatto è ‘poco indulgente e scevra da ammiccamenti…’ almeno così mi dipingono 😉

 

Io e i ‘Self Publisher’

Questa premessa strabordante è per farvi capire che leggo chi mi pare e ne scrivo quello che voglio, senza portare acqua a nessuno e quindi senza scendere nella peggiore delle condizioni: quella del compromesso.

Il patto con i miei amici ‘Self’ è chiaro: voi mandatemi i vostri scritti e io mi impegno a leggerli, sempre. In merito alla recensione, quella che rappresenta la mia opinione, mi riservo di scriverla liberamente, ma solo riguardo a quei lavori che mi hanno colpita positivamente. Non mi troverete mai impegnata a distruggere lo scritto di un autore-fai-da-te, a recensire in negativo qualcuno dei miei amici ‘Self’. Salvo le solite eccezioni che confermano la regola.

Perché? Sia per quanto dicevo poco sopra, e cioè il fatto che con curiosità reciproca ci siamo liberamente incontrati, sia, ma soprattutto, perché loro alimentano la mia Follia.  Come l’illustre Diogene di Sinope andava in giro, armato di una lanterna, cercando l’uomo, così io vado in giro armata della mia curiosità cercando la Letteratura. [Confessata, senza ulteriori giri di parole, la mia Follia, procediamo…]. In questo modo mi capita di incontrare ‘monnezza’ e diamanti.

Tra l’una e gli altri vi è una lunga declinazione di scritture che si orientano verso ‘generi’ che sembrano garantire l’interesse dell’esiguo numero dei lettori in lingua italiana disponibili. Così mi arrivano molta Narrativa, Fiction, per lo più orientata verso il thriller o il ‘giallo’, e qualche romanzo ‘rosa’. In realtà, di questi ultimi pochi, perché per la maggioranza chi scrive rosa sembra affetto da una specie di pudore, che rasenta la vergogna, e spesso usa alias o pseudonimi, quasi che a scrivere bene un genere letterario si commetta un crimine per il quale essere imbarazzati. Ah! dimenticavo… spesso quelli che io definisco ‘rosa’ sono tentativi falliti di autori che credono di aver scritto un romanzo che poco o nulla ha da invidiare a quelli di Isabelle Allende o di Gabriel Garcia Marquez, ma che in realtà sono incoscienti epigoni di Delly o Barbara Cartland. Io preferisco comunque definire questo tipo di narrativa ‘romantica’ (nulla a che vedere quindi con il contemporaneo stile alle ‘50 sfumature di grigio e puntate seguenti), e non trovo ci sia nulla di scandaloso a scriverla né tantomeno a leggerla, sempre che sia fatta bene, con professionalità. In realtà io non nutro preconcetti né avversione per alcun genere di narrativa, pur prediligendone alcuni rispetto ad altri (ognuno ha i gusti che ha), ma quello che davvero mi infastidisce, anzi direi che mi irrita proprio, sono i cosiddetti salti di corsia ovvero l’abitudine che alcuni hanno di mistificare il proprio lavoro.

Un serio e professionale autore di thriller non ha alcuna necessità di manipolare il suo Lettore per diffondere il proprio lavoro, idem per un autore di romanzi rosa/romantici. Qui in Italia, invece, sopravvive molto vivido e fiorente il ‘mito dello scrittore’, che nulla può avere a spartire con scrittori di ‘rosa’ o ‘gialli’.

 

Il mito dello ‘scrittore’

È davvero curiosa questa situazione in un Paese nel quale ‘gli scrittori’, anche discretamente affermati, fanno indubbia fatica a sopravvivere con i proventi delle loro pubblicazioni. In un Paese, appunto, nel quale «con la cultura non si mangia» (Cit. Giulio Tremonti), e nel quale chi si occupa di libri & co. è considerato un personaggio a metà strada tra il ‘Barone di Münchhausen‘ (di Anonimo del 1781) e il ‘Don Chisciotte della Mancia‘ (di Miguel de Cervantes Saavedra del 1605-1615), una specie di incosciente visionario privo di qualsivoglia attitudine al vivere comune. Eppure il mito persevera e devasta le menti di buona parte di coloro che decidono di scrivere.

Così mi capita, spesso (sic!), di avvicinarmi a un libro (cartaceo o digitale, qui ha poca importanza) del quale l’autore mi aveva decantato il valore letterario, magari vantandomi illustri precursori nelle figure totemiche della letteratura di ogni tempo e luogo… E trovarmi invece a leggere un ‘feuilletonsgrammaticato e con un intreccio inesistente. Già è triste la mancanza di immaginazione, di inventiva, in colui che vuole essere artista, figurarsi poi se tale carenza è aggravata da scarsa o nessuna attitudine all’imitazione!

Ciò nonostante il ‘mito dello scrittore’ perdura e travia le attività di tanti autori che avrebbero, certo, maggiori soddisfazioni se solo indirizzassero le loro opere verso il pubblico di quei ‘generi’ che tanto aborrono, invece di travestirle in ciò che non sono. Questo ‘fenomeno’, sia chiaro, coinvolge sia Self Publisher che autori ‘di scuderia’, intendendo con questa definizione quegli scrittori che hanno ‘il privilegio’ di essere scelti e pubblicati da case editrici registrate come tali nelle Camere di Commercio del nostro Paese.

All’estero, dove ‘il mito dello scrittore’ ha decisamente minor seguito, a favore di un più pragmatico utilizzo delle energie di chi scrive, gli autori di Fiction o di Rosa/Romantica (e questo addirittura dai tempi del grande Georges Simenon, che passava serenamente dalla stesura delle celebri avventure del Commissario Maigret a quella dei suoi splendidi romanzi che senza alcuna esitazione il mondo definisce ‘Letteratura’) non si vergognano affatto del loro lavoro, di quanto venda e domini le classifiche dei Best-seller. Due esempi per i generi citati: Dan Brown e Sophie Kinsella.

 

Il Fenomeno dei Self Publisher

Nel momento in cui scrivo (settembre 2014), il fenomeno dell’editoria digitale (quello che si riferisce soprattutto agli e-book, per intenderci) ha alimentato in modo davvero esponenziale la schiera degli autori-fai-da-te, quelli che un tempo erano prede indifese della cosiddetta ‘editoria a pagamento’.

Tra queste miriadi di persone, alcune hanno pensato che -sapendo tenere una penna in mano (o una tastiera) e avendo imparato a leggere/scrivere nella scuola dell’obbligo- avrebbero potuto svoltare pubblicando sul Web le loro opere’. Certuni perché soggiogati dal ‘mito dello scrittore’ ma altri guidati da un puro interesse economico.

Da circa un paio d’anni, tale fenomeno impazza anche in Italia ed è praticamente impossibile non averne incontrato almeno uno tra i propri amici, tra un parente più o meno vicino. E per come ogni fenomeno che si rispetti, ben presto, questo ha assunto le caratteristiche di una manifestazione virale.

L’offerta deprezza il valore di un articolo, è regola arcinota dell’economia, e spesso può addirittura arrivare a devastarlo quando i prodotti commercializzati sono contraffazioni di ciò che si millanta al pubblico (tanto per restare sul pratico, immaginate i danni che un parmigiano prodotto in Cina e con marchio contraffatto può provocare alla nomea del parmigiano doc… ad esempio tra gli acquirenti degli States). Ma a chi cerca di giocare la carta della scrittura per profitto certo questo non interessa. Ma agli altri?

E qui mi riferisco soprattutto ai Self Publisher, a quei tanti autori-fai-da-te che a prezzo di sacrifici (di sonno, di vita e spesso anche economici) lavorano con onestà alla loro passione.

Dopo anni di cattiva editoria (un’editoria spesso collusa con i potentati economici e politici, ossequiosa verso gli amici degli amici e le élite dei salotti), l’arrivo del fenomeno del Self Publishing è stato salutato da molti come una sorta di liberazione, una vittoria dal basso, un afflusso di aria buona tra chi rischiava di soffocare tra i miasmi dei prodotti indecenti che certune case editrici altolocate spacciavano per ‘grandi opere’ e iscrivevano ai più blasonati Premi Letterari di cui il Bel Paese va fiero.

Ne è scaturita una specie di consorteria che -ahimè!- ha iniziato a sostenere e a promuoversi reciprocamente, al di là del bene e del male. Già perché tra gli Indie (altro termine con il quale si definiscono gli autori che si auto-pubblicano) vige una specie di associazionismo, e chi ha la fortuna di farne parte trova ‘amici & promoter’ a iosa. Anche se non li merita affatto, aggiungo io.

Così sempre più spesso capita di leggere recensioni entusiaste, rilanci magniloquenti sui social network, Post di grande apprezzamento su ‘romanzi’ che, pur avendo il merito di non aver necessitato per essere pubblicati di un inutile abbattimento di alberi, occupano comunque spazio non-solo-virtuale su server, Hard Disk e Tablet. Spazio che meglio sarebbe stato destinare ad altro.

Sono troppo tranchant? Non credo, almeno se giudicate questo problema oltreché dal punto di vista dei Self Publisher di valore (che per forza di cose rischiano di scomparire in mezzo a tanta paccottiglia) anche da quello dei Lettori.

Già, i Lettori, questa specie sempre più a rischio estinzione che, sopravvissuta in ranghi ridotti alla sete di Business di tanta editoria della carta straccia, è approdata al Self Publishing (e quindi anche all’e-book) sorretta da un esile ancorché cocciuto desiderio di lettura.

A questi lettori le distrazioni della setta dei Self Publisher non ha esitato a distribuire testi sgrammaticati e intrisi di errori di stampa/impaginazione, romanzi di basso profilo e scopiazzature di infimo valore, spacciandoli in buona fede per opere di ‘Alta Letteratura’, oppure consigliando romanzi rosa/romantici immaginandoli come buoni esempi di ‘Letteratura Impegnata’, e così di bene in peggio: gli esempi potrebbero essere predicazioni dell’infinito.

Purtroppo come tutti i problemi derivati da un fenomeno, neanche questi sono di semplice risoluzione, tant’è che, se anche tra gli Indie alcuni iniziano a esprimere un atteggiamento più smaliziato nei confronti di alcuni Colleghi, la diffusione delle ‘patacche’ continua a proliferare mietendo vittime e indebolendo le possibilità dell’intero comparto dell’editoria digitale.


Indie di importazione

A peggiorare le cose, visto che per il peggio non c’è mai fine, nell’ultimo periodo abbiamo assistito al primo esempio di arrivo in Italia del desiderio di Business di un’autrice Self Publisher di lingua inglese, certa Joanna Penn.

Fino ad oggi gli autori Indie si ‘accontentavano’ di stampare nella loro lingua madre o di affacciarsi nei mercati di lingua anglofona e spagnola che, vista la diffusione, rappresentavano di certo mercati molto interessanti. La Penn, invece, non paga degli incassi accumulati e di aver svettato per settimane nelle classifiche dei Best Seller del  ‘New York Times‘, ha deciso di dare al proprio lavoro notorietà globale, iniziando a colonizzare anche il mercato di nicchia rappresentato dal nostro Paese. Ha trovato un professionista disposto a tradurla in italiano e a pagarsi il suo lavoro accettando come retribuzione la metà degli introiti che l’autrice avrebbe ricavato dalla sua avventura italiana. Ne è venuto fuori un libro pieno zeppo di errori grammaticali e di battitura che farebbe di certo arrossire l’efficiente Woman-Marketing che la Penn è stata per anni.

Sul valore di questa Fiction ho già avuto modo di esprimermi, ma qui mi preme sottolineare che le ragioni, che hanno spinto quest’autrice a tentare la colonizzazione del nostro mercato di nicchia, sono da rintracciare nel desiderio di disporre a breve di un mercato globale per le sue pubblicazioni.

Attenzione perché la Penn è un’apripista. Per decenni nell’editoria abbiamo assistito in Italia a quanto abbiamo visto verificarsi in altri settori (calcio, cinema, prodotti ICT, ecc…): l’importazione selvaggia dall’estero, con evidente svalutazione delle ‘produzioni nostrane’, sino ad arrivare al punto che gli Editori ammettevano con estremo candore che era senz’altro più semplice tradurre un autore (che qualcun altro aveva scoperto/cresciuto) che non impelagarsi in una onerosa e poco retribuita caccia al talento.

L’idea marketing di Joanna Penn non tarderà a intrigare molti tra i Self Publisher stranieri, già ben allenati a questo mestiere che all’estero è praticato da diversi anni, che come tanti Conquistadores arriveranno sulle piattaforme italiane di Bookshop online, complice il patentino di Indie, e monopolizzeranno anche questo settore dove la nostra Cultura prova a muovere i primi stentati passi tra un pubblico di lettori diffidenti e tanti recensori/parrucconi che se il libro non è di carta neanche lo voglio guardare…

A leggere la biografia di questa scrittrice d’importazione, poi, scopriamo che la sua formazione è avvenuta proprio in ambito marketing (dove ha lavorato per più di 13 anni), e quindi l’impressione di trovarci davanti a una squisita strategia di vendita applicata ai libri più che a un’operazione culturale, dovrebbe spingere molti autori-fai-da-te italiani ad alzare le proprie antenne.

Se come abbiamo più volte scritto, l’editoria digitale rappresenta una imperdibile opportunità per rivitalizzare un settore in evidente défaillance, com’è quello della Cultura, adottare strategie troppo provinciali quando non addirittura buoniste, può portare a perdere la partita prima ancora di aver cominciato a giocarla.

Quindi il mio consiglio conclusivo agli amici Self Publisher è quello di ri-mboccarsi le maniche e ri-partire, ma questa volta con il piede giusto. Assumersi la responsabilità di quello che si scrive, ma non come setta, ad esempio è senz’altro un buon punto di partenza. Cercare, per quanto è possibile, quindi di non farsi strumento di quanti vogliono utilizzare il mezzo (il Self Publishing) per il proprio Business e basta.

Pubblicare i propri scritti cercando di farlo nel massimo rispetto della lingua che ci appartiene, evitando quindi marchiani errori e soprattutto un linguaggio povero e ripetitivo, visto che abbiamo a disposizione uno tra i più ricchi vocabolari del pianeta.

E, in ultimo ma non ultimo, avere finalmente il coraggio di confessare le proprie capacità di scrittori di narrativa rosa/romantica, perché forse non rappresenterà la strada migliore per incarnare il ‘mito dello scrittore’ ma vi assicurerà tanti, ma proprio tanti, affezionatissimi e felici Lettori.

 

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